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lunedì 03 agosto 2020
 
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Lino Banfi fa 80 anni: «Come regalo vorrei diventare il giullare del Papa»

10/07/2016  Il popolare attore in occasione del suo compleanno racconta tutta la sua vita, dall’infanzia in seminario alla vita difficile da emigrante a Milano fino al matrimonio con la moglie Lucia cinquantaquattro anni fa e il progetto del marchio “Bontà Banfi” per promuovere i prodotti pugliesi. E svela il suo sogno: «Vorrei conoscere papa Francesco ed essere nominato suo giullare ufficiale»

Lo hanno definito «un’autorità pontificale e a tratti perfino miracolistica, un super-personaggio, un’icona indiscutibile, una specie di santo della società degli spettacoli». È Cavaliere di Gran Croce, la massima onorificenza repubblicana, e dal 2000 ambasciatore Unicef. Grande amico del papa emerito Benedetto XVI che ha incontrato il 1° ottobre del 2013 («Adesso mi racconti tutta la sua vita», gli disse Ratzinger). A Jesolo gli hanno dedicato un pezzetto di lungomare accanto a icone del calibro di Alberto Sordi, Gina Lollobrigida e Sofia Loren. Ha partecipato a oltre cento film, dalle commedie sexy degli anni Settanta, rigorosamente scollacciate e disimpegnate, a L’allenatore nel pallone («I veri allenatori, Lippi, Capello, Ranieri, mi chiamano “mister” e mi chiedono consigli, soprattutto sul 5-5-5»), fino a diventare il popolarissimo nonno Libero («ha conquistato tre generazioni») dello sceneggiato campione d’ascolti Un medico in famiglia (prima stagione nel 1998-‘99, la prossima, la decima, andrà in onda in autunno su Raiuno). Quando ha ricevuto la laurea ad honorem in Scienze della Comunicazione dall’Università San Cirillo di Malta il rettore ha rivelato di aver imparato a fare il nonno seguendolo in Tv. Il primo nome d’arte di Pasquale Zagaria fu Lino Zaga ma su indicazione del grande Totò, che riteneva malaugurante un cognome mutilato, lo sostituì con Banfi, pescato a caso in un registro d’alunni di un insegnante nonché impresario di avanspettacolo. Arrivato al giro di boa degli 80 anni Lino Banfi, di cui uscirà dopo l’estate per Mondadori la biografia Hottanta voglia di raccontarvi: la mia vita e altre stronzete, ha due fissazioni, un rimpianto e un grande desiderio.

Partiamo dalle fissazioni.
«Mi sento grasso. Ogni tanto a Roma andavamo insieme al mercato con Aldo Fabrizi e quando io mi lamentavo della mia pancia lui mi diceva: “Ma nun me rompe. Vieni con me che così sembri Alain Delon”».

E la seconda?

«Che la gente, prima o poi, si dimentichi di me. Per evitarlo sono già corso ai ripari».

Cosa ha fatto?

«Ho inventato il marchio “Bontà Banfi” da mettere sui prodotti made in Italy, anzi made in Puglia, per certificarne la qualità. Così la gente si ritroverà il mio faccione sulla bottiglia dell’olio, sulla scatola di pomodori, sul capocollo di Martina Franca e sui taralli baresi e sarà più difficile scordarmi».

Il rimpianto?
«Non aver mai vinto un premio perché i film comici non vanno ai festival anche se sbancano al botteghino. Mi sarebbe piaciuto vincere qualcosa, pure una cima di rapa d’oro. Magari faccio ancora in tempo».

Lino Banfi con tutta la sua famiglia. Da sinistra il nipote Pietro, il figlio Walter, la moglie Lucia Lagrasta, 78 anni, la figlia Rosanna, l'altra nipote e il genero Fabio
Lino Banfi con tutta la sua famiglia. Da sinistra il nipote Pietro, il figlio Walter, la moglie Lucia Lagrasta, 78 anni, la figlia Rosanna, l'altra nipote e il genero Fabio

Finalmente siamo arrivati al desiderio.
«Vorrei conoscere di persona papa Francesco ed essere nominato giullare ufficiale di Sua Santità».

Giullare?
«Sì. Così quando il Pontefice ha bisogno di sorridere mi chiama e io arrivo subito e gli tiro su il morale».

Cosa gli racconterebbe?

«Un aneddoto che mi capitò a Buenos Aires anni fa durante le riprese della fiction Tutti i padri di Maria con Lino Toffolo».

Racconti.
«Non riuscivo a chiudere la porta della camera d’albergo. Era tutto tecnologico, troppo complicato per me. Per non dimostrare di essere il solito che non capisce niente di queste cose scesi nella hall e chiesi nel mio spagnolo maccheronico per quale motivo non si chiudesse la porta.  Quello mi guardò e fece: “Ha apagado la luz?”. E io: “Perché qua si paga prima la luce?”. Capì che non avevo capito e scoppiammo a ridere. Alla fine mi spiegò che “apagar” in spagnolo significa “spegnere”. E poi gli racconterei la barzelletta preferita di Padre Pio, di cui tengo sempre un’immagine in tasca».

Qual è?
«Muoiono due frati d’incidente stradale e arrivano in Paradiso. San Pietro bussa alla porta del Padreterno e dice: “Ci sono due cappuccini caldi caldi”. E il Padreterno: “E chi li ha ordinati?”».

Come se lo immagina il suo incontro lassù?
«San Pietro mi accoglierà bene, parleremo in romanesco. Se Virginia Raggi mi nomina cittadino onorario di Roma arrivo con una credenziale in più che da quelle parti non guasta».

Lino Banfi con la figlia Rosanna alla presentazione a Roma dei palinsesti Rai della prossima stagione
Lino Banfi con la figlia Rosanna alla presentazione a Roma dei palinsesti Rai della prossima stagione

Che infanzia è stata la sua?
«A 17 anni scappai dalla mia città, Canosa di Puglia, con la compagnia di sceneggiate napoletane Arturo Vetrani. Ero uno squattrinato. Prima tappa Napoli, poi Milano».

Che vita faceva?

«Sbarcavo il lunario facendo fotoromanzi e qualche spettacolo. Per stare al caldo d’inverno me ne andavo a dormire nei vagoni dei treni come un mendicante. Un giorno incrocio un clochard che vedendomi così malandato s’impetosì e mi chiese: “Ti sei mai operato alle tonsille?”. No, risposi. “Allora toglile che non ti servono a niente, così hai un letto, pranzo e cena assicurati in ospedale”».

L’ha fatto?
«Di corsa. Su suo consiglio presi un cappuccino bollente con citrato e magnesia. Mi si gonfiò la gola e mi presentai al pronto soccorso dove, esagerando un po’, da attore, dissi che non riuscivo neanche a parlare. Mi feci dieci giorni al caldo e dovetti corrompere i medici per farmi allungare la degenza altrimenti, una volta uscito, non sapevo dove andare. Quando lo racconto oggi ai giovani non mi credono».

Perché da ragazzo è finito in seminario? Voleva diventare prete?
«Mi spedì mio padre per farmi studiare. Quando c’erano da fare le recite non mi davano mai il ruolo di Gesù ma quello di Giuda o di San Pietro. Un giorno mi chiamò il rettore e mi disse: “Zagaria, ma perché la gente ride quando parli tu?”. Quando andai via il vescovo di Andria mi prese in disparte: “Vai tranquillo. La tua missione è quella di regalare un sorriso alla gente e tu ci riesci bene”».

Nel marzo 2012 per le nozze d’oro ha fatto una festa in grande. Come mai?
«L’avevo promesso a mia moglie Lucia cinquant’anni fa, quando ci siamo sposati a Canosa il 1° marzo 1962 senza cerimonia».

Perché?
«Ho conosciuto mia moglie che avevo quindici anni e lei tredici. Dopo dieci anni di fidanzamento, abbiamo fatto la “fuitina”. In paese a quei tempi era normale. I suoi genitori mi volevano ammazzare. Per colpa della “fuitina” ci siamo dovuti sposare senza troppi festeggiamenti».

Niente cerimonia?
«Macché. Padre Stefano ci diede appuntamento alle sei del mattino in sacrestia. Quando gli chiesi perché così presto mi disse: “Pasqualino, ci vediamo a quell’ora perché dopo ho un matrimonio”. E io: “Perché il mio cos’è?”. Alle sei e un quarto eravamo fuori, neppure una foto. Pure il sacrestano ci diceva di sbrigarci perché moriva di freddo. Promisi a mia moglie che se fossimo arrivati alle nozze d’oro avremmo fatto una festa principesca e così è stato. È venuto il cardinale Coccolpalmerio a celebrare la Messa a San Giovanni in Laterano».

Ha paura della morte?
«Un po’ sì. Ma noi comici siamo eterni, non possiamo permetterci il lusso di morire».  

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