Sventolano le bandiere di tutto il mondo sulla spianata di Tor Vergata che si riempie con il passare delle ore. Dall’alto, il colpo d’occhio è impressionante e solo dall’alto si capisce la marea umana che invaso allegramente Roma in questi giorni e che adesso è convocata nel campus universitario di Tor Vergata: colori, bandiere che sventolano, frastuono di canti e balli, gli idranti della Protezione Civile che ogni tanto passano tra i settori per rinfrescare i ragazzi. Qualcuno si è svegliato alle 4 di mattina per essere qui prima delle 9 quando hanno aperto i cancelli.

«Chi prima arriva, prima alloggia», dicono due ragazzi arrivati dal Brasile e in coda per ritirare il box con la cena di sabato sera e la colazione e il pranzo di domenica. Tanti gli slogan dei ragazzi che scandiscono il nome del Papa anche se lo conoscono ancora poco. Tante anche le bandiere americane sventolate nella spianata. Ma, dal palco dove si sta tenendo lo spettacolo pre-veglia, vengono ricordati anche Papa Francesco, Benedetto XIV e Giovanni Paolo II che proprio qui, venticinque anni fa, celebrò la Gmg del Grande Giubileo del 2000. Angela, da Bari, era qui anche allora, da pellegrina, e ora da accompagnatrice di un gruppo di ragazzi: «Una grande emozione, ricordo l’emozione per le parole del Papa quando ci disse che noi non ci saremmo rassegnati a un mondo di guerre, di odio e di violenza e che vedeva in noi le sentinelle del mattino».

L’odio che oggi attanaglia, in modo cruento, il Medio Oriente, semina morte nella Terra Santa, la terra di Gesù, a Gaza, dove i bambini muoiono di fame e di stenti. Riccardo Peretti, di Padova, ha issato la bandiera della Palestina. Quando gli chiediamo il perché racconta che sua nonna è palestinese, anche se vive in Italia da vent’anni, ma non dimentica quello che sta accadendo nella sua terra: «Ha tre fratelli che vivono in Cisgiordania e ogni giorno arrivano racconti drammatici», dice, «ho messo la bandiera perché quest’incontro dei giovani di tutto il mondo è un momento importante per sensibilizzare i miei coetanei su quello sta succedendo laggiù. Spero che venga riconosciuto lo Stato di Palestina come ha chiesto anche la Santa Sede». Nel 2000 Internet era agli albori, i social non esistevano.

Oggi il “racconto” della Gmg è (quasi) tutto sui social, tra reel, post e storie su Instagram e TikTok, i social dei giovanissimi, ma non solo loro. Pablo appartiene alla Fraternità “Vivere da Dio” sui comunicatori digitali: «Ho vissuto due Gmg, questo è il primo Giubileo dei giovani. Mi ha colpito il clima di pace e soprattutto la gioia di urlare questa pace al mondo. È pazzesco come Dio ci unisca tutti, al di là delle lingue diverse, delle provenienze, delle culture». Sofia, da Brescia, dice che «la parola chiave di questo Giubileo è entusiasmo», mentre per Francesco è «comunità» perché, spiega, «la fede unisce tutti noi e soprattutto in queste occasioni ci fa capire che non siamo soli e che le domande di ognuno sono, spesso, le domande di molti, se non di tutti». Carlotta ed Emma, da Palermo, parlano invece di «rinascita della nostra fede, a cominciare proprio dalle relazioni».



Vicino al palco c’è un gruppo di ragazzi sudocoreani emozionati di poter ospitare a Seul la prossima Giornata mondiale della gioventù del 2027. Accanto a loro c’è Kevin Juanacio con una trentina di ragazzi peruviani che arrivano da Chiclayo, la diocesi dove è stato vescovo papa Prevost.

«Per noi è una gioia grande essere qui e poterlo abbracciare, speriamo venga presto a trovarci», dicono agitando le bandiere del proprio Paese. La spianata è un mosaico di colori e di volti ma la geografia delle bandiere permette di tracciare un atlante delle sofferenze del mondo: i ragazzi del Medio Oriente, un gruppo sparuto, con le bandiere della Siria e del Libano.

«Uno degli obiettivi che portiamo nel cuore in questi giorni è la pace, la pace per noi, per i Paesi che sono al confine, come Gaza, la Terra Santa, il Sudan, la Libia. Li portiamo nel nostro cuore e preghiamo per loro perché regni la pace e finisca la guerra come detto tante volte dal Papa», dice padre Antoine Alan, egiziano, che ha portato a Roma anche un gruppo di rifugiati, che sono tra i duecento giovani che accompagnano Papa Leone che scende dalla papamobile, prima della Veglia, e porta la Croce del Giubileo sul palco. Amicizia: è l'altra parola chiave tra giovani che, al di là della loro provenienza, comprese l'Africa e la lontana Oceania, questa settimana hanno condiviso molto.

I social sono il palcoscenico di questo Giubileo e papa Leone sa che la fede passa anche da questi strumenti: «Internet e i media sono diventati una straordinaria opportunità di dialogo, incontro e scambio tra le persone, oltre che di accesso all'informazione e alla conoscenza», dice nel dialogo con i ragazzi e citando papa Bergoglio, «questi strumenti risultano però ambigui quando sono dominati da logiche commerciali e da interessi che spezzano le nostre relazioni in mille intermittenze».

Tra i missionari digitali e influencer cattolici mischiati tra la folla ci sono anche Nicola Camporiondo, studente di Teologia della provincia di Vicenza, oltre 13mila follower su Instagram e 160mila su TikTok dice che «questi eventi aiutano a riscoprire e vivere la fede interiore che spesso viene messa da parte nella vita quotidiana». Gli fa eco Michael Mattaruzzo, di Bassano del Grappa, anche lui missionario digitale: «La fede si può vivere anche divertendosi come stiamo facendo in questi giorni. I social sono uno strumento per parlare della fede a tutti».