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C'è un dono prezioso che la televisione italiana fa ai suoi spettatori questa sera: lunedì 5 gennaio, alle 21.30, Rai 3 trasmette in prima visione "Il ragazzo e l'airone", l'ultimo film di Hayao Miyazaki. Non è un caso che la programmazione coincida con il compleanno del maestro giapponese, che oggi compie 85 anni. È un omaggio doveroso a un artista che ha rivoluzionato il cinema d'animazione mondiale, trasformandolo in una forma d'arte capace di parlare all'anima con la stessa profondità della grande letteratura.


"Il ragazzo e l'airone" è, per ammissione dello stesso Miyazaki, il suo ultimo capolavoro, il testamento artistico e culturale di una vita dedicata a raccontare l'umanità attraverso il disegno animato. Presentato al Festival di Venezia e vincitore del Golden Globe come miglior film d'animazione, questa opera rappresenta una sintesi perfetta dei temi che hanno attraversato tutta la sua produzione: l'amicizia, la famiglia, il rapporto con la morte, il dolore della guerra che soffoca ogni speranza di pace.
La trama, ispirata al romanzo "Come vivi?" di Genzaburo Yoshino, segue le vicende di Mahito, un ragazzo che durante la Seconda Guerra Mondiale perde la madre in un incendio. Trasferitosi in campagna con il padre, che si risposa con la sorella della defunta moglie, Mahito si trova ad affrontare il lutto e la difficoltà di accettare una nuova configurazione familiare. L'incontro con un misterioso airone parlante lo condurrà in un mondo fantastico dove dovrà confrontarsi con i fantasmi del passato e trovare il coraggio di guardare al futuro.
Come sempre in Miyazaki, la dimensione fantastica non è una fuga dalla realtà, ma uno strumento per comprenderla più a fondo. Il viaggio di Mahito è un percorso di elaborazione del dolore, di accettazione della morte come parte ineludibile della vita, di ricerca di un equilibrio tra memoria e presente. Il film affronta con delicatezza e senza moralismi temi universali: la perdita, il senso di colpa dei sopravvissuti, la possibilità di ricostruire legami affettivi dopo una tragedia, la necessità di trovare un significato alla propria esistenza anche quando il mondo intorno sembra crollare sotto il peso della violenza bellica.


La guerra, infatti, non è solo lo sfondo storico della narrazione, ma una presenza costante che permea ogni inquadratura. Miyazaki, nato nel 1941 in un Giappone devastato dal conflitto mondiale, ha vissuto sulla propria pelle le conseguenze della guerra e ha fatto del pacifismo uno dei pilastri della sua poetica. In "Il ragazzo e l'airone", come in molte sue opere precedenti, la critica alla violenza organizzata non è mai retorica o ideologica, ma nasce da una profonda compassione per la sofferenza umana, soprattutto quella dei più deboli e indifesi.
Le origini di un maestro
Per comprendere la grandezza di Hayao Miyazaki bisogna tornare alle sue origini. Nato a Tokyo il 5 gennaio 1941, cresce in una famiglia benestante: il padre Katsuji dirige la Miyazaki Airplane, un'azienda che produce componenti per aerei da guerra. Questo particolare biografico segnerà profondamente la sua sensibilità: da un lato il fascino per il volo e le macchine volanti, tema ricorrente in quasi tutti i suoi film; dall'altro il senso di colpa per aver beneficiato economicamente di un'industria al servizio della guerra.
La passione per il disegno e l'animazione nasce presto. Dopo gli studi in Scienze Politiche ed Economia all'Università Gakushuin, nel 1963 Miyazaki entra alla Toei Animation, uno dei principali studi di animazione giapponesi. Qui fa la gavetta come intercalatore, colui che disegna i fotogrammi intermedi tra le pose chiave, un lavoro umile ma fondamentale per imparare i segreti del movimento animato. È alla Toei che incontra Isao Takahata, regista e produttore con cui instaurerà un sodalizio artistico destinato a durare una vita.
Gli anni Settanta sono cruciali per la formazione del suo stile. Miyazaki lavora come animatore e direttore di scena per diverse serie televisive, affinando la tecnica e sviluppando quella sensibilità narrativa che lo renderà unico. Ed è proprio in questo periodo che si costruisce il ponte speciale con l'Italia.
Il legame con l'Italia: da Heidi agli Appennini
Pochi sanno che Hayao Miyazaki ha avuto un ruolo fondamentale nella realizzazione di alcune delle serie animate più amate in Italia. Nel 1974 lavora come scene designer e layout artist per "Heidi", la celebre serie animata prodotta dalla Zuiyo Eizo (poi Nippon Animation) e diretta da Isao Takahata. Il contributo di Miyazaki è determinante: non solo disegna personaggi e ambientazioni, ma compie anche un viaggio di studio in Svizzera e Germania per studiare dal vivo i paesaggi alpini, le architetture tradizionali, la vita contadina di montagna.
Questo approccio quasi documentaristico, questa attenzione maniacale al realismo ambientale diventerà un marchio di fabbrica del suo cinema. Le montagne di "Heidi" hanno la stessa tangibilità fisica, la stessa presenza poetica che ritroveremo nei boschi di "Il mio vicino Totoro" o nei paesaggi volanti di "Il castello errante di Howl". Miyazaki non disegna sfondi decorativi, ma ambienti vivi, respiranti, con cui i personaggi instaurano un dialogo continuo.


L'anno successivo partecipa come animatore chiave a "3000 leghe in cerca di mamma", tratto dal romanzo di Edmondo De Amicis "Dagli Appennini alle Ande". Anche in questo caso, il realismo documentario si fonde con la dimensione emotiva: il viaggio del piccolo Marco attraverso l'oceano e il continente sudamericano diventa metafora del percorso di crescita, della ricerca di un legame affettivo in un mondo vasto e spesso ostile.
Questi lavori, apparentemente marginali nella carriera di Miyazaki, sono invece fondamentali per capire il suo rapporto con la cultura europea e, in particolare, con quella italiana. L'Italia non è per lui un'astrazione esotica, ma una realtà geografica, culturale e umana studiata con rispetto e curiosità. Lo dimostrerà anni dopo con uno dei suoi capolavori assoluti.
Porco Rosso e l'amore per l'Italia
Nel 1992 Miyazaki realizza "Porco Rosso", un film d'animazione ambientato nell'Adriatico degli anni Trenta. Protagonista è Marco Pagot, ex asso dell'aviazione italiana trasformato da una misteriosa maledizione in un maiale antropomorfo che vive da cacciatore di taglie combattendo i pirati aerei che infestano il mare tra Italia e Croazia. "Porco Rosso" è un film profondamente italiano nell'anima. Le ambientazioni riproducono fedelmente l'architettura e i paesaggi della Dalmazia e dell'Adriatico, le canzoni sono interpretate in italiano (la memorabile "Le Temps des cerises" nella versione di Tokiko Kato), i personaggi parlano con accenti e modi di dire tipicamente nostrani. Ma soprattutto, il film respira quell'atmosfera malinconica e sognante che appartiene al miglior cinema italiano del dopoguerra.
Marco Pagot è un eroe disincantato, un uomo che ha scelto di essere maiale per non scendere a compromessi con il fascismo incombente, che preferisce la solitudine e l'esilio volontario all'adesione a un regime che disprezza. È un personaggio profondamente europeo, lontano dagli archetipi del cinema d'animazione americano: non è un eroe senza macchia, non cerca la redenzione attraverso imprese eroiche, ma semplicemente cerca di mantenere la propria dignità in un mondo che sta precipitando verso una nuova guerra.


Il rapporto con l'Italia non è folcloristico né superficiale. Miyazaki ha studiato a fondo la storia italiana del periodo, la situazione politica, l'ascesa del fascismo, la vita quotidiana della gente comune. "Porco Rosso" è anche un film sulla memoria, sul modo in cui le guerre precedenti gettano un'ombra sul presente, su come gli individui cercano di preservare la propria umanità quando i grandi eventi storici sembrano travolgerli.
Non è un caso che il film sia stato prodotto dallo Studio Ghibli, la casa di produzione fondata nel 1985 da Miyazaki insieme a Takahata e al produttore Toshio Suzuki. Ghibli (nome che deriva dal vento caldo del Sahara, ma anche da un aereo da ricognizione italiano della Seconda Guerra Mondiale) diventerà sinonimo di eccellenza nell'animazione mondiale, vincendo premi internazionali e conquistando un pubblico trasversale che va ben oltre gli appassionati di anime.
I capolavori dello Studio Ghibli
Con lo Studio Ghibli, Miyazaki può finalmente realizzare i film che ha sempre sognato, esercitando un controllo totale su ogni aspetto della produzione. Nel 1984, prima ancora della fondazione ufficiale dello studio, dirige "Nausicaä della Valle del Vento", tratto dal suo manga omonimo. Il film, ambientato in un futuro post-apocalittico dove l'umanità sopravvive ai margini di una foresta tossica abitata da insetti giganti, introduce molti dei temi che diventeranno centrali nella sua opera: l'ambientalismo, il pacifismo, la critica alla tecnologia distruttiva, la ricerca di un equilibrio tra civiltà umana e natura.
Il primo film ufficiale Ghibli è "Il castello nel cielo" (1986), avventura steampunk che narra la ricerca di Laputa, leggendaria città volante. Seguono "Il mio vicino Totoro" (1988), tenera favola sull'infanzia e sulla magia nascosta nella natura, e "Kiki - Consegne a domicilio" (1989), storia di formazione di una giovane strega che deve imparare a vivere da sola e a trovare il proprio posto nel mondo. Ma è con "Principessa Mononoke" (1997) che Miyazaki raggiunge la piena maturità artistica. Ambientato nel Giappone medievale, il film racconta lo scontro tra la Città del Ferro, avamposto della civiltà industriale, e la foresta primordiale abitata da divinità animali. Non ci sono buoni e cattivi assoluti: ogni personaggio ha le proprie ragioni, ogni scelta comporta conseguenze dolorose. Lady Eboshi, signora della Città del Ferro, è insieme un'innovatrice sociale che dà dignità ai lebbrosi e alle prostitute, e una sfruttatrice spietata delle risorse naturali. San, la principessa Mononoke cresciuta dai lupi, è insieme vittima e carnefice, angelo vendicatore e creatura ferita.
"La città incantata" (2001) segna il trionfo internazionale di Miyazaki. Il film, che racconta le avventure della piccola Chihiro in un mondo popolato da spiriti e divinità, vince l'Orso d'oro a Berlino e l'Oscar come miglior film d'animazione, portando per la prima volta l'animazione giapponese al riconoscimento dell'Academy. È un film sulla crescita, sul passaggio dall'infanzia all'età adulta, sulla necessità di imparare a cavarsela in un mondo complesso e spesso ostile, ma anche sulla possibilità di mantenere l'innocenza dello sguardo anche quando si è costretti a confrontarsi con la corruzione e la degradazione morale. Il cinema di Miyazaki non è mai didascalico o moralistico. I suoi film sono aperti, ambigui, pieni di zone d'ombra. Anche quando affronta temi impegnativi come la guerra o la distruzione ambientale, lo fa attraverso storie che toccano il cuore prima che la mente, che parlano all'intuizione emotiva dello spettatore piuttosto che al suo giudizio razionale.
Il volo come metafora
Se c'è un elemento che attraversa tutta l'opera di Miyazaki, dalle sue prime animazioni fino a "Il ragazzo e l'airone", è l'ossessione per il volo. I suoi personaggi volano in ogni modo possibile: su scope magiche, su alianti, su enormi aeroplani, su creature fantastiche, su castelli semoventi. Il cielo di Miyazaki non è mai uno sfondo neutro, ma uno spazio di libertà e di pericolo, di sogno e di incubo.
Questa ossessione ha radici biografiche evidenti: il padre che costruiva aerei da guerra, l'infanzia vissuta sotto i bombardamenti, il fascino per le macchine volanti che ha accompagnato tutto il cinema giapponese del dopoguerra. Ma nel cinema di Miyazaki il volo diventa qualcosa di più: è metafora della libertà interiore, della capacità di vedere il mondo da un punto di vista diverso, di sottrarsi ai condizionamenti e alle costrizioni terrene.


Anche "Il ragazzo e l'airone" non sfugge a questa ossessione. L'airone che guida Mahito nel mondo fantastico è una creatura alata, ambigua e inafferrabile. Il volo è qui associato al viaggio iniziatico, al passaggio tra i mondi, alla possibilità di trascendere i limiti della realtà quotidiana per accedere a verità più profonde.
L'eredità di un maestro
Hayao Miyazaki ha annunciato più volte il proprio ritiro. Lo fece dopo "Principessa Mononoke", poi dopo "Il vento si alza" (2013), film sulla vita del progettista aeronautico Jiro Horikoshi che molti consideravano il suo testamento definitivo. Ogni volta è tornato sui suoi passi, incapace di smettere di disegnare, di raccontare storie, di dare forma ai mondi che popolano la sua immaginazione. "Il ragazzo e l'airone" porta tutti i segni di un'opera testamentaria. È un film autobiografico, in cui Miyazaki mette in scena il proprio rapporto con la morte della madre, avvenuta quando era bambino, e più in generale il proprio rapporto con il lutto, la memoria, la necessità di trovare un senso alla vita anche di fronte all'assurdo della guerra e della morte.
Ma è anche un film sull'eredità artistica, sul modo in cui un creatore costruisce un mondo immaginario che gli sopravvivrà. Il mondo fantastico in cui Mahito entra è un universo che qualcuno ha costruito e che deve essere mantenuto in equilibrio da chi lo eredita. È una metafora trasparente dello Studio Ghibli stesso, di quel regno dell'immaginazione che Miyazaki ha edificato pietra su pietra, disegno su disegno, e che ora deve essere affidato a nuove generazioni di artisti.
L'eredità di Miyazaki va ben oltre lo Studio Ghibli. Ha dimostrato che l'animazione può essere un'arte maggiore, capace di esprimere la complessità dell'esperienza umana con la stessa profondità del cinema dal vero. Ha elevato il disegno animato giapponese da prodotto di consumo per bambini a forma d'arte riconosciuta e rispettata in tutto il mondo. Ha ispirato generazioni di artisti, non solo in Giappone ma ovunque, a credere che sia possibile fare un cinema d'animazione personale, poetico, impegnato.


Questa sera, mentre le immagini di "Il ragazzo e l'airone" scorreranno sugli schermi italiani, milioni di spettatori avranno la possibilità di immergersi ancora una volta nell'universo di Miyazaki. Un universo fatto di creature fantastiche e paesaggi incantati, ma anche di dolore, perdita, violenza. Un universo che non offre risposte facili, ma che continua a porre domande essenziali: come vivere in un mondo attraversato dalla guerra? Come elaborare il lutto e la perdita? Come preservare l'innocenza dello sguardo senza rinunciare alla consapevolezza? Come costruire legami autentici in una società sempre più frammentata?
Ottantacinque anni, una carriera lunga sessant'anni, capolavori che hanno segnato la storia del cinema. Eppure Hayao Miyazaki continua a disegnare, a raccontare storie, a cercare attraverso l'animazione una verità che le parole non riescono a esprimere. Il suo cinema è un dono prezioso, un invito a non smettere mai di guardare il mondo con occhi curiosi e compassionevoli, a non rassegnarsi alla brutalità della storia, a credere nella possibilità di costruire ponti tra gli esseri umani anche quando tutto sembra cospirare per dividerci.
Buon compleanno, maestro Miyazaki. E grazie per aver reso il mondo un po' più bello, un po' più magico, un po' più umano.






