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ecumenismo
 

Diwali, in Senato la festa della luce induista nel segno della giustizia

20/10/2017  L'Unione Induista Italiana promuove un incontro su dono, democraczia e convivenza

Tintinnano i sonagli ai piedi e sulle braccia di due straordinarie danzatrici giunte appositamente dall’India a Roma per coronare la cerimonia di celebrazione del Dīpāvali , la Festa della Luce induista, al ritmo di musiche dal forte timbro orientale. Nella sala gremita messa a disposizione dell’Unione Induista Italiana Sanatana Dharma Samgha (UII), dall’Ambasciata Indiana nel pomeriggio del 18 ottobre, erano presenti in tanti. Fedeli indù italiani o appartenenti alla comunità di  immigrati indiani venuti a Roma, per l’occasione, da tutta Italia, rappresentanti di altri fedi, amici. Le danze, iniziate al termine di un pasto della tradizione indiana offerto a centinaia di ospiti, faceva da  preludio artistico-spirituale all’incontro  Dialogo e religioni del Dharma animato da  esponenti spirituali delle comunità induista, buddhista, jainista e sikh.

La mattina, invece, per dare il via alla grande giornata di festeggiamenti, l’UII aveva dato appuntamento nella Sala Capitolare del Senato per un convegno intitolato "Dono. Democrazia e convivenza".

Per celebrare il Dīpāvali (o Diwali) - dichiara Franco Di Maria Jayendranatha, presidente dell’UII - abbiamo scelto di offrire un’occasione di festa e riflessione culturale divisa in due parti. La mattina del 18 ottobre siamo stati in Senato per un incontro tanto istituzionale quanto amichevole. Nel corso del convegno l'UII ha deciso di offrire un contributo finanziario di 10.000 euro prelevato dall’8x1000, a favore dell' Osservatorio sulla criminalità nell'agricoltura e sul sistema agroalimentare istituito da Eurispes e da Coldiretti presieduto dall'ex procuratore antimafia Gian Carlo Caselli. Intendiamo sostenere l'attività di studio e monitoraggio sulle cosiddette agro-mafie di cui sono vittime molte persone tra cui, in gran numero, nostri fedeli immigrati indiani”

L’Unione Induista Italiana ha siglato nel dicembre 2012 l’Intesa con lo Stato italiano e ottenuto l’approvazione ufficiale di culto riconosciuto. Da quel momento può disporre dell’8X1000 e, di anno in anno, decide di destinare parte dei proventi a progetti mirati. Per questa edizione del Dīpāvali , ha ritenuto lanciare un segnale forte in difesa dei tanti lavoratori del settore lattiero-caseario o dell’allevamento (ambito che impiega molti immigrati indiani e induisti presenti in Italia) che sono o rischiano di divenire vittime sistematiche di sfruttamento o del cosiddetto ‘caporalato’.

“L’UII – riprende il presidente - nasce nel 1979 per coagulare le varie comunità indù presenti in Italia. Nel 2000 viene riconosciuta come confessione religiosa e alla fine del 2012 raggiunge l’Intesa con lo Stato. Vogliamo rappresentare alle istituzioni e difendere gli interessi dei nostri fedeli e facilitare l’integrazione sociale e religiosa”.

L’Unione Induista Italiana Sanatana Dharma Samgha, fondata nel 1996 grazie all’intuizione di Paramahamsa Svami Yogananda Giri, rappresenta i quasi 165mila induisti che vivono nel nostro Paese. Di questi, circa 140mila sono immigrati. In Italia, l’Unione conta 16 templi (e una ventina di comunità che non hanno ancora un luogo per il culto ma si riuniscono regolarmente, ndr) e vanta la presenza di un monastero: il Matha Gitananda Ashram, ad Altare, Località Pellegrino, nel Savonese.

“L’Intesa – ci spiega Haṃsānanda Ghiri, monaca, vicepresidente dell’UII , referente per il dialogo interreligioso e responsabile del monastero – permette di individuare una sola festività all’anno come ufficialmente riconosciuta (i fedeli induisti possono astenersi dal lavoro o dalla scuola e hanno diritto a permessi, ndr) e noi abbiamo scelto, tra le tante feste induiste, proprio il Dīpāvali  perché è il simbolo della luce ed è una festa il cui senso ci accomuna a tutte le altre fedi. Gli induisti cominciano a essere una presenza significativa in Italia e a radicarsi nel territorio. Noi che viviamo in Italia, poi, possiamo disporre di un luogo molto significativo, il Matha Gitananda Ashram. Il monachesimo induista storicamente non è mai uscito dall’India. Solo di recente sono sorte alcune esperienze monastiche e noi, possiamo vantarci, di essere tra le prime”.

Il monastero e il tempio, costruiti secondo il dettame delle sacre scritture, sono luoghi aperti al territorio dove si ripetono occasioni di incontro e scambi culturali e religiosi con tanta gente. “I nostri vicini – riprende la monaca, che è anche membro del DIM, Dialogo Interreligioso Monastico , quando vengono fedeli in pellegrinaggio, li ospitano nelle case, condividono con noi momenti di preghiera e convivialità”.

“Per noi l’Unione è fondamentale – dice Akhil Kumar – un 23enne originario del Punjab, impiegato di un’azienda di Lodi, giunto in Italia ad appena un anno - . Abbiamo un tempio a Castelverde (Cremona) e una comunità di 3/400 persone. L’Unione ci fa sentire parte di un popolo ampio, ci ricorda quanto sia fondamentale la dimensione spirituale nella vita delle persone, ma ci permette anche di aprirci al mondo e entrare in contatto con tutti”.

 
 
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