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giovedì 11 agosto 2022
 
 

Lou Dalfin: noi, moderni trovatori

12/01/2012  Da 30 anni la band è un punto di riferimento della musica tradizionale in lingua d'oc. L'ultimo Cd, "Cavalier faidit", rievoca un capitolo buio della storia dell'Occitania.

Chi pensa che la lingua d'oc - o antico provenzale - sia solo una vecchia reminiscenza degli studi di letteratura italiana, un idioma di epoche lontane rinchiuso nel mondo perduto degli antichi trovatori, dovrà ricredersi. La lingua dell'Occitania, la vasta regione che si estende dal Sud della Francia, fino ad alcune zone della Catalogna e alle valli occitane del Piemonte, è una realtà viva e in fermento, espressione di una cultura locale che, nel corso dei secoli, ha continuato a essere tramandata, forte della sua apertura al rinnovamento e alle contaminazioni. Prova di questa vivacità culturale e linguistica è la popolarità dei Lou Dalfin - ovvero il delfino, simbolo della regione occitana - band piemontese di moderni trovatori che da trent'anni danno voce all'Occitania attraverso la loro musica tradizionale in lingua d'oc. A raccontare la storia del gruppo è il leader Sergio Berardo che, oltre a suonare, tiene anche lezioni di ghironda - strumento a corde tradizionale - frequentatissime dai ragazzi della valli occitane.

Sergio Berardo, i Lou Dalfin festeggiano i primi trent'anni di vita. Segno che la musica occitana è una realtà molto popolare e seguita...
«Dietro il fenomeno del revival della cultura occitana c'è un lavoro di popolarizzazione che abbiamo portato avanti per tre decenni. Una cosa è la musica popolare, un'altra la musica tradizionale. Spesso quest'ultima era patrimonio di certi ambienti di nicchia, un po' intellettuali. Noi vogliamo che la musica tradizionale sia di tutti, dunque popolare, che si muova in un linguaggio condiviso dal maggior numero di persone. Così, accanto agli strumenti tradizionali, abbiamo inserito strumenti della cultura di oggi, la chitarra, il basso, la batteria... Volevamo che alle feste venissero i ragazzi, volevamo fare musica popolare. Questa operazione ha pagato: la nostra musica è andata oltre le valli occitane, suoniamo in molte città, a partire da Torino. La musica popolare deve aprirsi e rinnovarsi. Un antropologo francese diceva che una tradizione è veramente morta quando la si difende invece di inventarla».

La musica tradizionale è amata anche dalle nuove generazioni?
«Molto. Qui da noi è normale vedere ragazzi di 15-18 anni che fondano band e vanno in giro a suonare musica occitana. C'è una grande abbondanza di musicisti». 

Quali sono gli strumenti tipici della musica occitana?
«La ghironda, il violino, la fisarmonica diatonica e cromatica, e poi le cornamuse: in Occitania ce ne sono di sette tipi diversi. Io suono ghironda e cornamuse, ho imparato quando ero molto giovane, trascinato dall'onda del folk revival americano». 

L'antico provenzale è ancora parlato?

«E' molto parlato! L'Occitania è un territorio molto vasto, che comprende 13 milioni di abitanti. E' la più grande fra le nazioni proibite d'Europa, quelle non riconosciute come Stati».

Con il vostro forte richiamo all'identità locale non avete mai avuto paura delle etichette politiche?

«Di essere considerati leghisti? In Italia esiste questo equivoco: se io sono del Sud e dico che mi piace la musica della mia terra sono considerato progressista. Se io vivo nel Nord e mi piace la musica della mia regione divento automaticamente leghista. Non corriamo il rischio di essere strumentalizzati politicamente perché siamo molto chiari: all'inizio la Lega ha provato a coinvolgerci nelle loro feste, ma hanno ricevuto un netto rifiuto da parte nostra. La cultura occitana è fondata sullo scambio, la contaminazione, la tolleranza e l'accettazione: gli antichi trovatori viaggiavano per l'Europa per cantare le loro composizioni poetiche, i suonatori occitani erano ambulanti che giravano per diffondere la loro musica. I piccoli egoismi localistici non hanno niente a che spartire con la cultura occitana. Mi piace ricordare che un simbolo culinario del Piemonte è la bagna cauda. Ma le acciughe, su cui questo piatto si fonda, provengono da fuori: la nostra identità gastronomica si basa dunque su un prodotto importato. E' una cosa bellissima».


L'apertura contraddistingue anche il vostro ultimo album, che vanta numerose collaborazioni, da Roy Paci a Bunna degli Africa Unite.  Il titolo del Cd è Cavalier faidit, cavaliere proscritto: può spiegare?

«Per parlare dei cavalieri proscritti dobbiamo risalire al 1209. Allora nelle terre occitane del Sud della Francia era nata una civiltà antitetica alla barbarie che imperava nel Nord, una società basata sulla cortesia e la nobiltà. Il clima di tolleranza favorì il proliferare della religione catara. Contro il catarismo venne bandita una crociata, che permise alla monarchia francese di estendere e imporre il suo dominio su quelle terre. Chi difese l'Occitania furono i nobili locali, i cavalieri occitani, che persero la guerra e furono proscritti. Per me il cavalier faidit è il simbolo di chi non sta a guardare, chi interviene contro un sopruso e combatte contro l'oppressione, pagando per la sua scelta: un simbolo di allora ma anche del nostro tempo».

 
 
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