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Undici persone morte in mezzo al mare di cui nessuno avrebbe mai saputo, se non per l’occhio dell’aereo di ricognizione Seabird che denuncia costantemente violazioni dei diritti umani nel Mediterraneo centrale come i respingimenti della guardia costiera libica.
Dopo l’allarme di Seabird ad intervenire per il recupero dei corpi è stata la Geo Barents che stava procedendo dopo due salvataggi verso il distante porto di Genova come assegnato dalle autorità italiane: «È stata una notte lunga dopo aver effettuato due soccorsi nei confronti in un barchino in vetroresina in cui viaggiavano 37 persone e un gommone con 109 persone a bordo. Con le persone soccorse a bordo ci stavamo quindi dirigendo verso il porto di Civitavecchia, poi ci hanno comunicato che il porto di sbarco sarebbe stato Genova allungando ancora il tragitto dalla zona di soccorso verso Nord. Siamo tornati indietro dopo che la Guardia costiera italiana ci ha consentito il recupero dei corpi che erano stati segnalati da Sea Watch» racconta Juan Matias Gil, capomissione di Medici Senza Frontiere.
La Geo Barents ha così ripreso il tragitto verso l’Italia con gli 11 corpi recuperati e 165 naufraghi a bordo.
«Questo è ciò che accade nel Mediterraneo, anche quando nessuno lo vede. Abbiamo provato a contattare una motovedetta libica – in inglese e in arabo – via radio, affinché recuperasse i corpi, ma da loro non c’è stata alcuna risposta. Per loro e per l’Unione Europea queste persone non valgono nulla neanche da morte», commenta la Ong Sea Watch.
Le Ong impegnate nel Mediterraneo centrale lanciano ancora una volta un appello affinché venga creato un meccanismo di soccorso per salvare le persone in mare non delegando alla guardia costiera libica.




