A El Callao l’alba non arriva mai di colpo. Si annuncia lentamente, tra l’umidità che sale dalla foresta e le voci basse di chi è già in piedi. Il paese si sveglia prima del sole, come se dormire troppo fosse un lusso. Le strade sono ancora semivuote, ma qualcuno cammina già verso le miniere, qualcun altro apre una serranda arrugginita, qualcun altro aspetta soltanto che il giorno cominci, senza aspettarsi troppo.

Qui, nel sud-est del Venezuela, a quasi mille chilometri da Caracas, vive da venticinque anni don Giannino Prandelli, sacerdote bresciano, settantun anni compiuti da poco. Un compleanno iniziato all’alba con una notizia che ha attraversato il Paese come una scossa silenziosa. «Me ne sono reso conto verso le cinque», racconta. «Ho visto le immagini, ho letto delle esplosioni notturne, poi la cattura di Maduro. Un intervento rapido, preparato, ma arrivato come un fulmine».

A El Callao non si sono sentiti né spari né bombardamenti. Qui arrivano prima le voci, poi i messaggi sui telefoni, poi il silenzio. La incertidumbre, dicono tutti. L’incertezza che si deposita nelle case come la polvere rossa delle strade sterrate.

Don Giannino apre la porta della parrocchia ogni mattina. Non è un gesto simbolico: è un modo per dire che, nonostante tutto, la vita continua. La chiesa è un punto fermo in un Paese che cambia senza cambiare mai davvero. «La gente era già stanca», spiega. «Finite le feste, finiti i soldi. Quando è arrivata la notizia, molti avevano già deciso di non muoversi».

I militari presidiano le strade. Lo fanno da anni. Controllano, osservano, difendono gli interessi delle imprese minerarie statali e tengono lontane le bande clandestine. «Qui non ci sono state reazioni», dice il parroco. «Niente manifestazioni, né di gioia né di protesta. La gente ha imparato a non esporsi». È una forma di sopravvivenza. In Venezuela, mostrare troppo può costare caro.

La politica è ovunque, ma se ne parla poco. Divide le famiglie, gli amici, i vicini. «Anche nella nostra comunità», racconta don Giannino, «ci sono sostenitori del governo e dell’opposizione. Il mio compito è essere padre di tutti». Non è facile, in un Paese polarizzato fino all’osso. Serve misura, ascolto, silenzio. A volte serve soprattutto non dire.

El Callao vive d’oro. Oro che brilla sottoterra più che in superficie. Le miniere attirano giovani da tutto il Paese. Cercano fortuna, trovano fatica. Il lavoro è duro, pericoloso, spesso informale. «Ci sono stati anni difficili», ricorda il sacerdote. «Bande armate, scontri, morti». Oggi la situazione è più controllata, ma il rischio resta. Nell’ottobre scorso, una galleria si è riempita d’acqua: quattordici uomini sono morti annegati. «È successo qui», dice don Giannino. «La gente lo sa. Ma continua».

Attorno alle miniere cresce un’economia fragile. Bancarelle, piccoli commerci, venditori arrivati dalle città dove il denaro non circola più. Qui qualcosa si muove ancora. «Durante le feste», racconta, «i minatori riescono a comprare da mangiare, dei vestiti per i figli. È poco, ma è qualcosa». Un equilibrio delicatissimo, che tutti temono di perdere.

La vera paura, oggi, non è la geopolitica. È l’inflazione. I prezzi salgono ogni giorno. Il cambio tra bolívar e dollaro è spietato. «Chi non ha dollari», spiega don Giannino, «resta indietro». Gli anziani sono i più colpiti. Pensioni che non arrivano a un dollaro al mese. Sopravvivere è quasi un atto di fede.

Per questo, nella parrocchia, ogni giorno, vengono serviti centoventi pasti. Dal lunedì al venerdì. Riso, legumi, qualcosa di caldo. Ma soprattutto una sedia, un tavolo, una parola. «Gli occhi degli anziani dicono più delle parole», racconta il parroco. «C’è gratitudine, ma anche stanchezza». La Chiesa qui non fa proclami: cucina, ascolta, resta.

In altre zone si chiama olla comunitaria. Qui è una mensa che tiene insieme il paese. Altre parrocchie fanno lo stesso, in modi diversi. «È il Vangelo nella vita concreta», dice don Giannino. Un Vangelo senza retorica.

La Chiesa venezuelana cammina in equilibrio. I vescovi invitano alla calma, alla preghiera, a non lasciarsi trascinare né dalla paura né dall’entusiasmo. «Il rischio», spiega il sacerdote, «è ammalarsi dentro». Psicologicamente, spiritualmente. Per questo si insiste sulla comunità, sulla formazione dei laici, sul volontariato. «Se guardi solo a ciò che non funziona, stai male. Se guardi a ciò che puoi fare, trovi forza».

Nove milioni di venezuelani sono emigrati. Un esodo silenzioso. Chi resta lo fa per scelta, per mancanza di alternative, per amore ostinato della propria terra. «Molti vorrebbero tornare», dice don Giannino. «Ma serve prudenza. Non bisogna provocare un sistema che ha saluto essere molto crudele». Pazienza, ripete. Paciencia.

Quando parla del futuro, il sacerdote non fa previsioni. Parla di principi. Dignità della persona. Legalità. Pace. «La violenza non risolve nulla», dice. «Serve attenzione vera ai più poveri». È un messaggio semplice, quasi disarmante, in un mondo che cerca soluzioni rapide e muscolari.

A El Callao il sole sale alto e la giornata riprende. Qualcuno scende in miniera, qualcuno aspetta il pranzo in parrocchia, qualcuno semplicemente resiste. Don Giannino continua a camminare per il paese, entrando nelle case, ascoltando storie, benedicendo senza fare rumore.

Quando saluta, anche se al telefono, lo fa come fanno qui dopo la Messa o per strada, con parole che sembrano più un augurio che una formula: «Que Dios los bendiga y los acompañe siempre. Y que no pierdan la esperanza».