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domenica 19 settembre 2021
 
25 Aprile
 

Dalla parte della libertà, le suore che fecero la Resistenza

24/04/2021  Il racconto intensissimo di Suor Albarosa, al secolo Ines Bassani: "Ancora mi commuovo al pensiero del diario di Suor Demetria che assisteva i partigiani condannati a morte. Altre hanno nascosto ebrei e soldati inglesi rischiando la vita. Quando c'è stato da scegliere da che parte stare, istintivamente si sono schierate con chi lottava per la libertà. Viviamo in democrazia anche grazie al loro coraggio"

Il diario di Suor Demetria, l’angelo di San Biagio, che tra le gonne ampie dell’abito durante la guerra portava i messaggi del Comitato di Liberazione Nazionale ai partigiani e alle partigiane in carcere; la superiora che si scusava con la madre generale per non aver chiesto consulto nel mandare da due suore infermiere, durante la guerra, una radio agli alleati nascosti, occultandola sotto la cassetta del pronto soccorso. La suora che ha rischiato la fucilazione, nascondendo donne ebree in un istituto.

Una montagna di lettere, rapporti, diari, documenti, figlia della tradizione archivistica dell’ordine delle Suore Maestre di Santa Dorotea, che fin dalla fondazione ha voluto che alla madre generale arrivassero da tutta Italia i rapporti sull’attività dell’ordine. Lì dentro facendo altre ricerche Suor Albarosa, al secolo Ines Bassani, che papa Benedetto XVI anni fa ha chiamato tra i consultori storici della Congregazione dei Santi, ha trovato un tesoro, custodito tra le carte dell’archivio della casa generalizia di Vicenza, iniziato dal fondatore san Giovanni Antonio Farina nell’Ottocento: «Ho fotocopiato tutto e messo da parte, senza un’idea precisa, poi ho capito che queste piccole suore meritavano di non restare oscure, di essere dimenticate, perché troppo spesso non abbiamo chiaro che la storia non la fanno solo i grandi ma anche tanti piccoli che subiscono le scelte dei grandi».

Anche se le suorine, cui suor Albarosa ha dedicato il libro Le suore della libertà, pubblicato nel 2020 per l'editore Gaspari di Udine, non hanno affatto subìto, hanno agito, in mille modi, come potevano: «Hanno continuato a fare quello che veniva loro naturale, occuparsi di persone in difficoltà, ma quando si son trovate a scegliere da che parte stare, mi ha stupito accorgermi che queste suore, che non comunicavano tra loro, che capivano di politica come la gente semplice e avevano poche opportunità di informarsi,  hanno fatto tutte la stessa scelta di mettersi dalla parte di chi stava lottando per la libertà. Hanno aiutato ebrei a Roma, a Vicenza, nel veneziano. Hanno nascosto soldati fuorusciti dalle caserme dopo l’8 settembre. A Dolo, hanno tenuto un anno e mezzo soldati inglesi scappati dai campi di concentramento della pianura veneta. L’organizzazione dei partigiani s’era rivolta alla superiora della casa di riposo. Lei prendeva informazioni tramite i parenti che andavano a trovare gli anziani, ascoltava e riferiva e lo faceva mentre una parte della casa era occupata dai nazisti. Ha nascosto cinque inglesi in una legnaia. Li ha accolti informando solo la suora della comunità che provvedeva al cibo e alle loro necessità. La suora portava loro anche i libri, ma erano gli unici libri che c’erano in comunità, alla fine un paio di quei soldati inglesi, rimasti lì un anno e mezzo, da protestanti si sono convertiti al cattolicesimo e hanno chiesto il Battesimo e la Cresima. Altre suore hanno nascosto nel sottotetto della scuola materna un capo partigiano. Gli episodi più importanti, però non sono nei rapporti, non sono stati raccontati motivi di modestia, le suore non erano abituate ad esporsi, pensavano di aver fatto la cosa giusta, una cosa normale».

Sono testimonianze venute fuori dalle memorie anche molti anni dopo, come il diario di Suor Demetria, l’angelo di San Biagio: «Era il suo diario spirituale, in mezzo alle sue riflessioni sulla fede, setacciandolo ho trovato il racconto di quegli anni al carcere di Vicenza. Aveva un ruolo istituzionale, alla sezione femminile, poteva andare e venire e anche uscire. Passando per le celle trasmetteva i messaggi del Cln ai partigiani detenuti, faceva la staffetta, aveva anche il compito di assisterli quando venivano condannati alla fucilazione. Molti li ha salvati testimoniando in Tribunale, quelli che non ha potuto salvare li ha accompagnati. Qualcuno, racconta, l’ha anche chiamata “mamma” in quei momenti. A un certo punto scrive di aver ricevuto un asciugamano da un ragazzo di vent’anni: “Lo dia a mia madre, le dica che ha raccolto le ultime lacrime di suo figlio che ci ritroveremo in paradiso”», la voce di Suor Albarosa si incrina mentre lo ricorda. «Dopo, ogni volta, suor Demetria finiva a letto con la febbre. Scriveva: “Credo di avere sofferto come una madre”. Forse anche per questo ha dovuto aspettare di diventare anziana per elaborare e mettere su carta queste righe, un po’ come succedeva ai prigionieri lei e la superiora che aveva nascosto le ebree si sono tenute tutto dentro».

C’era, racconta Suor Albarosa, in quei rapporti e racconti quasi una sorta di pudore: «Un po’ queste suorine non pensavano che fosse importante, altre volte quasi si scusavano di avere deciso da sole, di aver messo a rischio le suore e l’istituto. Come la volta che la superiora mandò le due suore infermiere a portare la radio. Incontrarono una pattuglia tedesca, volevano perquisirle ebbero la prontezza di dire: “Andiamo a soccorrere un ferito, potrebbe morire”. Le lasciarono andare».

Anche scoprire il modo con cui quelle informazioni per la madre generale passavano attraverso l’Italia divisa dalla linea gotica è stata una sorpresa: «La superiora di ogni casa anche oggi ha l’impegno di mandare alla madre generale la relazione sulla casa, la madre generale di allora da Vicenza ha avuto un osservatorio privilegiato, attraverso notizie che provenivano da tutta Italia. Arrivavano tramite la Croce rossa italiana o più facilmente per la via del canale diplomatico del Vaaticano, perché la Segreteria di Stato aveva istituito un ufficio per le comunicazioni, che si serviva sia degli avvisi dati tramite dalla Radio Vaticana, che in quel periodo ha diffuso milioni di messaggi, sia attraverso moduli prestampati scritti che si mandavano al vescovo della diocesi e di lì agli interessati».

 

La scelta di raccontare tutto, di metterlo su carta è venuta come un dovere civile, che suor Albarosa si è sentita dentro, avendo passato tanta vita a insegnare: «Ho insegnato per tanti anni. Mi dicevo i ragazzi non ricordano più, manca senso di appartenenza. Devono sapere che viviamo in libertà in forza del sacrificio di chi ci ha preceduto. Sono convinta che solo la memoria scritta possa rendere reale quello che è avvenuto, più della tradizione orale che non supera facilmente le due generazioni. I nonni ormai raccontano quello che hanno sentito dai padri. La memoria scritta resta presente: sapere che la libertà, la democrazia, il benessere il progresso scientifico, le comunicazioni sono un privilegio della vecchia Europa ottenuto grazie al sacrificio di chi ha lottato per ottenere semplicemente la libertà è una consapevolezza che non possiamo permetterci di disperdere, in un tempo in cui la comunicazione orizzontale dei social rischia di non distinguere più una testimonianza su fonti attendibili da una fake news o da un pregiudizio. Mi preoccupa la mancanza di senso storico, che può colpire anche chi è chiamato a governare. L’ignoranza è un pericolo che dobbiamo contrastare».

 
 
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