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«Silvia? Sulla sua testa si è giocata una partita ben più grande»

29/05/2020  Parla Shukri Said, giornalista di origine somala, da 30 anni in Italia. Racconta elementi che danno un quadro ben più complesso della sola trattativa per riportare a casa l’ostaggio. Gli attori, dice, non sono tre, ma quattro. Ad esempio, il Qatar…

La giornalista italo-somala Shukri Said (foto di Fabrizio De Biase).
La giornalista italo-somala Shukri Said (foto di Fabrizio De Biase).

«Nessuno lo ha messo adeguatamente in evidenza, ma nella vicenda di Silvia Romano e della sua liberazione ha un ruolo centrale il Qatar. Tutti hanno parlato di somali, turchi e italiani. Ma c’è una quarta tessera fondamentale di questo mosaico: il Qatar, appunto».

Le parole sono di Shukri Said, giornalista di origine somala, da 30 anni in Italia. Shukri, quindi, conosce ormai molto bene le dinamiche del nostro Paese, ma soprattutto quelle del Paese dov’è nata e cresciuta. «Sono venuta in Italia subito prima che cadesse Siad Barre», spiega, «nel 1990. Ma non ho mai smesso di frequentare la Somalia, e come giornalista ne ho sempre coltivato, ovviamente, ottime fonti».

Perciò sostiene che i fatti per comprendere com’è andata la fase finale – e non solo quella – del rapimento della giovane volontaria milanese sono incompleti.

-   Quali elementi mancano, Shukri, per avere un quadro chiaro?

 «Occorre chiarire che gli attori in gioco erano quattro, e che il quarto, il Qatar – attraverso i suoi servizi segreti – ha avuto un ruolo centrale. Il trait-d’union con il Paese arabo è stato un ex collega, un giornalista, Fahad Yasin Haji Dahir, ora a capo dei servizi segreti della Somalia, nonché ascoltatissimo consigliere del Presidente Mohamed Abdullahi Mohamed, detto Farmajo».

-   Quindi, qual è il ruolo avuto dal Qatar?

«Innanzitutto, il Qatar ha fortemente voluto che Silvia rimanesse in vita e ha fatto da garante affinché non fosse torto un capello a Silvia. Il Qatar si è fatto garante del riscatto. Il Qatar ha dialogato con gli Shabab, tant’è che Silvia è arrivata sana, in forma, vestita in quel modo, dice che ha abbracciato la religione islamica e che non ha subito violenza né alcuna costrizione».

-   Sembra che tu stia dicendo che abbiamo assistito a una sorta di copione…

«Attenzione, non sto dicendo – e non lo penso – che sia stata una montatura, dico che la vicenda, sia durante il sequestro che nella fase della liberazione, è stata condotta in modo tale che avesse questo esito. Il Qatar non nasconde che vorrebbe un movimento Al Shabab più dialogante e presentabile. E gli stessi Shabab vogliono darsi un’immagine meno crudele. Direi che se l’intento era questo, l’operazione è riuscita».

-   Stai sminuendo, implicitamente, il ruolo della task force italiana. È così?

«Sto solo dicendo che le mie informazioni mi spingono a parlare di una cooperazione a quattro per ottenere la liberazione della giovane milanese. Lo sai dov’è stata materialmente liberata?

-   Le autorità italiane hanno indicato un villaggio somalo a 30 chilometri da Mogadiscio…

«Nei pressi di Afgoye, a Sud ovest di Mogadiscio. Se vogliamo essere più precisi, lo scambio dell’ostaggio è avvenuto in prossimità della fattoria di Haji Mire Indha Yare, soprannominato Occhi Piccoli, un vecchio oppositore del dittatore Siad Barre. Faceva parte del movimento che poi sfociò nel partito del generale Mohammed Farah Hassan Aidid. Ve lo ricordate? Il grande nemico degli americani, che nel corso della missione internazionale di pace in Somalia degli anni 1992-94 misero sulla sua testa una grossa taglia. Tornando al rapimento, la situazione si è sbloccata una decina di giorni prima del rilascio, in occasione di un viaggio di Dahir, il capo dell’intelligence somala, nella città di Kisimayo, quasi al confine col Kenya. Oltre alle ragioni politiche di quella trasferta, c’era anche quella di accelerare i passi per arrivare alla liberazione. Fu in quell’occasione che Dahir ebbe la prova in vita di Silvia e subito dopo la Romano fu trasferita nella fattoria di Occhi Piccoli, vicino a Mogadiscio».

-   Una cooperazione a quattro per la liberazione di Silvia fa pensare quindi a un patto che in qualche modo garantisse ciascuna delle parti nei propri obiettivi.

«E infatti mi pare che ciascuno li abbia raggiunti. Non c’è nulla di cui scandalizzarsi».

-   Tutti hanno puntato l’attenzione sull’ipotesi che sia stato pagato un riscatto. Tu stai dicendo che, se un “riscatto” di valore è stato pagato, non è quello in denaro.

«Già. Occorre alzare lo sguardo dal fatto specifico. Vi sono elementi per dire che il sequestro di Silvia Romano ha assunto altri significati».

-   Il tuo sembra il racconto di una spy story.

«Cerco solo di evidenziare che Turchia e Qatar sono alleati in molti fronti, che la Turchia è il Paese che più sta investendo sulla Somalia, che il Qatar ha forti legati con la Somalia ma riesce anche a farsi interlocutore di Al Shabab e in passato è stato accusato – da parte dell’Arabia Saudita - di finanziare il movimento estremista (su questo, però, va detto che non c’è mai stata una prova). Infine, che gli italiani avevano l’evidente necessità di riportare a casa Silvia».

-   Questa tua lettura dei fatti porta a rivedere sotto una luce diversa anche il vestiario di Silvia Romano nei giorni immediatamente successivi alla liberazione. È così?

«Immagino che i capi di Al Shabab non possano che aver apprezzato le immagini via internet nelle quali l’inconsapevole Silvia scendeva sulla pista di Ciampino la copertura del capo col mantello verde e l’uso della mascherina protettiva che l’ha fatta apparire come vestita col burka. Così come saranno compiaciuti per la dichiarazione della giovane volontaria di voler mantenere l’osservanza della religione islamica anche dopo il sequestro. Non è un successo per chi è sempre stato considerato un gruppo di terroristi tagliagole?».

Silvia Romano in Kenya, prima del rapimento.
Silvia Romano in Kenya, prima del rapimento.

-   Abiti secondo tradizione somala…

«La tua è un’osservazione provocatoria. Quel modo di vestire è oscurantista, maschilista, jihadista. La Somalia dove sono cresciuta io era un’altra cosa. La tradizione del vestire della donna somala era di abiti colorati, sgargianti, vivaci, spesso anche piuttosto trasparenti. E non c’era nulla di strano se le donne vestivano all’occidentale. Con la radicalizzazione del Paese sono comparsi questi modi di vestire. Prima Mogadiscio era una città tollerante e cosmopolita. Se oggi le donne si vestono in questo modo è perché costrette a farlo. Non ha nulla a che vedere con la tradizione africana e somala. In tutto questo, peraltro, Silvia non c’entra nulla. Lei ha conosciuto la Somalia di oggi. E in particolare quella che vorrebbero gli Al Shabab. Diamole tempo. Lasciamola in pace. L’esperienza che ha vissuto è terribile e inimmaginabile. Le occorrerà un lungo periodo per ritrovare un equilibrio e comprendere tante cose. Anche parlare di “conversione consapevole” in una situazione del genere mi pare del tutto fuorviante. E lo dico da musulmana. La spiritualità prevede innanzitutto la libertà».

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