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martedì 28 settembre 2021
 
Il docufilm sul Papa
 
Credere

Evgeny Afineevsky: «Il Papa ci dice "Cambiamo le cose insieme"»

29/10/2020  Parla il regista del film Francesco, presentato alla Festa del cinema di Roma. «Nel Papa vedo un leader che sta aiutando il mondo a correggere i propri errori»

Un sorriso, seguito da un fugace brillio dello sguardo. Poi la risposta: «Proprio perché non sono cattolico, ho scelto di raccontare il Papa». A parlare è Evgeny Afineevsky, il regista ebreo che ha realizzato il nuovo (e già chiacchieratissimo) documentario sul Santo Padre, dal titolo Francesco.

La pellicola è stata presentata in anteprima alla Festa del cinema di Roma, aggiudicandosi anche il Kinéo Movie for Humanity Award, consegnato ad Afineevsky in Vaticano.

A conquistare è stato soprattutto il taglio innovativo del film: pur ripercorrendo tappe, battaglie e risultati del pontificato di papa Bergoglio, Francesco scavalla la mera biografia per guardare oltre: oltre la cronaca, oltre lo stesso Papa. Sotto lo sguardo di Afineevsky, il pontificato del Papa argentino diventa infatti una metafora se non addirittura una chiamata all’azione: mostra cosa è diventato il mondo, le crisi in cui sta sprofondando e come si può (e si deve) reagire se vogliamo ancora avere un futuro. Non a caso Francesco è stato concepito come il capitolo conclusivo che chiude la trilogia di documentari composta dai precedenti film, peraltro pluripremiati, Winter of fire e Cries from Syria. Il primo, realizzato nel 2015, ricostruisce la rivoluzione ucraina del 2014 ed è stato candidato all’Oscar, mentre Cries from Syria si concentra sulla guerra in Siria, raccontata attraverso le parole di militari, giornalisti, rifugiati e attivisti.

La domanda però resta: perché ha pensato proprio a Papa Francesco?

«Nel mio precedente documentario, Cries from Syria, ho visto come il governo usi la religione per dividere le persone e, al tempo stesso, ho toccato con mano quanto l’unità tra persone di etnia e confessioni differenti sia decisiva per raggiungere la vittoria. Per questo nuovo film cercavo dunque qualcosa che ci mostrasse come fermare i disastri, imparando dai nostri errori, o qualcuno che potesse unire le persone, ponendosi come esempio di vera leadership. È così che sono arrivato al Santo Padre. In Francesco non racconto il Pontefice ma l’essere umano, come me e te: al centro c’è Bergoglio, l’uomo che è in grado con le sue azioni di ispirare tutti noi».

Il film si apre con le immagini di Francesco che prega da solo per l’umanità, in una piazza San Pietro svuotata dall’epidemia: era il 27 marzo. È un modo per sottolineare la solitudine che accompagna la missione del Papa?

«Sì, per certi versi il Papa è da solo nella sua missione ed è per questo che alla fine del documentario il Papa guarda direttamente in macchina, rivolgendosi agli stessi spettatori. Fino ad allora non lo aveva mai fatto: per tutto il documentario il Papa parla con me attraverso le interviste, inedite o di archivio. Alla fine però mi, anzi ci, guarda e dice: “Unisciti a me, cambiamo le cose insieme!”. Sono inoltre voluto partire da quella piazza vuota, sottolineando il contrasto con quella, gremitissima, della elezione del Papa, perché dà l’idea di quanto sia decisivo il periodo che stiamo vivendo: per certi versi, è un po’ come se fosse il giorno del giudizio. Dobbiamo fermarci, riparare ai disastri compiuti finora e recuperare i valori importanti della vita».

In Francesco appare anche il rabbino Skorka: qual è il rapporto tra lui e il Santo Padre?

«Sono amici di lunga data, fin dai tempi dell’Argentina, come racconta lui stesso nel libro Il vocabolario di Papa Francesco. Qui tra l’altro Skorka ribadisce quanto Bergoglio sia molto, molto avanti nel dialogo interreligioso. Oggi la coesistenza tra diverse religioni è decisiva ma purtroppo in molti Paesi, a cominciare da Israele, è un risultato di là da venire. Il Papa però si spende in prima persona per il dialogo interreligioso. Basti pensare all’evento organizzato dalla Comunità Sant’Egidio a Roma lo scorso 20 ottobre: il Papa, il patriarca di Costantinopoli Bartolomeo e tutti i principali leader religiosi si sono incontrati per pregare insieme».

Nella lettera enciclica Fratelli tutti il Papa identifica la fraternità come uno strumento per vincere la crisi. Da dove si può partire per superare i limiti, religiosi e culturali, che separano i popoli?

«Dall’educazione. A sua volta però il sistema scolastico va sostenuto con esempi di vera leadership, soprattutto oggi. Mi spiego meglio. Prima della pandemia, il Papa era solito andare nelle periferie del mondo portandosi dietro i giornalisti: in questo modo riusciva ad accendere i riflettori su luoghi e realtà altrimenti dimenticati. Oggi non è più possibile viaggiare a causa del Covid. Ed è qui che lo storytelling, l’arte di raccontare in modo persuasivo, può fare la differenza: attraverso i film e i documentari possiamo continuare a tenere desta l’attenzione dell’opinione pubblica su quelle realtà. È così che, nel mio piccolo, cerco di contribuire alla cultura e all’educazione ed è questo lo spirito che anima Francesco. Sono convinto che uniti possiamo fare la differenza: presi singolarmente ognuno di noi è una goccia nell’oceano, ma insieme diventiamo un’onda travolgente».

Come è diventato regista?

«In realtà vengo dalla strada: non ho mai studiato da filmmaker, anzi ho una laurea in Medicina. Per certi versi la mia storia è simile a quella del Papa: come racconto nel documentario, quando era piccolo tutti pensavano che Bergoglio sarebbe diventato un grande medico. Poi, un giorno, lui disse alla madre: “Mamma, voglio curare le anime, non i corpi delle persone”. Credo che quello che mi abbia spinto a diventare un regista sia il desiderio di ispirare le persone, di “smuoverle”: sarà anche per questo se prediligo i film proattivi, che chiamano all’azione. In fondo il prodotto audiovisivo è un po’ come una scultura o un monumento: sopravvive al tempo e può parlare a intere generazioni a venire».

Prima di Francesco aveva già avuto modo di conoscere o frequentare Bergoglio?

«Sì, lo avevo già incontrato in precedenza: siamo amici. Ecco, se c’è un aspetto che mi affascina di Bergoglio è che ha sempre tempo per qualsiasi essere umano. Una volta gli chiesi quale fosse il suo maggior rimpianto. Mi rispose: “Non avere a disposizione giornate più lunghe per incontrare tutte le persone che vorrei”. Inoltre, nonostante sia il Papa, Bergoglio ti mette subito a tuo agio: non ti guarda dall’alto in basso ma ti parla da amico, fratello, padre. Per me lui è tutte queste cose insieme, oltre che un grande maestro di vita».

C’è un insegnamento del Papa che le sta particolarmente a cuore?

«Almeno due. Il primo lo trovate nel film ed è la frase: “Ogni santo ha un passato, ogni peccatore ha un futuro”. I peccatori siamo noi perché siamo stati noi uomini a ridurre così la Terra e a commettere i più grandi disastri mondiali, dal genocidio al dramma degli immigrati, passando per la violenza e gli abusi. Eppure, se lo vogliamo, abbiamo un futuro: basta riconoscere di avere sbagliato e rimediare. L’altro insegnamento Francesco me lo ha dato proprio in occasione nel film. Io volevo girare il documentario in un solo anno ma lui mi ha detto: “Non correre! Ogni cosa arriva a tempo debito. Sii paziente e fidati della realtà”. E così hofatto: mi sono fidato, dell’universo e di Dio».

L'Editoriale del settimanale Credere uscito in edicola il 29 ottobre 2020

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