Dalla Guinea a Catania fino agli Oscar. Come più volte raccontato dal regista Matteo Garrone ad ispirare il film Io, capitano oggi nella cinquina dei film internazionali agli Oscar e già premiato alla Mostra del cinema di Venezia c’è una storia autentica, quella di Fofana Amara, per tutti semplicemente Fof.  Oggi ha 25 anni e vive a Liegi in Belgio dove fa l’operaio in un’azienda di logistica: «Sono felicissimo, vediamo come andrà a finire», dice mentre sta per raggiungere una delle tante conferenze che parlano del film ispirato alla sua storia e comune a quella di tanti altri migranti subsahariani.

Fofana Amara aveva 15 anni quella mattina di luglio del 2014 quando insieme a 250 naufraghi soccorsi dalla Marina Militare era approdato al porto di Augusta, in provincia di Siracusa. Era l’anno dell’operazione Mare Nostrum voluta dall’Italia e dall’Europa a seguito della strage del 3 ottobre 2013 di Lampedusa in cui morirono 368 persone. Fofana fu accusato di essere lo scafista, “mestiere” che spesso si è costretti a fare dopo essere stati bastonato a colpi di fucile, con un mitra puntato alla testa o magari perché si sa parlare l’inglese riuscendo così a mantenere le comunicazioni durante la fase dei soccorsi. E se non è mai stato al timone di una barca ai trafficanti di esseri umani proprio non importa.

Il ragazzino Fofana è una di queste vittime, scafista forzato, scafista per necessità. «Quando sono sbarcato avevo paura, non sapevo quello che mi sarebbe aspettato». Fofana viene portato nel carcere di Cavadonna a Siracusa, ma il giudice studiando la sua storia e ascoltando le testimonianze degli altri naufraghi che lo ritraggono come «colui che li ha salvati» gli concede un periodo di messa alla prova di due anni.

Fofana viene accolto nella comunità Prospettiva di Catania, mediatori e volontari si prendono cura del minore con professionalità e amore. In pochissimo tempo apprende la lingua italiana e ottiene la licenza di terza media. Si iscrive all’istituto nautico della città ai piedi dell’Etna, i compagni e la direttrice Brigida Morsellino lo sostengono: «All’inizio era un po’ impaurito, ma si è integrato subito, era un ragazzo che voleva imparare e si impegnava in tutte le attività, i professori vedevano in lui una risorsa. Per noi è sempre stato Fof», racconta la direttrice del nautico di Catania. Matteo Garrone in quegli anni viene a conoscenza della storia di Fofana proprio dopo un incontro con la comunità Prospettiva.

Fofana è amato da tutti, nel 2016 partecipa a delle attività formative con la Lega Navale di Catania. Lui accusato di essere scafista veniva formato per fare lo skipper all’interno di progetti destinati a ragazzi disabili e ad anziani: «Per me era come un figlio. Mi aiutava a far salire quei ragazzi in barca ed era diventato a tutti gli effetti il mio primo assistente. Mi ricordo quando ha mangiato il primo piatto di spaghetti a casa, era felice. Abbiamo girato le isole della Sicilia, l’Italia intera e ora che è in Belgio credo che tutti noi abbiamo perso una grande risorsa. Abbiamo creduto in lui, lo abbiamo formato e ce lo siamo fatti scappare», ricorda Domenico Nicotra a quel tempo presidente della Lega Navale di Catania. 

Fofana riguarda la sua storia e sente più di un brivido: «Rivivere tutto quello che ho attraversato è triste, ma al tempo stesso credo che questo film possa far riflettere perché sono tanti i Fofana con una storia simile. L’immigrazione non è quella di cui parlano Matteo Salvini o Giorgia Meloni», racconta Fofana che aveva soltanto 14 anni quando è arrivato in Libia. «Dal Gambia, ho attraversato la Guinea, il Mali, l’Algeria e poi la Libia dove sono stato in un carcere vicino a Tripoli». Fofana si ferma, non riesce a proseguire il racconto. Come molti migranti subsahariani anche lui ha vissuto le atrocità dell’inferno dei lager libici.

Oggi è felice perché il film Io Capitano racconta un frammento di storia del nostro tempo e una verità accessibile. «Nella vita ho imparato che bisogna guardare sempre avanti, non perdere mai il coraggio. Il carcere non è stato facile, soprattutto perché sapevo di essere innocente. Ho trovato amici che hanno creduto in me, in comunità, a scuola, con la lega navale. Sono riuscito ad andare avanti combattendo. Per un ragazzino accusato di essere scafista non è stato facile, anche se ora sono il capitano», dice Fof che a Catania quando scontava la pena era già da tutti considerato una star.