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martedì 29 novembre 2022
 
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La Russia scivola verso il baratro, fino a quando reggerà la propaganda di Putin?

16/05/2022  Cresce il dissenso, soprattutto tra i giovani, peggiora la situazione economica, chiudono negozi e aziende occidentali e i russi sono sempre più scontenti. Ma il peggio deve ancora venire

Tutti i sondaggi svolti in Russi nelle ultime settimane dicono più o meno la stessa cosa: l’approvazione per Vladimir Putin staziona sull’80% e oltre, il consenso per la cosiddetta “spedizione militare speciale” sul 70%. E il paradosso è che le indagini del Levada Center (centro di ricerca che il Governo russo ha iscritto nella lista nera degli “agenti stranieri”, le organizzazioni che ricevono fondi dall’estero) risultano più favorevoli al Cremlino di quelle del Centro per lo studio della pubblica opinione (VTsIOM), da sempre considerato più filo-governativo. Bisogna fare ovviamente una tara, considerare la pressione della propaganda di Stato, il blocco ai media stranieri, la minaccia delle leggi speciali che prevedono fino a 15 anni di carcere per la diffusione di “informazioni false tendenziose” sulle operazioni belliche in Ucraina. Resta il fatto che, anche togliendo un 20% a quei risultati, pare passato il messaggio che i vertici russi volevano veicolare: la guerra è brutta ma era inevitabile.

Tutto bene per Putin, dunque? Tutto a posto? Non proprio. Perché il patriottismo e il nazionalismo per ora tengono ma non è detto che tengano per sempre. Ci sono altri modi per sentire il polso della società russa e capire che, sotto la sua pelle, cresce la preoccupazione e la tensione. Intanto, blocchi e censure non riescono a bloccare del tutto le notizie che arrivano dal fronte e che parlano di una guerra dura e tutt’altro che vinta. Ekaterina Andreeva, famosissimo volto della Tv russa, conduttrice dei programmi Novosti (Notizie) e Vremya (Tempi), ha detto pubblicamente di non condividere il blocco imposto ai social come Facebook e Instagram e continuare a gestire i propri account attraverso la tecnologia VPN (Virtual Private Network), aggirando così i blocchi della Rete pubblica. Facile immaginare che siano moltissimi, soprattutto tra i giovani, a fare come lei, e quindi a disporre delle informazioni, veritiere o meno ma pur sempre alternative, che arrivano dai nostri media. E poi, naturalmente, ci sono i legami informali, ma efficaci, per trasmettere le notizie dal fronte: per esempio le associazioni dei parenti dei militari come quella delle Madri dei soldati, attivissima fin dai tempi della guerra di Cecenia. Difficile che siano passate inosservate, per citare solo un caso, le immagini dei corpi dei soldati russi abbandonati per strada, peraltro abilmente e cinicamente diffuse dagli ucraini. Non è quindi un caso se persino Putin, nel discorso sulla Piazza Rossa durante la Parata della Vittoria del 9 maggio, ha voluto/dovuto fare un riferimento alle perdite subite dalle forze armate russe.

E poi c’è, ovviamente, il tema della situazione economica e dell’impatto che hanno, e soprattutto potranno avere, le sanzioni occidentali sulla vita dei russi. Anche qui, lo slogan dell’informazione ufficiale è che la guerra lampo dell’Occidente contro l’economia russa è fallita. In parte è vero. Ma il peggio deve ancora venire, le sanzioni faranno più effetto con il passare del tempo, e i russi sembrano averlo capito. Il portale Zarplata.ru, specializzato in problemi del lavoro, ha pubblicato di recente due ricerche assai indicative. La prima dice che quasi il 70% dei russi ha cominciato a tagliare le sue spese domestiche, e che il 50% sta cercando di risparmiare su tutto. Non solo viaggi, vacanze e cene fuori, come si poteva prevedere, ma anche prodotti alimentari e abbigliamento. La seconda ricerca dice che oltre il 65% dei russi è scontento della propria retribuzione ma che pochissimi provano a chiedere un aumento. Perché? Una delle ragioni più addotte è che questo non è il momento giusto per farlo, una chiarissima allusione alle difficoltà indotte dalla guerra.

Non passa giorno, peraltro, senza che questa o quella categoria professionale si faccia sentire per protestare contro le difficoltà. L’ultima è stata quella dei Proprietari di centri commerciali, che ha denunciato un calo medio del fatturato del 15%, attribuendolo (ed è significativo) alla chiusura di molti brand e negozi occidentali. Prima era stato il turno dei gestori di sale cinematografiche, che si considerano avviati alla bancarotta per la mancanza di pellicole americane ed europee. Prima ancora i rappresentanti dell’edilizia, un settore ormai vicinissimo al blocco. Due le ragioni: il rincaro forte e improvviso dei materiali, e il numero in calo costante dei mutui per la casa concessi dalle banche (tutte le principali banche russe sono sanzionate) e chiesti dai russi che, come si diceva prima, pensano più a fare economie che a lanciarsi in nuove avventure finanziarie.

E poi ci sono le notizie di cui anche la stampa russa si fa portavoce. Per fare solo un esempio dei giorni scorsi: Siemens chiude tutte le sue attività in Russia, il che vuol dire tremila posti di lavoro in meno. E di notizie come questa ne sono arrivate a decine, dal 24 febbraio in cui è cominciata l’invasione. La preoccupazione dei cittadini trova spesso un riflesso nei poteri locali. Il sindaco di Mosca, Sergey Sobyanin, ha pubblicamente avvisato che l’uscita delle aziende occidentali dal mercato russo potrebbe portare alla perdita di 200 mila posti di lavoro nella capitale. Non si sa quanto il Cremlino gradisca uscite di questo genere. Fatto sta che negli ultimi giorni ben cinque governatori si sono dimessi (o fatti dimettere), sostituiti da funzionari dell’amministrazione presidenziale. E i canali d’informazione russi, soprattutto quelli alternativi, giurano che quei cinque non saranno gli ultimi. È il primo indizio di una ribellione delle periferie? Difficile dirlo con certezza. Resta il fatto che le due facce della medaglia, lo spirito patriottico e la preoccupazione personale e familiare, producono effetti diversi: il primo compatta intorno ai vertici, la seconda dai vertici allontana. Per ora Putin e i suoi sono riusciti a conciliare gli opposti. Ma per quanto tempo ancora ci riusciranno?

(nella foto, il MacDonald di Mosca. La multinazionale ha annunciato la chiusura di tutte le sedi presenti in Russia)

 

 
 
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