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Un soldato russo sul campo di guerra in Ucraina
Se papa Francesco aveva saputo consegnarci, in una formula diventata ormai patrimonio comune, la diagnosi lucida e dolorosa del nostro tempo – quella “terza guerra mondiale a pezzi” che attraversa il pianeta – papa Leone ci offre fin dai primi istanti del suo pontificato una prospettiva di cura, concreta e audace, profonda quanto immediatamente comprensibile: «una pace disarmata e disarmante».
Diagnosi e terapia, potremmo dire, come continuità e sintesi di due pontificati e di due personalità diverse, ma intimamente unite da uno stesso respiro profetico.
Papa Leone insiste su queste parole come su un ritornello, perché penetrino nel nostro ascolto spesso distratto, trovino spazio nel cuore e nella mente, possano lievitare come coscienza rinnovata. La ripetizione non è retorica: è pedagogia.
“Pace disarmata, pace disarmante” è un’espressione di grande forza, che il messaggio per la Giornata mondiale della Pace declina con chiarezza nella sua portata culturale, spirituale e inevitabilmente politica. Ci costringe a una decisione: crediamo davvero nella possibilità di una storia senza guerre oppure no? Pensiamo la pace come un’utopia consolatoria o come una condizione possibile, da costruire?
Papa Leone ci invita, in fondo, a gettare la maschera. Quella che spesso ci fa pronunciare parole solenni senza che ad esse corrispondano i fatti, mentre le nostre azioni – personali, collettive, politiche – le contraddicono apertamente. Chiede conto di un pensiero sempre più diffuso che bolla come ingenui o illusi coloro che credono nella pace, rifugiandosi in un presunto “realismo” che giustifica il riarmo e delegittima ogni sforzo disarmato come velleitario. È una resa delle coscienze, prima ancora che delle politiche.


L'incontro tra il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e una delegazione dell'associazione Rondine Cittadella della Pace-Onlus guidata dal presidente Franco Vaccari al Quirinale nel 2018
(ANSA)In questi giorni, mentre ci accingiamo a riconoscere il 4 ottobre come festa nazionale in onore di san Francesco, la domanda diventa ancora più scomoda: la nostra stima per quell’uomo è sincera? Ne traiamo davvero ispirazione per comportamenti almeno avvicinabili alla sua testimonianza? Come per tutti i santi, anche per Francesco c’è il rischio di ridurlo a un santino rassicurante, spegnendo il fuoco inquieto della sua vita. Un uomo che ha attraversato strade e conflitti abbracciando lebbrosi, nemici e persino lupi. Papa Leone ce lo ricorda con penna puntuale, invitandoci ad abbandonare la retorica per diventare autentici uomini e donne di pace.
La pace infatti germina da ognuno di noi e cresce partendo anche da piccoli numeri. Richiede impegno, tenacia, pazienza. E la guerra non è un destino scritto, ineluttabile: nasce dalla costruzione del nemico, da relazioni che degenerano lentamente. Per questo la pace non è uno stato definitivo (questa sì che sarebbe illusione!), ma un processo permanente, una fioritura fragile che attraversa il conflitto e lo orienta in modo generativo.
Pace disarmata non significa confondere difesa con riarmo - sarebbe un errore grave. La prima può essere necessaria, il secondo è una regressione storica mascherata da realismo.
Nel messaggio del Papa, l’aggettivo “disarmante” è forse il più provocatorio perché costringe a un pensiero critico e complesso, a un vero esame di coscienza. Sì, rimanda inevitabilmente a san Francesco, “ridicolo” nel suo saio, capace di mettersi a nudo per non fare paura a nessuno. Se “paura” è stata designata la parola dell’anno 2025, ancor di più il messaggio di Papa Leone deve essere accolto e interiorizzato, anche se ci apparisse troppo esigente o eccessivamente controcorrente. È profezia che può restituire futuro alla pace e verità alle nostre parole.








