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C’è un tema che serpeggia nei distinguo che hanno seguito le 98 astensioni al voto sulla Commissione proposta da Liliana Segre con quel tema è la strumentalizzazione, l’idea che la senatrice a vita si sia prestata a lasciarsi adoperare per fini politici altrui, un’offesa neanche tanto sottile alla libertà, all’autonomia, all’innegabile lucidità di Liliana Segre.
È il tema che più di ogni altro indigna il figlio della senatrice, Alberto Belli Paci, che ha scritto, agli astenuti in Senato e a chi ripete questo mantra della strumentalizzazione, una dura lettera aperta pubblicata il 3 novembre 2019 sul Corriere della Sera con queste parole: «Guardatevi dentro alla vostra coscienza» scrive Alberto Belli Paci, «Ma voi credete davvero che mia madre sia una che si fa strumentalizzare? Con quel numero sul braccio, 75190, impresso sulla carne di una bambina? Credete davvero che lei si lasci usare da qualcuno per vantaggi politici di una parte politica in particolare? Siete fuori strada. Tutti. Talmente abituati a spaccare il capello in quattro da non essere nemmeno più capaci di guardarvi dentro. Lei si aspettava accoglienza solidarietà, umanità, etica, un concetto ecumenico senza steccati, invece ha trovato indifferenza al suo desiderio di giustizia».
«A voi», scrive, «che non vi alzate in piedi davanti a una donna di 89 anni venuta da sola (lei sì) per proporre un concetto libero dalla politica, un concetto morale, un invito che chiunque avrebbero dovuto accogliere in un mondo normale (…). A voi dico: io credo che non vi meritiate Liliana Segre».





