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lunedì 06 dicembre 2021
 
Teatro
 

Una Maria fin troppo umana

23/11/2015  Marco Tullio giordana ha portato al Gobetti di Torino "Il testamento di Maria" di Colm Tóibín. Michela Cescon interpreta con bravura una donna che legge la vicenda del figlio senza lo sguardo della fede.

Marco Tullio Giordana che, oltre al cinema e alla fiction tv, si dedica da tempo, con la serietà che contraddistingue i suoi lavori, al teatro, dirige un’intensa interpretazione dell’attrice Michela Cescon, in Il testamento di Maria dell’irlandese Colm Tóibín, testo in cui Maria, in contrasto con la tradizione, non accetta il destino del figlio e di lei stessa, quale madre terrena.

Dal monologo della Cescon e dalla regia di Marco Tullio Giordana, in una scena spoglia con una luce fioca, non bisogna aspettarsi l’iconografia della Madonna a cui si è abituati, ma, facendosi trasportare dalle parole dell’attrice, si conosce una madre semplice, dura, a cui la Cescon attribuisce anche le caratteristiche inconsuete della donna anziana. L’adattamento che il regista Marco Tullio Giordana propone, insieme a Marco Perisse, sottolinea l’aspetto solo umano del dolore di Maria che, immaginando di parlare con due apostoli, che chiama ora custodi, ora protettori, ora  guardie - quando teme che siano lì per controllarla - rievoca il passato, parlando in prima persona e riportando frasi di altri ed episodi vissuti, per darne una sua versione, spesso opposta a quella di coloro che raccolgono le sue testimonianze per diffondere la predicazione del figlio. 

Non occorrono altri attori e altre voci perché il dramma è tutto interiore, tutto concentrato sulla donna che indaga nel profondo del suo animo, sentendosi in colpa per non aver potuto salvare suo figlio, allontanandolo da idee che lei non comprende, tanto che, quando gli apostoli le parlano del motivo della sua morte, afferma, lasciando gli spettatori impietriti: «se voleva redimere il mondo vi dico che non ne valeva la pena.»

Il nucleo dello spettacolo ruota infatti intorno proprio all’incomprensione della madre della missione del figlio: vede il figlio come un ribelle, che frequenta uomini da lei ritenuti «disadattati, eccentrici e ribelli» che hanno accresciuto la sua smania di visibilità, mentre lei non lo considera mai il “figlio di Dio.” 

La Cescon riesce nell’intento di trasmettere il dolore, lo spaesamento e l’impotenza di una madre, con parole ora di rabbia, ora di tenerezza, ora di scetticismo, ma sottolinea anche con determinazione la mancanza di fede di Maria nella predicazione del figlio, quando  mostra una statuetta di Artemide a cui si rivolge nei momenti di sconforto, poiché, dopo aver visto la  statua della dea nel tempio, ha provato un senso di pace, alimentando il suo paganesimo.

Racconta poi da un punto di vista anticonvenzionale e distorto alcuni episodi evangelici in cui Gesù appare come un giovane fragile, ma arrogante,
spinto dall’ambizione a ricoprire un ruolo da protagonista della storia. Nella risurrezione di Lazzaro, sottolinea come i morti debbano essere lasciati in pace, durante  le nozze di Cana descrive Gesù vestito in modo appariscente che  trasforma l’acqua in vino solo per farsi notare dalla gente che, accorsa dopo gli altri miracoli, vuole vedere le sue prodezze. Attonita dal comportamento cambiato del  figlio, ricorda con dolcezza quando era un bambino e le tendeva la mano per camminare, mentre ora riceve da lui solo parole di sdegno.

L’unico modo per comprendere lo spettacolo è considerare appunto il dolore di una madre qualunque colpita dal più terribile dolore di doversi separare troppo presto dalla propria creatura:
la Cescon, mentre commenta le fasi salienti della vita di suo figlio, non ha neppure la forza di pronunciare il suo nome, ma lo chiama “lui”, “mio figlio”, “nostro figlio”, “colui che era qui”, “il vostro amico”. Ci si lascia così coivolgere dai racconti di scene di vita quotidiana: quando gli apostoli venivano a pranzo, il figlio disquisiva in modo pomposo di argomenti noiosi per la madre che aspettava di restare sola con lui per riavere il suo un ragazzo dolce e garbato; commovente è il ricordo del giorno in cui lo ha visto lasciare la sua casa per partire: mentre Maria gli preparava le poche cose necessarie, rifletteva con tristezza sul suo comportamento dei giorni precedenti in cui, per abituarsi a non sentirne la mancanza, cercava di non stargli troppo vicino.

Ma toccante e allo stesso tempo più anticonvenzionale è quando la Maria della Cescon rievoca in modo concitato la condanna a morte di Gesù.
Confusa  tra la folla, spera fino all’ultimo nella salvezza, tocca punte di liricità profonda quando ricorda lo sguardo scambiatosi tra madre e figlio durante la salita al Golgota, quando descrive Gesù nei minimi particolari indebolito dalle spine conficcate nella fronte, sofferente inchiodato alla croce e si tormenta per non essere corsa ad abbracciarlo per paura.

Arriva però il momento più sconvolgente:
Maria fugge di fronte al dolore, ammettendo senza remore che non riesce a sopportare l’agonia di suo figlio in croce e che teme di essere perseguitata anche lei e addirittura non si occupa di riprendere la salma del figlio, lasciando che siano gli altri a farlo, limitandosi a ripercorrere solo in sogno la deposizione e la sepoltura come consolazione per non averle vissute. E se la Cescon nel momento più difficile dello spettacolo commuove nel rievocare  la felicità di quando rientrava a casa e sentiva i passi del suo bambino andarle incontro o risente il battito del suo cuore quando era incinta, ora appare chiaramente senza la pietà con cui ne raccoglie le spoglie mortali, senza la forza di Maria. Così una domanda resta aperta: come può una madre fuggire di fronte alla morte di un figlio così amato?   

DOVE & QUANDO

  

IL TESTAMENTO DI MARIA di Colm Tóibín. Adattamento e traduzione Marco Tullio Giordana e Marco Perisse. Con Michela Cescon. Regia di Marco Tullio Giordana. Scene, costumi, luci di Gianni Carluccio. Produzione Teatro Stabile di Torino - Teatro Nazionale/Teatro Stabile del Veneto - Teatro Nazionale in collaborazione con Zachar Produzioni. Dal 17 al 29 novembre 2015 al Teatro Gobetti di Torino, dal 2 al 6 Dicembre 2015 al Teatro Goldoni di Venezia, 7 Dicembre 2015 al Teatro Remondini di Bassano Del Grappa (Vi), dal 9 al 13 Dicembre 2015 al Teatro Verdi di Padova, 9 Gennaio 2016 |al Teatro S. Domenico, Crema (Cr), dal 12 al 17 Gennaio 2016 al Teatro Nuovo di Verona, dall’1 al 3 Aprile 2016 al Teatro Comunale di Treviso, 9 Aprile 2016 al Teatro Comunale, Belluno. Info: Teatro Stabile di Torino, telefono 0115169555, numero verde 800235333, www.teatrostabiletorino.it  

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