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Le elezioni politiche presidenziali in Brasile di domenica 7 ottobre 2018 hanno visto l’affermazione del candidato Jair Bolsonaro, espressione dell’estrema destra brasiliana, con il 46% dei suffragi. Il candidato della sinistra Fernando Haddad ha raccolto il 29% dei voti e il ballottaggio, che deciderà la sorte del Paese è fissato per il prossimo 28 ottobre. Da allora il Brasile sta vivendo un clima non esente dalla violenza e persino del terrore. Molte persone sono state aggredite o uccise per il semplice fatto di portare una maglietta che esprimeva l'intenzione di voto, oppure la famosa indicazione. “EleNao” (Lui No), riferendosi al candidato dell’estrema destra, ex militare e simpatizzante della dittatura miliare.
“Un Paese spaccato in due, che sta trascinando nel vortice della violenza un intero popolo, tendenzialmente propenso al dialogo fino a poco tempo fa, fino all'impeachment dell’ex presidente Dilma, ma che adesso sembra dominato dall’odio, anche alla luce di una campagna elettorale che traspira violenza, la diffonde, la promuove, come quella del candidato della estrema destra, Jair Bolsonaro, fatta di apologia all’uso delle armi, di odio razziale, di minacce a intere popolazioni come quella indigene o afro discendente, ma soprattuto omofoba e misogina” afferma una giovane studentessa di Bahia, di origine india, Simone Suassuna, 18 anni (il nome è di fantasia per timore della giovane di subire rappresaglie).
Lunedì scorso, un giorno dopo il primo turno delle elezioni presidenziali, il maestro di capoeira (lotta di origine africana con canti e musica trasformata in arte marziale folkloristica) Romualdo Rosario da Costa, conosciuto come Moa do Katendé, è stato assassinato a Salvador, nello stato di Bahia, con 12 coltellate inflittagli da un elettore di estrema destra del Brasile. Il cantante Caetano Veloso, uno dei più grandi cantautori del Brasile ha espresso il suo sdegno per il barbaro omicidio: “Moa do Katende, fondatore del Badauè, gruppo etnico musicale, era un amico, oltre che una persona importante nella cultura afro nello stato di Bahia. Dobbiamo riconoscere che non possiamo ridurre il Brasile alla barbarie”, afferma Veloso. L’ondata di violenza in Brasile si era intensificata dopo la notizia dell’accoltellamento del candidato Bolsonaro da parte di un individuo affetto da disturbi mentali, durante una manifestazione politica. A tutt’oggi, l’accoltellamento del politico non soltanto non è mai stato comprovato, ma in tutto il Paese girano voci, più o meno attendibili, che Bolsonaro in realtà era affetto da una grave patologia, con imminente intervento chirurgico già fissato, e che la scena, senza sangue, del suo accoltellamento fosse soltanto un colpo mediatico per promuoverlo, aumentando il suo consenso elettorale e forse persino fomentare ulteriori disordini contro i suoi avversari politici.
“La Costituzione è destinata ad assicurare l'esercizio dei diritti sociali e individuali, quali valori supremi di una società fraterna, plurale e senza pregiudizi"; e oggi la Carta "è colpita da una intolleranza che nega la diversità del popolo brasiliano, stimola i pregiudizi e incentiva il conflitto sociale”: è quanto affermano in un comunicato inviato all'Agenzia Fides, la Caritas e la Pastorale sociale della Chiesa brasiliana, in vista del ballottaggio per l'elezione del presidente della Repubblica. Il testo diffuso è intitolato "Democrazia: cambiamento con giustizia e pace", ed è firmato, tra gli altri enti cattolici, dalla Commissione "Giustizia e Pace", e dalla Conferenza nazionale dei Religiosi. Nel comunicato si mettono in guardia i movimenti politici dal "seminare odio e paura" e dall'istigare aggressioni e violenza, ricordando proprio quell’omicidio.
Il candidato alla presidenza del Brasile si è contraddistinto, particolarmente, non per la presentazione di un programma politico, ma per alcune affermazioni pubbliche che hanno creato non poca poche polemiche. Una delle frasi più forti di Jair Bolsonaro è stata espressa durante un dibattito televisivo con alcuni alcuni manifestanti contro lo impeachment della ex presidente brasiliana Dilma Roussef, che è stata barbaramente torturata durante la dittatura militare nel paese. Bolsonaro, riferendosi ai prigionieri politici del Brasile durante la dittatura diceva:, “La dittatura militare ha commesso un grave errore: quello di aver torturato ma di non aver ucciso tutte le persone imprigionate”. In molte interviste rilasciate ai giornalisti, i toni del “Messia”, come alcuni suoi elettori lo preferiscono chiamare, non si smussano, ma invece prendono contorni drammatici e ancora, sul massacro dei detenuti nel carcere di Carandiru avvenuto nello stato di Sao Paulo il 2 ottobre del 1992, dove sono stati assassinati dalla polizia 111 prigionieri. Quel massacro fu considerato la più grave violazione dei diritti umani nella storia del Brasile, e per commentarlo, il candidato dell'estrema destra affermava: “La polizia militare avrebbe dovuto uccidere mille di quei detenuti e non soltanto centoundici di loro”. L’uomo che si fa riprendere dai cronisti con la pistola in mano e dice voler ripristinare nel paese la pena di morte e liberalizzare l’uso delle armi in Brasile, promette pure di intendere abolire i diritti sanciti dalla Legge n. 8.069, del 13 Luglio del 1990. contenute nello Statuto dell’Infanzia e dell’Adolescenza che fa seguito alla Convenzione di New York sui diritti del fanciullo del 20 novembre 1989 ratificata dal Paese.
A sei mesi dall’arresto di Lula alla ascesa politica di Jair Bolsonaro, i retroscena dello stravolgimento del processo democratico in Brasile. Sabato, sette aprile, 2018. Un uomo sale su un camion, adibito ad altare, dove un arcivescovo emerito, Angelico Sandalo Bernardini, a capo della diocesi di Blumenao ed ex prediente della Conferenza episcopale brasiliana, celebra la messa in suffragio della sposa, scomparsa un anno prima. L’altare improvvisato risponde al bisogno di una folla immensa che vuole partecipare alla celebrazione, ma troppo numerosa per rientrare in una chiesa. L’uomo è stato condannato a 12 anni di reclusione, senza che tutte le fasi del procedimento giudiziario fossero concluse e senza prove della sua colpevolezza. La folla lo sa, lo ritiene innocente e non vuole che lui si consegni alle autorità dopo l’evento liturgico. L’uomo è Luis Inácio da Silva, popolarmente conosciuto come Lula, ex presidente operaio del Brasile, che verrà poi sollevato sulle braccia di migliaia di persone alla fine della funzione religiosa, tra tristezza, rabbia e sfiducia nella giustizia brasiliana. La folla è prevalentemente composta da persone molto povere, ma ci sono anche tanti intellettuali, artisti, operai, scrittori e politici.
A poca distanza da lì, un’altro uomo, un magnate del sesso, titolare di un bordello di lusso a San Paolo, (la prostituzione è reato in Brasile e l’uomo è già stato due volte condannato e poi prosciolto per sfruttamento della prostituzione), su un altro altare improvvisato con le immagine del giudice Sergio Moro e della presidente del Supremo Tribunale Federale del Brasile, Carmen Lucia, celebra, a modo suo, il mandato di arresto dell’ex presidente Lula, offrendo ad un pubblico di circa 300 uomini (anche lì si trovano alcuni politici, avversari dell’ex presidente Lula) donne che lui denuda nella pubblica via e sotto le immagini appese dei magistrati e gli occhi curiosi del pubblico che gode dello spettacolo. Sembra un rito di magia nera, le ragazze come sacrifici offerti alle divinità. Insieme a queste donne oltraggiate ci sono novemila confezioni di birra offerte gratuitamente alla piccola folla. Il cerimoniere si chiama Oscar Maroni e non si fa scrupolo a raddoppiare l’offerta di ragazze e alcolici gratis se l’ex presidente dovesse essere ucciso dalla polizia del Brasile. L’unica frase sensata e forse sincera che usa per descrivere il senso della serata sua e dell’ex-presidente Lula : “Questo è il Paese della ironia”. E come dargli torto? In questa esternazione dice una verità, più che evidente.
Non si tratta del trailler di un film surrealista, nè di un breve racconto del grande romanziere di Jorge Amado. E’ una vicenda dove tutto si confonde, si mescola, si sporca o si redime, come tutta l’esistenza di questo Paese, fato di contraddizioni e di sabbia che il vento sposta via facilmente, cancellando ogni possibile traccia di storia. Un Paese che ostenta un’enorme ricchezza (in mano a pochi) e allo stesso tempo, un’indecente e assoluta povertà di grande parte della sua popolazione.
Dal 1964 al 2018 – La saga del “Triplex”. Prima di Lula un’altro ex presidente era già stato arrestato 54 anni prima. Anch’egli un candidato forte alle elezioni in Brasile e, per ironia della sorte, accusato senza prove del medesimo reato: aver ottenuto un appartamento a tre piani (in portoghese “triplex”) in modo illecito. Era il 1963 e l’uomo si chiamava Juscelino Kubitschek, detto JK, amico di João Goulart, l’ultimo presidente eletto democraticamente prima che in Brasile si instaurasse il regime militare, durato 21 anni. Come Lula, Kubistchek aveva il 47% delle intenzioni di voto e, come Lula, difendeva gli interessi della popolazione, specialmente quella più povera. In quella sera, una folla si era radunata davanti al palazzo dove viveva JK per manifestare il loro appoggio, tra rabbia e tristezza, al loro candidato, mentre un gruppo più modesto di politici antagonisti festeggiavano il suo mandato di arresto. La folla anche allora cantava e faceva da scudo per impedire l’arresto di Kubitschek. L’8 Giugno del 1964, un maresciallo dell’esercito di nome Castelo Branco, sospendeva i diritti civili di Juscelino Kubiscek e con lui, quelli di una intera nazione.
Benvenuti in Brasile, “Terra in trance". Il portoghese è una lingua controversa, dove “pois sim” (certo sì) é una risposta ironica, che in realtà vuol dire “no” e “pois não” (certo no) una gentilezza, che vuol dire invece “sì”. Forse comincia dalla lingua la contraddizione di questa terra, di questo popolo, fatto a mosaico da innumerevoli popoli colonizzatori, altri portati da svariati Paesi africani come schiavi e infine ad un popolo autoctono, gli indigeni, che invece, per cinque secoli di storia e ancora oggi non vengono pienamente riconosciuti nei propri diritti di appartenenza al Brasile.
Il Brasile è il Paese delle bidonville accatastate a ridosso dei palazzi di lusso, dei condomini chiusi, vere gabbie d’oro della classe benestante, e della grande maggioranza della popolazione che stenta a sopravvivere in contrasto con quella piccola minoranza che oggi, come nel ‘64, orchestra l’ennesimo colpo alla Costituzione Federale. L'immagine di Lula che viene osannato da una folla commossa che contende lo spazio ad una scena di cabaret, non sarà altro che la cornice ordinaria di una nazione spaccata in due, dove da una parte c’è la grande massa di poveri, intellettuali, artisti, scrittori e dall’altra, la spudorata sfrontatezza del potere che colpisce ogni possibile forma di dignità della persona umana, tutto servito negli stessi piati della medesima bilancia, ormai da sempre con l’apice truccato? Alla prima elezione del presidente operaio del Brasile, nel 2002, Lula esordiva con una frase di speranza, contro la paura, ancora viva dei 21 anni di dittatura militare della quale lui stesso era stato vittima per averla combattuta.: “La speranza ha vinto la paura e l'elettorato ha deciso una nuova direzione per il Paese”
Per meglio inquadrare la situazione politica attuale del Brasile, dobbiamo fare un viaggio nella storia di questo Paese potenzialmente ricco di risorse economiche naturali (enormi giacimenti di petrolio si trovano proprio nei fondali delle sue acque territoriali e il più grande produttore di Niobio, più raro, e ricco dell’oro) quanto di risorse umane, essendo la sua popolazione, in maggioranza, estremamente giovane (il 43% degli individui tra 0 e 24 anni). L’attuale congiuntura politica del Brasile, partendo dagli ultimi fatti accaduti in nel (dall’impeachment della ex- presidente Dilma Roussef, avvenuto nell’ agosto del 2016 all’arresto dell’ex-presidente del Brasile, Luiz Inacio da Silva, l’ultimo 9 aprile), il professor Bruno D’Avanzo, direttore del Centro Studi e Iniziative America Latina (Firenze) che si occupa da 25 anni delle tematiche culturali e politiche latinoamericane, fa un riassunto di quasi 14 anni di governo del Partito dei Lavoratori, contestualizzando la politica della sinistra brasiliana in un scenario geopolitico neoliberista più ampio.
La vicenda Lula è un tentativo per ora riuscito di presa del potere economico delle oligarchie? “Sicuramente”, risponde D’Avanzo. “La vicenda Lula è tutto sommato, lineare, rispetto a indirizzi che già da alcuni anni erano prevedibili nella realtà latinoamericana nel suo complesso e nella realtà brasiliana in modo particolare. Cioè, il tentativo riuscito per ora della classe padronale dei latifondisti, dei padroni della finanza, delle multinazionali, di un ritorno sostanziale al potere”.
Il Miracolo Sociale del Partito dei Lavoratori e la crescita del Brasile. D’Avanzo fa la sua lettura, come storico e studioso della America Latina di quello che fu il miracolo Brasile, avvenuto, mentre la crisi economica attraersava l’Europa e buona parte del mondo neoliberista. “Ci sono stati dei grossi cambiamenti sociali nella società brasiliana durante i governi del Partito del Lavoratori (PT), dal 2003 al 2016, specialmente sotto la guida del presidente Lula fino al 2011, con grossi miglioramenti della condizione di vita della popolazione più povera del paese, ma tutto ciò è avvenuto specialmente con una politica assistenzialista. Bisogna dire che la politica di inclusione del governo di sinistra del Brasile ha assicurato un sostanziale miglioramento della vita di milioni di brasiliani che non avevano mai potuto accedere a niente di quelle che sono le più basilari condizioni di dignità della persona. La popolazione più povera del Paese ha potuto anche vedersi rassicurati dei diritti di crescita sociale, di accesso a beni di consumo e di servizio che non aveva mai conosciuto nella storia del paese. Si parla di milioni di persone che hanno potuto accedere all’acqua potabile, all'istruzione, persino all’università, privilegio prima dei soli ricchi del Brasile. Per la prima volta in Brasile le persone di origine africane, i neri, avevano potuto frequentare le aule universitarie, le scuole medie e superiori, occupare incarichi pubblici e affrontare concorsi per un posto nella pubblica amministrazione. Bisogna dire che i neri del Brasile, generalmente e per molti secoli, hanno occupato la casta economicamente più povera del paese. Queste persone riuscivano finalmente a vivere meglio e quindi a garantire un futuro migliore ai propri figli. Se tutto questo è stato realizzato in buona parte allora da questi tre governi progressisti, tuttavia il PT non ha scalfito nel profondo il mondo dei privilegiati. Le leve del potere sono rimaste in mano agli stessi soggetti che hanno condizionato la nazione ai loro propri privilegi.”
La Politica del Governo Lula: riduzione delle disuguaglianze sociali, senza scalfire i privilegi dei poteri forti. “La politica di Lula è stata una politica piuttosto timida nell’affrontare la presa del controllo alla guida del Paese”, continua D’Avanzo, “seppur sia stata piuttosto incisiva nella riduzione del divario sociale tra ricchi e poveri. D’altronde, il suo arrivo e quello di Dilma alla presidenza del Brasile sono avvenuti in modo democratico, con un ampio margine di maggioranza al governo (specialmente nella rielezione di Lula nel 2007), ma senza toccare alcuni temi caldi, come la riforma agraria e la demarcazione della terre indigene. Il latifondo è una delle più difficili e sanguinose questioni del Brasile. Infatti tutto ciò che è avvenuto, dall'impeachment di Dilma all’arresto di Lula fa parte del tentativo assoluto di controllo del paese, più specificamente dell’economia e delle gestione delle risorse del paese, sottoposte all’utilizzo delle multinazionali e del profitto della piccola minoranza interna che si arricchisce sempre di più con la politica economica internazionale”, continua lo studioso.Il profesor D’avanzo spiega con chiarezza i punti mancanti di intervento del governo: “In particolare, per quanto riguarda la riforma della terra, ci voleva una presa di posizione netta e chiara da parte del governo, che non è mai avvenuta in pienezza, neanche sfiorata. C’era una promessa rimasta disattesa fatta al Movimento dos Sem Terra (Movimento dei Senza Terra) che non è stata mai mantenuta. Lula aveva promesso un cambiamento radicale che non prevedesse soltanto la divisione e ridistribuzione della terra per i contadini, ma anche una acculturazione dei contadini, con la formazione e la creazione di infrastrutture che permettessero una vera politica agraria rivolta a piccoli agricoltori, per permettere loro non soltanto di possedere e lavorare la terra, ma anche di accedere alla lavorazione dei prodotti agricoli senza subire lo sfruttamento da parte delle grandi aziende, puntando ad una modalità di agricoltura non tanto rivolta alla esportazione, ma legata al consumo interno del paese. Anche la demarcazione della terra degli indigeni, che il governo avrebbe dovuto fare, non a macchia di leopardo, che impedisce le comunità indigene di rimanere nel proprio territorio e di organizzarsi socialmente e economicamente, ma tenendo conto del territorio a loro appartenente e ormai conosciuto, per assicurare il mantenimento, il rispetto della cultura indigena stessa e la loro libertà di vivere, seppur in tempi moderni, nella propria realtà culturale e sociale. Nulla di tutto ciò è stato messo in atto né dal Governo di Lula, né da quello di Dilma Roussef, subentrata dopo di lui. Era prevedibile pensare che i poteri forti dell’economia, anche sotto un ottica più ampia di geopolitica, non avrebbero mai permesso al governo di esercitare liberamente i propri accordi commerciali più favorevoli al Brasile e alla sua gente. “
La candidatura di Lula al Premio Nobel per la Pace. Grandi esponenti della cultura brasiliana e internazionale hanno sottoscritto un manifesto nazionale contro la detenzione di Lula, accusando il poter giudiziario brasiliano di “giudicare, arrestare, ma anche di assicurare la libertà in maniera selettiva e partitica, pubblicizzando la propria azione nei media e sopratutto, ignorando la Costituzione Federale del Paese.” Anche il teologo Leonardo Boff e il premio Nobel per la Pace (1980), Adolfo Perez Esquivel, hanno manifestato il proprio sdegno davanti alla sede della polizia Federale di Curitiba, dove Lula si trova recluso, non solo per la detenzione dell’ex-presidente, ritenuta, dal loro punto vista, arbitraria e faziosa, ma anche per il fatto che a Lula venga impedito di ricevere visite di carattere umanitario nella sua cella. Il premio Nobel per la Pace, Perez Esquivel, si esprime così: “Credo che il Brasile stia vivendo un’altro colpo di Stato lungo e silente, a bassa intensità, dall’impeachment della presidente Dilma Roussef all’arresto dell’ex-presidente Lula. Dobbiamo riflettere su che tipo di democrazia abbiamo non solo in Brasile, ma in tutta la America Latina. Andiamo avanti, in una campagna internazionale fino a quando Lula possa recuperare la propria libertà. Lula ha liberato dalla povertà estrema oltre trenta milioni di persone e proprio per questo lo abbiamo proposto per il Premio Nobel per la Pace. Lula Libero”, dice Esquivel.
Anche il giornalista e scrittore brasiliano Marcelo Auler, in relazione all’arresto del lider politico del Partito dei lavoratori, Lula, fa una valutazione granitica nel suo blog, che non lascia spazio a interpretazioni: “Lo Stato è corrotto, dal momento in cui le istituzioni e le leggi della repubblica sono usate per dare spazio a decisioni arbitrarie nella lotta selvaggia per il possesso del potere e per il mantenimento dei privilegi.” Il giornalista ha anche ricordato il recente assassinio della consigliera comunale di Rio de Janeiro e attivista per la difesa dei Diritti Umani in Brasile, Marielle Franco, avvenuto a Rio de Janeiro il 14 marzo di quest’anno: “I rappresentanti diplomatici di tutte le nazioni con assetto nella 37esima Sessione del Consiglio per i Diritti Umani dell’ONU hanno preso visione (il 30 marzo scorso) della denuncia di oltre 60 ONG e altre entità che hanno messo in relazione la morte di Marielle Franco con l’intervento militare promosso dal Governo brasiliano. Il crimine è inserito in un contesto di persecuzioni ai difensori dei diritti Umani nel Paese.” C’è la necessità di una inchiesta indipendente internazionale per chiarire l’assassinio della giovane politica brasiliana, che rischia di restare impunito.
L’immagine solare, esuberante del Brasile, con i suoi abitanti spesso stilizzati nelle figure delle donne forti, belle e sensuali e negli uomini che lottano con grande allegria, piano piano svanisce nello scenario internazionale. “Il Brasile è un Paese agonizzante, asfissiato da una corruzione senza pudore e senza limiti. La classe dominante riesce a fare più soldi nel buio della notte e tra le righe della storia che l’intero popolo, lavorando da sole a sole e questo è per noi una malattia, della quale non riusciamo a trovarne la cura. Chiunque si adoperi per ridurre o sconfiggere la povertà, per una società più equa, più giusta, o viene ucciso, o rinchiuso in carcere. Le persone continuano a lottare contro i poteri forti, con forze dispari, come Sansone contro Golia e la speranza persiste, anche alla luce dei fatti. Per questo insistiamo nel dire: Marielle, Presente! Lula Livre”, conclude il poeta baiano Gregorio dos Anjos, da quel limbo di mondo, che sogna ancora una vera indipendenza.





