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mercoledì 24 aprile 2024
 
 

La Goccia, “polmone” verde di Milano, perché non farne un parco?

16/10/2015  È stata per decenni la “Fabbrica del gas” della metropoli lombarda. In 20 anni di abbandono è diventata un enorme parco. Ora si vuole fare la bonifica, che però distruggerebbe oltre duemila alberi. Un comitato cittadino chiede un’altra soluzione, che salverebbe l’oasi e ne farebbe un altro polmone verde per la città.

Alla Bovisa, un tempo quartiere operaio della periferia nord di Milano, c’è una goccia verde in un mare di cemento. Questo luogo, per la sua forma chiamato appunto Goccia, è circondato e rinchiuso dal tracciato delle ferrovie. Per questo è sconosciuto quasi a tutti. O meglio, gli abitanti del quartiere lo conoscono da lontano perché vi svettano, tra le cime degli alberi, due ex gasometri, strutture enormi, rotonde, metalliche, la più alta delle quali è stata soprannominata Torre Eiffel della Bovisa.

Sono lì a ricordare la Fabbrica del gas che ha illuminato e scaldato Milano dall’inizio del secolo scorso fino al 1982, anno della dismissione e chiusura. Tutta l’area è grande quasi come il Parco Sempione, piena di alberi monumentali (platani, paulonie, bagolari, frassini, pioppi) e di animali selvatici (gufi reali, ricci, volpi) inusuali per Milano.

Nel 1994, chiuse anche le ultime attività, è stata completamente sigillata; da allora buona parte della Goccia è stata densamente edificata, c’è l’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri e una sezione del Politecnico. La parte dei gasometri, circa 42 ettari, è invece coperta da un vero e proprio bosco recintato e da costruzioni di archeologia industriale in abbandono.

Cent’anni fa, lì vicino, dove oggi c’è piazzale Lugano, si coltivavano i lamponi utilizzati dalla Campari per produrre il famoso bitter. Ai primi del Novecento è arrivata in un batter d’occhio l’industrializzazione della Bovisa: migliaia di operai entravano ogni mattina alla Montedison, alla Sirio, alla Broggi, alla Origoni e alla Fabbrica del gas.

Oggi, queste e le altre industrie chimiche e metalmeccaniche hanno chiuso, siamo nell’epoca post-industriale. Cosa fare di queste aree e dei loro scheletri è un tema particolarmente sentito alla Bovisa.

Francesca Grazzini, 65 anni, abita lì vicino e fa parte del comitato di cittadini che vuole difendere l’ecosistema creatosi in oltre vent’anni di abbandono, aprendo questo polmone verde alla città per farne un parco pubblico. Spiega: «I proprietari sono il Politecnico, il Comune e A2A; la precedente Giunta Moratti voleva cementificare tutto, quella attuale a parole sostiene di voler fare un parco, ma poi si parla anche di campus universitario e abitazioni. Inutili in un quartiere come il nostro, pieno di altri spazi abbandonati e case ancora vuote».

Soprattutto il Comitato contesta le modalità previste per la bonifica, che il Comune pare voglia iniziare in autunno. Nel sottosuolo, infatti, ci sono i veleni depositati negli anni della gloria industriale. «Hanno deciso», continua Francesca, «di rimuovere quattro metri di terreno in profondità, in ogni punto. Tradotto, vuol dire distruggere l’ecosistema e migliaia di alberi, far scappare gli uccelli e gli animali».

Già nel 1994, quando furono posti i lucchetti ai cancelli, un rapporto del Corpo Forestale dello Stato censiva 2049 alberi e scriveva: «Per portamento, conformazione, maestosità, potrebbero costituire degli autentici monumenti verdi nel futuro giardino della Bovisa».

Gli esperti che appoggiano il Comitato contestano le indagini effettuate sugli agenti inquinanti: non è stata analizzata l’aria, la terra non è stata valutata decimetro per decimetro, ma mischiando tutto il terreno raccolto ad un metro di profondità.

«Fa la differenza», spiega Francesca, «perché, se gli agenti inquinati fossero sul fondo, si potrebbe utilizzare un altro metodo, quello della bonifica dolce. È stato usato in altre città italiane ed europee, sfrutta la capacità di piante come il salice e il granoturco di rompere le catene di idrocarburi con le loro radici». Lo stesso Istituto Mario Negri potrebbe guidare la sperimentazione.

Eppure l’Amministrazione (ma l’assessore milanese all’Urbanistica è cambiato da poco) pare decisa ad azionare gli scavatori. Nel frattempo, il Comitato ha depositato un ricorso al Tar e al Consiglio di Stato, oltre a raccolte firme, assemblee pubbliche e campagne di sensibilizzazione che hanno coinvolto i cittadini e le tante associazioni di cui la Bovisa è ricca.

Francesca continua: «Noi abbiamo una visione d’insieme per la Goccia: trasformarla in un grande parco aperto alla città, dove bambini e adulti possano gustare la natura e sentire il richiamo del cuculo e degli altri uccelli. Innanzitutto va aperto ai cittadini, poi potrebbe diventare un luogo strategico per Milano».

Per il Comitato sarebbe infatti facilmente collegabile, tramite corridoi ecologici e ciclabili, ad altre aree verdi della città: a nord-ovest il Parco Certosa con Villa Scheibler, a nord-est il Parco Nord e quello delle Groane, a sud-est all’ex Scalo Farini, altra area di scheletri industriali, fino addirittura ai nuovi grattacieli di Garibaldi.

«Insomma», sottolinea Francesca, «è il sogno, possibile, della Goccia come snodo di un Central Park milanese, che collegherebbe la periferia con il centro». «Del resto ripensare il verde», conclude l’attivista della Bovisa, «è un tema centrale per le città nel momento in cui, nel 2009, la popolazione urbana mondiale ha superato quella rurale, un sorpasso storico. Nel nostro piccolo, tagliare gli alberi della Goccia vorrebbe dire la fine della fotosintesi clorofilliana delle loro chiome. Proprio i nostri vicini dell’Istituto Mario Negri hanno diffuso uno studio sulle acque reflue milanesi, secondo il quale l’utilizzo dei prodotti per l’asma dei bambini, una malattia in forte crescita, aumenta con i picchi di inquinamento. Una ragione in più per avere tante gocce verdi nella città».

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