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Il Cardinale Michael Czerny: «Chi fa la guerra dimentica l'umanità»

10/03/2022  Il “ministro” del Papa per lo sviluppo integrale ha sperimentato nella sua famiglia cosa vuol dire essere profughi. «La gente comune», dice, «è sempre vittima in ogni conflitto»

A volte fa strani giri la vita. Tesse mappe umane che partono da un punto, abbracciano il pianeta e tornano a casa. Veľké Slemence, il confine che collega l’Ucraina alla Slovacchia, dista circa 500 chilometri da Brno, nella Repubblica Ceca. Due città di uno Stato che oggi non esiste più, la Cecoslovacchia. E dove, 75 anni fa, nacque padre Michael Czerny, l’uomo che papa Francesco nel 2016 ha voluto accanto a sé per guidare, insieme a padre Fabio Baggio, la Sezione migranti e rifugiati del Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale, l’unico organismo vaticano che è sotto la sua diretta responsabilità.

Dicastero che, dal primo gennaio di quest’anno, il cardinale gesuita presiede come prefetto ad interim. È a quei confini familiari, dove da settimane si affollano migliaia di profughi ucraini, in quel pezzo di terra al centro dell’Europa dove affondano le sue radici, che oggi guardano gli occhi di padre Michael. «Da quando sono sottosegretario al servizio degli sfollati di ogni tipo, ho riscoperto di essere io stesso parte di una famiglia di rifugiati. Non lo avrei pensato 10-20 anni fa. Ascoltando le testimonianze dei profughi, delle persone vulnerabili e in fuga, ho riconosciuto l’eco della mia vita», dice il cardinale di santa madre Chiesa, che al collo porta la croce fatta dal legno dei barconi di Lampedusa.

SOPRAVVISUTO ALLA GUERRA

Sembra un romanzo il racconto della sua vita. Michael Czerny lascia Brno nel 1948, a due anni. La madre, Winifred Hayek Czerny, durante la Seconda guerra mondiale era stata internata nel campo di Terezin. «I suoi genitori erano cattolici, ma i nonni erano nati ebrei e lei era stava classificata come ebrea dai nazisti. Anche mio padre, Egon Czerny, era cattolico romano; ma fu internato nel campo di lavoro forzato di Postoloprty, perché rifiutò di divorziare da mia madre». Finita la guerra, appena riescono i Czerny cercano una possibilità di vita altrove e vanno in Canada, dove una famiglia, anche loro di migranti, garantisce per loro e li aiuta ad ambientarsi. «Siamo arrivati in Canada praticamente con nulla e, dieci anni dopo, ho avuto la fortuna di poter frequentare la migliore scuola di Montreal, quella dei Gesuiti». Da quell’incontro nasce un cammino: «Ero ammirato dai nostri insegnanti, dalla loro vita in comune, dai loro studi, dal loro sviluppo intellettuale e dal loro servizio missionario. Questo si è combinato con la chiamata di Dio e sono entrato nella Compagnia di Gesù». Centrale, nel percorso di discernimento che il giovane fa prima di diventare gesuita, è la scoperta del desiderio di servire Dio e gli uomini. Anni dopo padre Czerny capisce da dove veniva questa spinta interiore: «Noi che siamo sopravvissuti alla Seconda guerra mondiale, abbiamo come un debito con l’umanità. E questo dà senso alla nostra vita. Conosco molte persone della mia età che sono così. Sopravvivere non era scontato, e sentiamo la responsabilità e la gratitudine di avercela fatta».

IN MISSIONE TRA I POVERI

La sua chiamata si configura attraverso dei desideri: «Ero molto interessato a letteratura, filosofia, scienze sociali, ma non volevo vivere in un contesto universitario, bensì sociale». Gli anni che seguono vanno letti tutti attraverso questa griglia. La scelta di vivere per dieci anni in un quartiere povero di Toronto, dove fonda il Jesuit Centre for Social Faith and Justice, che si occupa di povertà e salute, Centro America e popoli indigeni…Quindi il passaggio in El Salvador, anni 1990-91, a dirigere il Centro per i diritti umani e a fare da vicedirettore all’Università del Centro America (Uca), per continuare il lavoro dei sei confratelli uccisi dai militari proprio per il loro impegno che coniugava studio, teologia e azione sociale. Nel 1992 la Compagnia lo chiama a Roma a guidare l’apostolato sociale dei Gesuiti. Quindi per 8 anni in Africa, dove si occupa dell’African Jesuit AIDS Network (Ajan), la rete di sostegno ai Gesuiti africani impegnati per la lotta contro l’Aids. Fino al 2010, quando torna per fare da assistente personale al cardinale Peter Turkson, al Pontificio consiglio della giustizia e della pace, e poi, una volta riformato il Dicastero, come uno dei due sottosegretari responsabili per la Sezione migranti e rifugiati.

COLLABORATORE DEL PAPA

La costante che lo ha accompagnato, anche in situazioni estreme, complicate e a volte pericolose, è l’idea della «libertà conquistata dandosi totalmente a Dio, nella Compagnia di Gesù. Ogni esperienza aveva il suo tempo, la sua logica e in sé il passo successivo: Canada, El Salvador, Roma, Africa». E oggi approda in Vaticano accompagnato dalla berretta rossa da cardinale, che Czerny vive «come un “reimpegno” della mia vocazione, vale a dire aiutare il Papa nel suo ministero in forma pubblica, visibile, simbolica, fino a quando ho la forza di farlo». Non si sente un po’ soffocato nella Curia romana? «Seguo l’indicazione di papa Francesco: il centro di gravità non è Roma, la Curia romana è solo un magnifico centro di servizi per le Chiese locali. E questo ci libera da certi aspetti di un governo troppo centralizzato, di persone che sono rinchiuse qui. La struttura e anche la tradizione ci isola l’uno dall’altro, ma la mia esperienza è positiva. E in questi ultimi cinque anni ho avuto la grande grazia di lavorare direttamente con Francesco». Che il Papa segua personalmente la Sezione migranti e rifugiati non è un modo di dire: «Si comporta come un responsabile di una qualunque équipe: si interessa, ascolta, incoraggia e aiuta a decidere. Ci chiede di prestare attenzione, incontrare e accompagnare coloro che hanno bisogno. Attenti alle chiamate lì dove ci sono, nella comunità, nelle Chiese». Proprio al magistero sociale di Francesco il cardinale ha dedicato un saggio edito da Lev, Fraternità segno dei tempi, scritto con don Christian Barone, un giovane teologo dogmatico. «È come un nocciolo che ha due facce: la prima parte indaga come il magistero del Papa si radica nel concilio Vaticano II. E come si completa nella Fratelli tutti. Vuole essere un’introduzione al pensiero sociale del Papa e anche al Sinodo».

PERIFERIA É DOVE DIO CHIAMA

Due delle parole chiave del pontificato sono “periferie” e “poveri”, temi ricorrenti nel lavoro del suo Dicastero: «È la centralità delle periferie: se non si comincia da lì non capiamo i gesti e le parole di Gesù. Francesco nel suo magistero ci dice che i poveri sono la misura della nostra adesione a Cristo. La periferia cambia in base anche alla nostra collocazione nel mondo, la sfida è riuscire a portare lo sguardo oltre la quotidianità. A livello personale, periferia è dove Dio ha bisogno di me per essere nostro Padre e Gesù salvatore delle persone: quella è la mia periferia». E la scelta di fare un Sinodo dei vescovi sulla sinodalità? «È un grande gesto! È straordinario, mettere questa vecchia Chiesa in movimento. È l’idea del concilio Vaticano II. Abbiamo perso la connessione per un po’ di anni, ma ora abbiamo una Chiesa che vuole accompagnare un mondo che ha tremendamente bisogno di noi, perché se non riscopriamo la fede e la speranza non possiamo continuare a vivere in questo pianeta, non avremo la forza morale di prenderci cura della casa comune». Nel libro, Czerny scrive che il magistero di papa Francesco ci invita a usare il metodo del Vaticano II. Cosa vuol dire? «Riscoprire il piacere spirituale di essere popolo di Dio e la necessità di entrare in dialogo con il mondo di oggi, serenamente, senza metterci sulla difensiva, per incontrare l’altro. E la sinodalità ha a che fare con tutto questo: mettersi nella condizione di camminare insieme e desiderare di camminare con l’umanità». Il dialogo interreligioso, tema centrale nel lavoro del Dicastero, sarà a suo parere importante per il Sinodo? «Lo è, nel senso che la chiamata a camminare nel Sinodo è inclusiva, e la chiamata a rispondere ai rifugiati non dipende da noi. Nessun servizio “samaritano” della Chiesa è solo per i cattolici. Quando ci riscopriamo figli di Dio, ridiamo valore alla persona. In quest’ottica le religioni non sono dei limiti al rispetto dei diritti ma anzi garanzia di tutela. Anche il dialogo proposto da Francesco è basato sul mutuo rispetto, sul camminare insieme, senza prevaricare, e senza perdere la propria identità».

DIGIUNO E PREGHIERA

Oggi, di fronte alla guerra in Ucraina, il prefetto fa sue le parole e gli appelli alla pace di Francesco e sottolinea ciò su cui il Papa e la Chiesa tutta si sono espressi più volte: «Chi fa la guerra dimentica l’umanità. Non parte dalla gente, non guarda alla vita concreta delle persone, ma mette davanti a tutto interessi di parte e di potere. Si affida alla logica diabolica e perversa delle armi, che è la più lontana dalla volontà di Dio. E si distanzia dalla gente comune, che vuole la pace; e che in ogni conflitto è la vera vittima, che paga sulla propria pelle le follie della guerra». È importante «creare corridoi umanitari, come chiede il Papa, e fare preghiera e digiuno per la pace, giorno dopo giorno, fino a quando le armi non avranno taciuto e una soluzione giusta sia stata cercata».

 
 
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