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martedì 19 ottobre 2021
 
 

Il parere degli insegnanti

17/06/2013 

La linea di partenza è stata oltrepassata il 7 maggio scorso, nelle scuole elementari. Il 14 maggio la prova Invalsi è arrivata in prima media e il 16 in seconda superiore. Giugno è il mese del traguardo, l’esame di Stato di terza media il luogo d’arrivo. Il test non è solo il più temuto dai ragazzi, ma è quello che più di ogni altro divide gli insegnanti in blocchi contrapposti, favorevoli da una parte contrari dall’altra. La prova Invalsi è stata Istituita nel 2007, prende il nome dall’Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema Educativo di istruzione e Formazione che la predispone, ed è uguale in tutta Italia.

Quest'anno arriva tra i banchi lunedì 17 alle 8,30 del mattino: 75 minuti dedicati ai quesititi di Italiano e altrettanti a quelli di matematica. Nessun docente delle due materie può essere presente e nessun docente della classe può fare sorveglianza: niente suggerimenti, nemmeno incroci di sguardi. Si raccomanda, poi, che la prova avvenga in un locale adeguato, possibilmente in corridoio si scrive, per consentire che i banchi siano disposti a conveniente distanza.

«Ritengo che offra l’occasione di una riflessione costruttiva sul proprio insegnamento e che, attraverso il Quadro di riferimento delle prove Invalsi (un documento che esplicita i punti di riferimento concettuali e i criteri operativi utilizzati nella costruzione delle prove, ndr) fornisca la proposta di una didattica finalizzata a superare gli aspetti e i livelli di criticità», spiega Luisa Mangiagalli, docente di Lettere e quest’anno presidente di commissione dell’esame di Stato in una scuola media di Milano. E prosegue: «Ritengo positiva, inoltre, la rilevazione dei dati confrontabili su scala nazionale e la possibilità di far emergere anche le eccellenze in una scuola che si spende legittimamente per l’inclusione di tutti e di ciascuno».

 


Ma proprio sull’inclusione qualcuno dissente: «La prova viene somministrata sia ai ragazzi italiani sia a quelli stranieri indipendentemente da quanti anni di frequenza nella scuola italiana abbiano, e quindi della loro familiarità con la lingua», spiega Cristina Vitali, responsabile dell’integrazione degli stranieri alla scuola media G. Puecher di Milano. «I test invalsi di Italiano», prosegue, «richiedono una competenza linguistica molto elevata, quella che raggiunge un parlante nativo che ha avuto adeguati stimoli familiari e scolastici. Gli alunni stranieri arrivati in Italia durante il percorso di studi, soprattutto se l’ingresso è recente, non sono assolutamente in grado di svolgere questa prova, che viene valutata per tutti allo stesso modo e contribuisce, facendo media, al voto finale d’esame.

Avrebbe più senso che si svolgessero test differenziati». Adriana Cometti, vicepreside, allarga la prospettiva: «L’Invalsi dovrebbe misurare i livelli di apprendimento degli studenti con lo scopo di individuare quali interventi specifici si rendono necessari per migliorare l’offerta formativa. In realtà l’unico effetto che ha è creare una malsana competizione tra le scuole. Così come è oggi, obbligatoria in tutta Italia e rigidamente strutturata, non tiene minimamente conto delle differenze tra istituti, soprattutto rispetto ai livelli di partenza degli alunni. Se è necessario, forse sì, avere un’idea dei livelli di apprendimento della scuola italiana (ma non solo in italiano e matematica) questi si possono rilevare su base campionaria: non siamo forse nell’epoca dei sondaggi “scientifici”?».

La tendenza, però, va da un’altra parte: le prove arriveranno anche alla Maturità, con una valenza di orientamento post scolastico, universitario. «Nelle seconde superiori sono strutturate in modo intelligente, l’impostazione è corretta anche dal punto di vista del lavoro scolastico: in seconda liceo tutti dovrebbero poter comprendere un testo dal punto di vista lessicale e del senso e dovrebbero possedere adeguate competenze grammaticali», spiega Silvia Macchi, docente di Italiano e Latino all’Istituto di Istruzione Superiore Nicola Moreschi di Milano. Per il futuro, aggiunge: «In quinta superiore? Sì, meglio l’Invalsi dell’esame di maturità, dove sono presenti elementi soggettivi e commissioni diverse in ogni scuola italiana. L’Invalsi garantirebbe un dato di maggiore oggettività e un orientamento, valido, per la scelta universitaria».

Ma per quest’anno, ancora, solo qualche polemica, niente paura: la partenza, per i maturandi, è prevista a pieno regime soltanto nel 2015.

 
 
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