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domenica 21 luglio 2024
 
Dopo tutto
 
Credere

L'università è luogo di confronto e discussione, non di picchettaggi

11/04/2024  «Le Facoltà ribollono di proteste contro Israele, ma non è successo nulla quando Hamas ha ucciso decine di innocenti...» Dalla rubrica di Credere "Dopo tutto" di Monica Mondo

Ribollono le università italiane. Proteste, occupazioni, rivendicazioni. Le stragi di Gaza infiammano soprattutto i giovani, e non può essere altrimenti. Peccato che la giusta indignazione, la rabbia montino sempre e soltanto dove punta le freccia dell’ideologia e dell’appartenenza politica, e che l’obiettivo sia sbagliato, distorto, appositamente. Ovvero: perché contestare gli accordi con università israeliane, perché tentare di impedire o proprio cancellare scambi culturali, incontri e accoglienza di studenti? Che c’entrano gli studenti universitari di Israele, che ha tra i migliori centri di ricerca al mondo, con le decisioni del loro governo? Perché derubare loro e noi della possibilità di lavorare insieme, e di ragionare insieme? Si chiama università non a caso: è nata con l’intento, nell’“oscuro Medioevo”, di far comunicare le scienze e le coscienze, di vari Paesi, di varie culture.

Non specialismi, ma un ampio orizzonte perché il sapere sia condiviso, e cresca, si approfondisca nella condivisione. E che c’entrano insulti ai rettori e blocco delle lezioni? Aiutano i cittadini di Gaza? Allora il loro scopo è un altro, ci sia meno ipocrisia ad ammetterlo. Ma l’opposizione politica si fa nelle sedi della politica. A scuola si studia, si riflette, si dialoga. No, non è poco. Abbiamo un altissimo tasso di abbandono dei corsi universitari, un numero spropositato di fuori corso. E l’università ha come primo compito quello di preparare. Non di perder tempo con decisioni vitali quale il regolamento che impone tutte le cariche al femminile, come risarcimento al secolare dominio del patriarcato. Certo che l’università è luogo di scambio di idee e dunque di discussione, anche aspra. Ma i picchetti di infausta memoria son contrari alla libertà di espressione altrui, e spesso sfociano in violenza, perché sono violenti in sé. Poi, a dirla tutta, non si sono visti picchetti, blocchi delle lezioni, proteste di universitari in piazza dopo il massacro del 7 ottobre. Nessuna esplosione di rabbia per i bambini e le donne stuprate. Come se in qualche modo per la sola appartenenza al popolo di Israele – al popolo ebraico? – potessero meritarla, quella ­ fine? Nessuno lo ammetterebbe, ma dire che Israele è assassino, accusare il tutto per una parte, dire che lo stato di Palestina deve andare dal Giordano al mare signi­fica negare la sua esistenza e gli sforzi di chi continua a credere nella formula «due popoli due Stati».

Ma non ho visto università occupate neanche per le ragazze iraniane picchiate e uccise perché non portano il velo, al massimo qualche taglio di ciocche di capelli sui social, fa fine e non impegna. Perché? Chi spinge tanti studenti nel nostro Occidente afflitto da sensi di colpa storici a svelenire e parteggiare a prescindere perfino per i terroristi, sventolando le loro bandiere? Le università si sono incendiate per supportare l’avvento del nazismo. Le università hanno covato chi ha impugnato le P38 e voleva sovvertire l’ingiustizia con la somma ingiustizia. Possibile che nessun agit prop o leaderino che fomenta gli studenti si ricordi? E i cosiddetti senatori accademici, tutti avidi o complici?

 

 
 
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