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martedì 22 giugno 2021
 
I musei che resistono
 

Il direttore della Galleria degli Uffizi: "A porte chiuse ci rivolgiamo al pubblico sui social e con visite guidate online. sperando di ripartire"

15/02/2021  L'intervista al direttore Eike Schmidt. "Un museo vive anche senza visitatori, approfittiamo della chiusura per fare lavori di restauro e potenziamo la nostra presenza in rete, cercando di agganciare anche i giovani su Tik Tok"

Quando raggiungiamo al telefono il direttore della Galleria degli Uffizi Eike Schmidt alla vigilia di Natale, dobbiamo fare lo slalom tra una riunione e l’altra, e la prima domanda che viene spontanea è: che cosa fa il direttore di un museo quando è chiuso da mesi? «In verità, anche se non ci sono i visitatori c’è sempre tanto da fare. Per esempio approfittiamo della situazione per lavori di ristrutturazione all’interno della Galleria o restauro delle opere d’arte. E ci dedichiamo alle pulizie generali, con attenzione a tutti i minimi particolari. In tempi normali approfittiamo del lunedì, giorno di chiusura, oppure per lavori che richiedono più tempo, a rotazione, chiudiamo alcune sale».
Il museo però continua a mantenere un rapporto con il pubblico sui social e online.
«Certo, non solo con il pubblico abituale, ma cerchiamo di allargarci anche a quello potenziale. Siamo presenti su tutti i canali social, Facebook e Instagram sono i più seguiti, ma siamo attivi anche su Tik Tok per cercare di agganciare i giovani».
Gli Uffizi, in effetti, in tempi normali sono una delle mete privilegiate delle gite scolastiche.
«Siamo partiti già da aprile con una comunicazione rivolta ai giovani, utilizzando un linguaggio specifico, anche ironico. Facciamo parecchie iniziative destinate a loro, a partire dalla visita al museo di Chiara Ferragni. E l ’ obiettivo è stato raggiunto, tanto che quest’estate, quando il museo era aperto, non ci siamo limitati alla consueta percentuale del 18% di visitatori giovani, ma abbiamo toccato anche punte del 50%  a luglio e agosto. È importante portare la conoscenza e l’amore per questi tesori pure tra le nuove generazioni. Le forme dell’arte sono varie, e ognuno troverà qualcosa che risuona in lui. Arte non è solo quadri. È vero che siamo uno dei musei più importanti al mondo per la pittura rinascimentale, ma anche uno dei più importanti per la statuaria antica greco-romana».
Gli Uffizi sono un sistema museale che comprende altri luoghi.
«A Palazzo Pitti abbiamo il Museo della Moda e del costume, e la Galleria d’Arte moderna con l’arte dell’800 e del ’900. E poi con lo stesso biglietto si può visitare il Tesoro dei granduchi, che espone oggetti preziosi creati con tecnologie avanguardistiche, e questo spesso affascina anche chi tra i giovani di fronte a un quadro resterebbe indifferente».
La Galleria degli Uffizi è il museo più visitato d’Italia?
«Sì, lo scorso anno abbiamo quasi raggiunto la cifra record di quattro milioni e mezzo di visitatori. In alta
stagione circa la metà sono stranieri. E non solo statunitensi: vengono da Sudamerica, Australia, India, Russia, Paesi scandinavi, Polonia, Cina, Corea, Giappone. E non solamente in estate, ma distribuiti durante tutto l’anno».
In questo momento di chiusura, a livello economico come riuscite a resistere?
«Durante il primo lockdown eravamo in grado di continuare il nostro lavoro grazie al fatto che gli anni scorsi abbiamo avuto ottimi incassi. Ma da settembre sono arrivati anche i sostegni dello Stato, fondamentali per assicurare la sicurezza delle opere. Anche un museo chiuso ha dei costi, e grazie anche a questi sostegni possiamo andare avanti».
Quali sono le vostre attività?
«Durante le festività natalizie abbiamo proposto online delle visite guidate alle famiglie sul tema della
Natività. Ogni settimana facciamo delle dirette Facebook dal museo. E continuano anche a distanza le nostre attività didattiche. Ciò ci permette di mantenere un rapporto di lavoro con decine di specialisti esterni che operano con la partita Iva e che, altrimenti, non avrebbero avuto accesso alla Cassa integrazione. Al contrario, per esempio, il Metropolitan Museum di New York ha cancellato tutti i contratti con i liberi professionisti. Con le scuole abbiamo varato il programma “Ambasciatori digitali dell’arte”, un’evoluzione di “Ambasciatori dell’arte” che permetteva agli studenti delle superiori, dopo essere stati formati, di venire al museo per due settimane a fare le guide anche in lingue straniere. Ora ciò non è possibile, ma continuiamo a formarli a distanza, e in primavera, quando riapriremo, spero, potranno venire una giornata al museo per girare un video per comunicare le nostre opere d’arte. È qualcosa che attinge all’interesse dei giovani per le tecnologie, abbinando la componente digitale a quella della conoscenza e della comunicazione del patrimonio artistico».
Lei da quanti anni è il direttore degli Uffizi?
«Dalla fine del 2015. Ho vissuto negli anni Novanta in Italia tra Firenze e Bologna per scrivere la mia tesi di dottorato. Poi, nel 2001, sono andato negli Stati Uniti, prima alla National Gallery of Art di Washington, poi al Getty di Los Angeles. Dopo un anno a Londra sono tornato negli States, a Minneapolis. E infine sono stato chiamato agli Uffizi».
Un auspicio per la cultura per questo nuovo anno?
«Pochissimi luoghi storici hanno sofferto come Firenze e Venezia per l’eccessivo affollamento di turisti,
quando gli assembramenti andavano evitati. Abbiamo così sviluppato un programma di museo diffuso, prendendo contatti con tanti Comuni toscani – e alcuni romagnoli – per un’iniziativa che prenderà forma nel corso dell’anno, in modo che i visitatori possano avere una fruizione sana e sostenibile del patrimonio artistico, non riversandosi solo nelle grandi città. E questo ci permetterà anche una crescita notevole per sfruttare tutto il territorio. Abbiamo visto un depauperamento del territorio, con opere d’arte che durante la Seconda guerra mondiale sono state tolte da palazzi e chiese, messe nei depositi di grandi città e lì dimenticate. Quando i turisti vengono in Toscana per il paesaggio o l’enogastronomia possono godere anche delle opere d’arte distribuite per esempio nelle chiese. Ho visto io stesso che, in questo periodo in cui i musei sono chiusi, la gente assetata di arte riscopre i capolavori delle chiese di Firenze. Il mio auspicio è quello di vedere meno, ma più intensamente, e non limitarsi a vedere le opere più famose per il gusto di fotografarsi davanti a un quadro. E riscoprire anche il patrimonio del luogo in cui si vive».
Come vi preparate alla riapertura?
«Dal punto di vista tecnico siamo già preparati, perché sappiamo come affrontare le visite in sicurezza: grazie al protocollo sperimentato durante l’estate siamo pronti a riaprire in ogni momento. Ci auguriamo che avvenga presto, ma il vero augurio è che questa pandemia finisca, perché vedere centinaia di morti ogni giorno ci porta tanta tristezza. Questa è la nostra preoccupazione primaria».
 

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