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venerdì 07 agosto 2020
 
L'INTERVISTA
 

Il cardinale Jean-Claude Hollerich: «Senza l'Italia, l'Europa non esiste»

28/07/2020  Parla il gesuita presidente dei vescovi dell’Ue. «Quello che è successo nella zona di Bergamo è terribile». I sovranisti scommettevano sul fallimento del vertice di Bruxelles. I Paesi «frugali»? «Preferisco chiamarli “Paesi avari”». Ma alla fine i leader hanno capito che «bisognava salvare l’Unione europea». E lo hanno fatto

Alla fine dell’intervista, il cardinale Jean-Claude Hollerich, 61 anni, aggiunge ancora qualche parola: «Vorrei veramente che gli italiani capissero che gli europei apprezzano l’Italia e gli italiani. Questo è il messaggio che avremmo dovuto dare molto prima, durante la pandemia… ma avevano tutti un po’ perso la testa». Ora il gesuita che da due anni guida la Commissione delle conferenze episcopali della comunità europea (Comece) spiega che lo storico vertice europeo che ha sbloccato il recovery fund «è stato il modo di dire: siete nostri fratelli e nostre sorelle in Europa, vi aiutiamo». E d’altronde, sottolinea l’arcivescovo di Lussemburgo, ex missionario in Giappone, «quello che è successo nella zona di Bergamo è terribile, orribile». E se i sovranisti scommettevano sul fallimento dell’Unione europea («Crescerebbero se questi paesi divenissero più poveri, si parlerebbe di Italexit, Espanexit, anche Francexit», dice Hollerich), e i paesi «frugali» del Nord li hanno inseguiti («Preferisco chiamarli “paesi avari”»), gli altri, questa volta, hanno avuto uno scatto di visione: «Bisognava salvare l’Unione europea». E lo hanno fatto.

 «Una crisi è a volte necessaria per ricordare a che punto le cose che abbiamo sono preziose, a che punto l’Unione europea è preziosa», ha detto la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen: che significato ha avuto, al di là della retorica, il vertice straordinario che si è svolto a Bruxelles dal 17 al 21 luglio nella storia dell’integrazione europea?

«L’Unione era in estremo pericolo perché al momento del covid-19 gli Stati hanno reagito in modo nazionale: non c’è stato riflesso europeo. Le conseguenze della crisi saranno pesanti: come in tutte le epidemie, ci sarà un effetto di accelerazione dei processi sociali e politici. Penso che alla fine la Cina sarà più forte e l’Occidente più debole. All’interno dell’Unione europea, alcuni paesi hanno gestito bene la crisi fino ad ora, come la Germania, altri hanno sofferto enormemente, penso all’Italia, alla Spagna, alla Francia. Questo significherebbe che le economie di questi paesi sarebbero terribilmente indebolite e questo alla lunga porterebbe all’esplosione dell’Unione europea. Tutti i nazionalismi e i populismi crescerebbero se questi paesi divenissero più poveri, si parlerebbe di Italexit, Espanexit, anche Francexit. E allora ci voleva qualcosa di forte per mostrare la solidarietà dell’Unione europea, perché altrimenti l’Unione non esisterebbe più. Penso che la Cancelliera tedesca ha compreso molto ben la situazione: è sempre stata contro l’idea di comunitarizzare il debito, per così dire; per la Grecia si oppose, ma il caso della Grecia non rappresentava una minaccia al mantenimento dell’Unione europea, ora sì. E quindi Angela Merkel ha reagito in modo diverso, in modo molto generoso, in modo molto deciso, insieme al presidente francese Emmanuel Macron. Penso che abbiano capito la posta in gioco: bisognava salvare l’Unione europea».

 

L’Italia, così come altri Paesi, riceverà un aiuto economico notevole e decisivo: qual è il senso di questa solidarietà? Sentimento di colpa per i paesi più duramente colpiti dalla pandemia? Paura che gli anelli deboli facciano crollare l’intera Unione? Una visione approfondita del destino comune del vecchio continente, tanto più dopo la Brexit?

«Noi amiamo l’Italia. L’Europa senza l’Italia non sarebbe più Europa, sarebbe un resto di Europa. Se pensiamo alla cultura italiana, alla storia italiana, ma anche alle donne e agli uomini che vivono in Italia, lavorano, il loro modo di fare, le persone che conosciamo quando veniamo in Italia da turisti… L’Italia deve continuare a far parte dell’Unione europea altrimenti l’Unione europea perderebbe una parte della sua identità europea. E’ stata veramente la solidarietà che ha giocato un ruolo. La solidarietà verso un paese che ha sofferto enormemente. Fa male pensare alle cifre ufficiali dei morti. Quello che è successo ad esempio nella zona di Bergamo è terribile, orribile. Quel che è successo è stato il modo di dire: siete nostri fratelli e nostre sorelle in Europa, vi aiutiamo. E’ normale».

I paesi nordici «frugali» (Paesi Bassi, Danimarca, Svezia, Austria, Finlandia) hanno tuttavia insistito sul rigore fiscale. In Italia, diverse persone li hanno accusati di egoismo. Qualcuno ha anche ritirato fuori una differenza culturale tra paesi protestanti e paesi cattolici, ad esempio sul concetto di «debito»…

«È possibile che ci sia una differenza culturale ma non credo che questo abbia avuto un ruolo: credo che sarebbe sbagliato ora fare analisi alla Max Weber sulle diverse culture religiose per spiegare questi fenomeni. Il primo ministro dei Paesi Bassi, ad esempio, penso che abbia agito così perché ha paura dei partiti populisti. Lo stesso vale per l’Austria. I partiti al potere hanno scommesso di far propri gli argomenti dei partiti populisti senza arrivare al loro estremo. Io credo che sia una scommessa sbagliata perché si possono vincere i populisti se ci si oppone ad essi e li si smaschera, non se ci si appropria dei loro temi. Ma alcuni hanno paura della loro reazione. Nella Cdu tedesca, ad esempio, alcuni politici cattolici hanno detto di non essere contenti del debito europeo in comune perché hanno paura che esso rafforzerebbe i partiti di estrema destra in Germania. In questi discorsi in parte c’è anche una mancanza di solidarietà. Anziché “paesi frugali” preferisco chiamarli “paesi avari”. Poi, oltre ai populisti, c’è una preoccupazione su come l’Europa potrà sostenere il debito, ed è una preoccupazione giustificata. Ma, d’altronde, non c’era altro da fare, non c’era scelta se si voleva mantenere intatta l’Unione europea».

In effetti non è del tutto infondata una certa preoccupazione degli altri paesi europei nei confronti dell’Italia, che in passato non sempre ha dimostrato di saper gestire bene i fondi europei. Gli altri paesi ora dicono: debito in comune, responsabilità in comune…

«Sono d’accordo e penso che tutti i paesi dell’Unione europea si aspettino dall’Italia una politica economica responsabile, ma responsabile soprattutto verso i propri cittadini. L’Italia è l’unico paese dell’Europa nel quale nell’ultimo decennio i cittadini non hanno guadagnato. E dunque l’argomento di una economia responsabile non è un argomento straniero ma dovrebbe essere un argomento italiano per difendere gli interessi degli abitanti dell’Italia».

Tutti hanno detto di aver vinto, al vertice europeo, salvo forse i populisti e i sovranisti, che scommettevano sul fallimento dell’Unione europea e la rinascita degli spiriti nazionalisti. E tuttavia i problemi dell’Ue non sono superati, un certo malessere per gli eurocrati esiste, serpeggia qua e là un desiderio di maggiore indipendenza nazionale: cosa ne pensa?

«Bisogna dire che i paesi dell’Unione europea sono indipendenti e con dei trattati hanno ceduto una parte della sovranità all’Unione. L’Europa non è uno Stato federale: alcuni che lo vorrebbero, altri non lo vogliono affatto, ma l’Unione europea funziona così, come una unione di Stati che condividono una parte di sovranità. Non sta a me come presidente della Comece pronunciarmi sul futuro dell’Ue, se sia opportuno o meno che divenga uno Stato federale, sono decisioni politiche nelle quali non mi immischio. Dove mi immischio è nel ricordare che la solidarietà fa parte del Dna dell’Unione europea e che bisogna conservarla. Tra i padri fondatori della comunità europea vi erano grandi cristiani, e quando si parla di radici cristiani ebbene nei trattati ci sono radici cristiane evidenti. Questo spirito di solidarietà è condiviso, molte persone in Europa lo condividono».

 

Il Parlamento europeo ha criticato la mancanza di visione dell’accordo tra Governi sul bilancio pluriennale dell’Unione europea: niente investimenti in ricerca, nell’Erasmus, nel digitale, sull’immigrazione. Si poteva – si potrà, nelle prossime settimane – essere più ambiziosi?

«Penso che il Parlamento europeo abbia ragione. D’altra parte va protetto il compromesso raggiunto, perché di compromesso si è trattato: è difficile raggiungere un compromesso! Non è più l’Europa dei 6, dei 9, dei 12, è divenuto sempre più difficile trovare un accordo che soddisfi tutti. In futuro probabilmente bisognerà trovare altri meccanismi, ma ora funziona così. Non dimentichiamo, poi, che dopo il Parlamento europeo, l’accordo andrà ratificato dai Parlamenti nazionali. Vedremo come si esprimeranno, ma certo sarà difficile trovar nuovamente un accordo su un altro testo. Va dato atto della tenacia della presidenza del Consiglio, della Commissione, e della Cancelliera tedesca, che non hanno rinviato il vertice ma hanno continuato a negoziare, continuato, continuato fino a ottenere un risultato. Sarebbe stato drammatico per l’Unione se non ci fosse stato alcun risultato».

L’Unione europea è stata rifondata?

«C’è un proverbio giapponese che dice: si può spezzare una freccia dopo l’altra, non si possono spezzare le frecce unite. I capi di Governo si sono resi conto che nella situazione mondiale attuale saremmo tutti, anche gli olandesi, gli austriaci, eccetera, tutti più poveri, più sguarniti, più deboli senza l’Unione europea».

Parlando di solidarietà: cosa dire dell’immigrazione? C’è una lezione che l’Unione europea può trarre dalla pandemia, dal vertice del recovery fund, per quanto riguarda la sua politica nei confronti di coloro che fuggono dalla guerra o dalla povertà per costruire un futuro nel nostro continente?

«Se fossi un politico direi che bisogna fare un vertice che discuta di questi temi con la stessa tenacia, farlo lo stesso numero di giorni finché non si trova un accordo, perché è una vergogna che l’Europa non abbia trovato un accordo su questo argomento. Oltretutto si sa che si annunciano carestie a causa del coronavirus, c’è il clima che è cambiato e continua a cambiare, ci sono problemi che porteranno un maggiore afflusso di rifugiati, è evidente. Bisogna accogliere con grande cuore coloro che arrivano. E al tempo stesso combattere le cause della migrazione, perché le persone possano trovare il benessere nel loro paese. E’ una sfida per la politica nei confronti dell’Africa, tutti sono in favore di un mondo più giusto ma allora bisogna prendere politiche e misure economiche più giuste. Il sistema globale è cambiato, gli Stati Uniti hanno politiche che gli europei non capiscono più, la Cina è sempre più potente e flette i muscoli, la Russia è impegnata in diversi scenari di guerra. Senza l’Unione europea il modo sarebbe molto più in pericolo, anche in Europa».

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