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mercoledì 20 ottobre 2021
 
QUARESIMA
 

«Vi scrivo da quella grande prigione a cielo aperto ch'è la Siria»

04/03/2020  Lettera aperta di fra Bahjat Elia Karakach, guardiano del convento di Bab Thouma a Damasco:  «I mass media non vi parlano dei milioni di siriani che soffrono il freddo per mancanza di gasolio, che non sempre possono godere un piatto caldo per mancanza di gas da cucina, degli ammalati che non possono avere cure dignitose... per questo vi auguro giorni di riflessione e preghiera dicendovi che qui è un carcere»

«Carissimi amici, vi scrivo dal carcere». Fra Bahjat Elia Karakach, guardiano del convento di Bab Thouma a Damasco, riflette sul senso del cammino di prepareazione alla Pasqua,  partendo dalla pagina ecangelica relativa al giudizio universale. «Ecco arriva il tempo quaresimale che ci aiuta alla conversione attraverso la penitenza», afferma. «Un tempo in cui siamo chiamati ad essere vicini a chi soffre, agli emarginati con i quali il Signore Gesù si è identificato… I carcerati sono espressamente menzionati nella parabola del giudizio finale in  Mt 25,31-46: “Ero in carcere e siete venuti a trovarmi”. Qui in carcere non sono solo, ma condivido questa cattività con tutti i miei connazionali. Noi siriani, infatti, viviamo dal 2011 in una grande prigione, imposta dalle politiche occidentali, dai Paesi che si arrogano il ruolo di difensori dei diritti civili, ma mettono sotto embargo una nazione intera… e sapete perché siamo in questa prigione? Perché vogliamo difendere il nostro bellissimo Paese dai terroristi che una volta volevano trasformare la Siria in uno Stato oscurantista. Oggi, i grandi mezzi di informazione amano mettere in luce la storia di una bimba morta di freddo o una famiglia costretta a fuggire dai bombardamenti, ma questi stessi mezzi non vi parlano dei milioni di siriani che soffrono il freddo per mancanza di gasolio, che non sempre possono godere un piatto caldo per mancanza di gas da cucina. Non vi parlano degli studenti che non possono studiare dopo il tramonto per mancanza di corrente elettrica, non vi parlano degli anziani abbandonati perché i loro figli sono dovuti emigrare… Non vi parlano dei cari prezzi di vita perché la lira siriana è precipitata ulteriormente, non vi parlano dei giovani soldati che combattono il terrorismo in temperature sotto zero e non sanno se potranno farcela, non vi parlano degli ammalati che non possono avere cure dignitose perché i terroristi “moderati” hanno distrutto la maggior parte degli ospedali e perché gli ospedali che funzionano non riescono a riparare i macchinari a causa dell’embargo… e sicuramente non vi parleranno dei bombardamenti che hanno ucciso un giovane universitario due giorni fa [a Damasco ndr.] e neanche dei discorsi apertamente ostili di Erdogan che ha deciso di introdurre nelle scuole elementari la nostalgia ottomana di riconquistare le terre limitrofe tra le quali anche la Siria».

 

«Ma i grandi mezzi di informazione non vi parleranno neanche della gioia degli abitanti di Aleppo da quando l’esercito nazionale è riuscito a liberare i sobborghi ovest di Aleppo, dai quali piovevano i mortai sui civili», sottolinea ancora fra Bahjat Elia Karakach. «Non vi parleranno mai della gioia di tutti i siriani per la riapertura dell’autostrada Damasco-Aleppo e della rimessa in funzione dell’aereoporto internazionale di Aleppo che ha dato speranza di una possibile ripresa economica… non vi parleranno dell’annuncio della riparazione della via ferroviaria tra la capitale siriana (Damasco) e la capitale industriale (Aleppo) e della possibilità di viaggiare in treno dopo nove anni di guerra…Perciò vi dico che siamo in carcere… e le nostre notizie, quelle vere, sono scarsamente diffuse».

«Qualche volta qualcuno viene a trovarci, ci fa sentire parte del mondo e ci dà la speranza di poter tornare ad essere una nazione “normale”, non tagliata fuori dal mondo», concludee il religioso francescano. «Da questo carcere sentiamo notizie tristi e preoccupanti del coronavirus, che invade il mondo e la nostra amata Italia, preghiamo per voi e qualche volta, volendo sdrammatizzare, diciamo che questa volta è un vantaggio l’essere in “carcere”, perché almeno questo maledetto virus non riesce facilmente a penetrare le mura della nostra nazione. Dal “carcere” vi auguriamo ogni bene e un buon cammino di quaresima… Non abbiate paura, Gesù con la sua Croce ha vinto la sofferenza, il peccato e la morte. Ricordateci nella vostra carità quaresimale».

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