«Nessuna guerra è santa. Mai la guerra può essere fatta in nome di Dio! Sì, solo la pace è santa». Lo ribadiscono con forza i leader delle diverse confessioni religiose al termine dell’incontro “Pace disarmata e disarmante” a 40 anni dalla storica convocazione che Giovanni Paolo II fece proprio qui ad Assisi.

Un incontro al quale papa Leone, come spiega nel videomessaggio inviato da Roma, avrebbe desiderato essere presente «per vedere i vostri volti e dare insieme una bella testimonianza che vivere da fratelli e sorelle è già possibile!».

Papa Leone, videomessaggio ad Assisi

Tre giorni di confronto e preghiera per dire, con le parole di Leone che «la preghiera può sembrare debole di fronte alle potenze del mondo, ma è la forza umile dei credenti». Per questo i leader religiosi, sottolinea il Pontefice, si rivolgono a «Dio che dona la pace: tocchi il cuore di chi vuole la guerra e il terrorismo. E non dimentichiamolo: non si prega mai invano! La preghiera è scuola di dialogo con Dio, con le persone e con tutte le creature. Pensiamo a San Francesco, di cui abbiamo celebrato l’ottavo centenario della morte. Il mondo ha bisogno di dialogo. Il cammino di Assisi impegna i leader religiosi a far crescere il clima di dialogo tra i fedeli e nella società, perché al linguaggio dell’arroganza si sostituisca quello della pace, del negoziato, della comprensione».

Momenti della preghiera dei cristiani nella basilica inferiore di San Francesco ad Assisi (ANSA)

Un cammino, quello cominciato 40 anni fa, che non è stato vano. Quanti muri sono caduti dal 27 ottobre 1986, quante guerre sono finite, quanti progetti di riconciliazione sono stati avviati. Perché sebbene oggi la guerra stia tornando prepotentemente a dettare l’agenda delle Nazioni, c’è ancora un’umanità che anela alla pace e costruisce ponti. «Non come annullamento delle differenze», è stato detto nei 24 panel di dibattito, «ma come unione tra due sponde, come legami di fratellanza».

Ci si commuove quando il patriarca Bartolomeo invoca lo scambio della pace, quando le religioni, insieme, auspicano che «ogni luogo di culto e di preghiera diventi casa di pace e solidarietà umana!». Le diverse fedi possono offrire a tutti «quello che hanno ricevuto da Dio: l’amore, la sapienza, il valore della vita, la conoscenza delle debolezze umane, il perdono». Consapevoli «che i popoli hanno un destino comune. Perché nessuno si salva da solo, neanche le nazioni».

Le religioni si ritrovano in luoghi differenti per pregare, come già auspicava Giovanni Paolo II, «non uno contro l’altro, ma l’uno accanto all’altro» Nessun sincretismo, ma il comune anelito alla pace. E se, come richiama il Pontefice citando il suo predecessore, «l’indimenticabile Giornata dell’ottobre 1986: “Non poteva e non doveva restare un evento isolato”», i cinquemila presenti ad Assisi testimoniano che quel cammino è stato continuato.

E Assisi testimonia che la pace non appartiene agli specialisti, ma è un cantiere aperto a tutti. Un cantiere dove ognuno porta il proprio mattone, la propria storia, la propria ferita. E dove la memoria di quattro decenni diventa argine credibile alla logica del riarmo e della paura.
L’appello finale chiede di trasformare «le armi e le spese per gli armamenti in acqua, cibo, scuola, lavoro, aria pulita». Non un’utopia da salotto, ma una richiesta concreta, che affonda le radici in quarant’anni di preghiera e di lavoro silenzioso. E che prosegue anche con proposte semplici, ma significative. Monsignor Felice Accrocca, vescovo della città, annuncia un corso di laurea su “Processo di pace, coinvolgimento dell’opinione pubblica, attività di sensibilizzazione, cultura ed etica”; parla di volontariato e di preghiera dove «ebrei e palestinesi insieme, così come russi e ucraini» possano condividere un’esperienza di bene. «Ciò che è seminato nella pace produrrà frutti di pace», ricorda il vescovo, citando Dante e san Francesco. E se è vero che questi 40 anni non sono stati solo successi, è anche fondamentale ricordare, come ha fatto Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio, che lo spirito di Assisi «ci ha preservato dalla paura e dal pessimismo sterile». Senza di esso, «ci saremmo spaventati anche noi molto di più davanti ai tanti episodi di terrorismo e guerra di questi anni». È la forza di chi non ha mai rinunciato a dialogare, «anche in tempi di scontro di civiltà». La pace, insomma, non è l’assenza di conflitto, ma la capacità di attraversarlo senza perdere la propria umanità. Ne è testimonianza Koko Kondo, sopravvissuta di Hiroshima, che porta nel cuore «tutti i bambini che ancora oggi vivono sotto le bombe». Il suo appello ai giovani è un passaggio di testimone: «Dove noi adulti abbiamo fallito, vi prego, non arrendetevi». E Touch Sarith, monaco buddista che già aveva partecipato all’incontro con Giovanni Paolo II, ricorda il freddo di quel 1986 e il calore di una piazza che, nonostante tutto, brillava come in un giorno d’estate. La sua preghiera finale è un augurio universale: «Che non vi sia ostilità, che tutti vivano in sicurezza… che la pace regni nel mondo intero».

La piazza guarda in faccia la realtà dell’oggi, ma coltiva anche la speranza. Papa Leone ricorda la «preoccupante riabilitazione della guerra, come strumento di politica internazionale». Riabilitazione che tradisce «così la memoria del Novecento e l’inutile strage di milioni di vite umane». Ma è «proprio in questi tempi di cultura della potenza» che «c’è bisogno di far crescere lo spirito di Assisi, che è rifiuto della legittimazione religiosa della guerra, spirito di mediazione e dialogo, esperienza contemplativa e azione creativa per un futuro di pace. Sì, perché la pace deve tornare a essere l’ideale comune dei popoli, la stella che guida ogni nostra scelta, il criterio che smaschera l’ingiustizia, l’orizzonte comune di tutte le genti».

Dunque, insiste Leone, «dobbiamo ricostruire ovunque la pace, non preparare altre guerre! La guerra non può mai essere fatta in nome di Dio! Per noi credenti, “combattere in nome della religione significa, in realtà, colpire la religione stessa”».

Per questo i leader religiosi fanno appello comune a non moltiplicare «nei cuori e alle frontiere quei muri che impediscono di vedere l’altro come fratello, come sorella. Ricordiamocelo: solo la pace è la vera cura dalla paura, disarma i cuori con il dialogo, ci fa riconoscere in tutti i popoli i tratti della stessa umanità». E insieme invocano «l’Onnipotente» perché voglia «concedere al mondo il dono preziosissimo della Pace di cui l’umanità ha oggi bisogno come non mai».

Al termine è stato anche annunciato che la prossima edizione dello Spirito di Assisi sarà a Genova. L’annuncio è stato dasto dall’arcivescovo della città, monsignor Marco Tasca.

testo integrale dell’appello

PACE DISARMATA E DISARMANTE - ASSISI 2026

Donne e uomini di differenti religioni, persone di buona volontà, ci siamo raccolti ad Assisi, consapevoli che la pace è un “cantiere aperto a tutti”, e di tutti è la responsabilità per trovare le strade per una “pace disarmata e disarmante”.

In questi 40 anni abbiamo pregato, sognato e lavorato per un mondo più fraterno e senza guerra. Abbiamo sperimentato la forza storica della preghiera. Abbiamo visto cadere il Muro di Berlino e tanti muri che dividevano il mondo da generazioni. Abbiamo visto guerre che si prolungavano da anni chiudersi con accordi di pace. Abbiamo visto ridursi il terribile armamento nucleare. È diventato più evidente l’anelito dei popoli usciti dal Secondo Conflitto mondiale, che chiedevano: “Mai più la guerra”.

Il mondo oggi soffre per mancanza di dialogo e di visioni: questo mette a rischio le più grandi conquiste dell’umanità e la salvaguardia della terra. Non possiamo lasciare che il mondo ceda definitivamente alla logica della guerra e del conflitto nelle relazioni internazionali. Con la forza debole dei credenti, a nome dell’umanità, ripetiamo con le nostre parole l'appello degli antichi profeti: trasformiamo le armi e le spese per gli armamenti in acqua, cibo, scuola, lavoro, aria pulita, città vivibili per tutte le generazioni, cure accessibili a tutti.

“Siamo tutti sulla stessa barca”: ce lo mostrano le pandemie, la crisi climatica, le guerre, le migrazioni, il rischio nucleare e il riarmo, le sfide dell’I.A. Per questo è decisivo allargare il dialogo. Abbiamo bisogno di un dialogo planetario per il bene dell’umanità.

O riusciremo a porre fine alle guerre o davvero le guerre porranno fine all’umanità. Il mondo, nostra casa comune, è uno solo: ci è stato dato in eredità e tale dobbiamo lasciarlo alle future generazioni. Liberiamolo allora dall’incubo nucleare! Il riarmo è un piano inclinato: de-escalation!

Non moltiplichiamo nei cuori e alle frontiere quei muri che impediscono di vedere l’altro come fratello, come sorella. Ricordiamocelo: solo la pace è la vera cura dalla paura, disarma i cuori con il dialogo, ci fa riconoscere in tutti i popoli i tratti della stessa umanità.

Basta con le guerre! Basta con la cultura della guerra, scegliamo la creatività del dialogo e l’audacia della pace, per guarire il mondo dalla malattia della guerra e ridurre i conflitti sociali. Chiediamo di rinunciare al culto della forza e alla pedagogia della paura e del sangue, che fa confondere la linea tra bene e male: anestetizza il senso di umanità e favorisce la cultura di morte. È ora di riabilitare la pace.

Che ogni luogo di culto e di preghiera diventi casa di pace e solidarietà umana! Le religioni offrono quello che hanno ricevuto da Dio: l’amore, la sapienza, il valore della vita, la conoscenza delle debolezze umane, il perdono. Sono sempre più consapevoli che i popoli hanno un destino comune. Perché nessuno si salva da solo, neanche le nazioni.

Scegliamo per una cultura e una pedagogia della non violenza e del dialogo.

Nessuna guerra è santa. Mai la guerra può essere fatta in nome di Dio! Sì, solo la pace è santa.

Voglia l’Onnipotente concedere al mondo il dono preziosissimo della Pace di cui l’umanità ha oggi bisogno come non mai.

Assisi, 27 ottobre 2026