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La bacchettata della Crusca: parlate di "richiamo", "booster" non si capisce

08/11/2021  L'Accademia della Crusca bacchetta le autorità sanitarie: perché sostituire il "richiamo" del vaccino, che tutti capiscono, con l'inglese "booster" rischiando di mancare il bersaglio della comunicazione?

L’accademia della Crusca bacchetta le autorità sanitarie impegnate nel contrasto alla pandemia: lasciate stare il “booster” chiamatelo “richiamo” o almeno traducetelo perché diversamente la comunicazione manca il bersaglio. «Booster», spiegano i linguisti del gruppo Incipit di cui fa parte tra gli altri Claudio Marazzini presidente dell’Accademia della Crusca e storico titolare della rubrica Parlare e scrivere su Famiglia Cristiana e che ha il compito di monitorare le nuove parole che si affacciano all’italiano, «ha in inglese, in campo medico, un significato tecnico molto preciso, registrato dall’Oxford English Dictionary: si tratta di una dose di vaccino che accresce e rinnova gli effetti di un’inoculazione precedente. In italiano, in questi casi, la letteratura medica usa fin dalla prima metà dello scorso secolo la parola “richiamo”.

Che bisogno c’era si chiedono i linguisti di cambiare, dato che “richiamo” è parola conosciuta e familiare al pubblico italiano, anche nell’uso medico, perché molti l’hanno già incontrata proprio in campo vaccinale: per esempio sono comuni da anni i “richiami dell’antitetanica”, e nessuno ha mai contestato questo termine»?. E invece, dicono: «La parola booster è stata usata ora in una circolare del ministero della salute del 27.9.21, firmata dal prof. Rezza («Avvio della somministrazione di dosi “booster” nell’ambito della campagna di vaccinazione anti SARS-CoV-2/COVID-19».

Non è un problema di campanilismo, né di purismo linguistico, spiegano, ma di mandare o meno il messaggio a destinazione: «La diffusione indiscriminata e acritica, tramite media, del termine booster da solo, senza l’equivalente italiano, che pure esiste, mostra che ancora una volta si è persa una buona occasione per aiutare gli italiani a capire facilmente quello che viene loro proposto, combattendo meglio, grazie a ciò che è già linguisticamente ben noto, eventuali timori o resistenze. L’abuso del termine booster rappresenta dunque prima di tutto un errore nella comunicazione sociale».

E lì, data l’inutilità forse controproducente in un momento in cui capire bene le cose significa fare scelte che possono salvare vite, s’avanza un dubbio malizioso: «C’è poi da chiedersi se si intenda così “educare” una volta di più all’abbandono della nostra lingua, o dimostrare che l’italiano non ha parole adatte per le esigenze attuali. Ma quest’ultimo assunto non risulta vero, perché “richiamo”, per i vaccini, come abbiamo detto, esiste da anni».

Il fatto che lo capiscano tutti, che appartenga all’esperienza dell’infanzia di tutti noi, dovrebbe essere un valore aggiunto: chi non capisce non si fida. Chi capisce sceglie con maggiore consapevolezza. Si può forse convincere un ultrasessantenne a farsi il «richiamo» di un vaccino come tante volte ha fatto nella vita, ma lo si respingerà in una nicchia di incomprensione proponendogli un «booster» di cui non capisce il significato a cominciare dalle parole.

 
 
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