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Lo scorso giovedì 29 maggio, durante un incontro in una colonia israeliana in Cisgiordania, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha annunciato che l'esercito avrebbe esteso il controllo militare israeliano fino al 70% della Striscia di Gaza. «Cominciamo così», ha detto, lasciando intendere che anche quella soglia potrebbe non essere definitiva. Al momento dell'annuncio, Israele controllava già il 60% del territorio. Una mossa che viola apertamente i termini del cessate il fuoco mediato dagli Stati Uniti lo scorso ottobre, secondo cui i militari israeliani avrebbero dovuto rimanere entro la cosiddetta «yellow line», che divideva la Striscia in due parti occupandone il 53%.
La linea gialla, segnalata da blocchi di cemento e pali, si è rivelata sin dall'inizio mobile: l'esercito israeliano la spostava verso ovest e verso il mare, riducendo progressivamente lo spazio a disposizione dei palestinesi. Famiglie sfrattate dai loro rifugi di emergenza da milizie sostenute da Israele, poi seguite dall'avanzata dei soldati.


Immagini satellitari documentano la distruzione sistematica di ogni edificio nelle zone occupate. Il diplomatico bulgaro Nickolay Mladenov, a capo del Consiglio di pace voluto da Trump, ha ammesso che se non ci saranno progressi «la linea gialla potrebbe trasformarsi in una recinzione o un muro, una separazione permanente».
Circa due milioni di persone vivono ora in uno spazio ridotto a un terzo rispetto a prima della guerra. Dall'entrata in vigore del cessate il fuoco di ottobre, nonostante l'accordo formale, più di 880 persone sono state uccise e oltre 2.600 ferite. Dall'inizio del conflitto, il 7 ottobre 2023, il Ministero della Salute di Gaza registra oltre 72.000 morti, la grande maggioranza civili — donne, bambini, anziani. L'UNICEF ha stimato che entro giugno 2026 oltre 43.000 bambini saranno ad alto rischio di morte per malnutrizione.


L'uomo davanti alla casa distrutta
Sami Abu Omar è nella foto davanti a quello che resta della sua casa. Le pareti mancano, il tetto è crollato, le macerie disegnano una geometria impossibile. Eppure lui è lì, eretto. Ha quasi trent'anni di lavoro con ONG e giornalisti italiani. Conosce ogni settore della Striscia: sanitario, umanitario, energetico, agricolo. Parla con la precisione di chi ha imparato, attraverso i corpi e i numeri, a raccontare l'indicibile senza perdere la voce. Risponde a questa intervista da Gaza, dove vive ancora.
«La gente ha convinto che sono stati lasciati al loro destino. Non si fida più di nessuno».
Sami, lei vive a Gaza dal 1997. Ha visto molte guerre, molti momenti di crisi. Cosa c'è di diverso questa volta negli occhi della gente?
Negli anni passati, quando guardavi le persone, vedevi sempre qualcosa: una speranza, una distrazione, anche solo la mente che vagava altrove. Oggi no. La gente è con il corpo tiepido e la mente da un'altra parte — ma non è altrove per sognare, è altrove perché non riesce a restare dentro quello che sta vivendo. E c'è tanta rabbia. Una rabbia che cresce ogni giorno, contro il mondo intero. Non contro i popoli — i popoli ci danno la mano — ma contro i governi, che restano come sono. Quando in Italia escono in piazza un milione di persone, rimangono cinquantanove milioni a casa. Non basta.
Il cessate il fuoco di ottobre sembrava una svolta. Poi?
La gente se l'era detto: ci hanno portato la questione davanti al mondo, qualcosa cambierà. Invece no. Da quando c'era questo accordo, sono morti più di novecento persone, altre tremila ferite. Oggi ci sono stati bombardamenti. Anche durante questa che loro chiamano festa — Israele continua a colpire. Siamo stati sacrificati: col nostro corpo, con la nostra gente. L'accordo è carta. La realtà è il fumo sopra quello che resta dei nostri quartieri.


Stare zitto, praticamente, vuol dire essere complice del genocidio. I media internazionali raccontano ancora Gaza?
Raccontano numeri. Sono morti ottantamila, centomila — le cifre cambiano, ma il racconto si ferma lì. Non si parla più della vita giornaliera, della sofferenza concreta. Non si parla della mancanza di luce, di gas. Di quello che significa alzarsi la mattina e fare due ore di coda per prendere l'acqua. Poi finisce l'acqua e vai a fare la coda alla cucina. Se la cucina è chiusa, cerchi le legna. Un chilo di legna costa tredici shekel, quasi quattro euro. Per cucinare ne servono almeno tre chili al giorno: quattrocento euro al mese solo per accendere il fuoco. Tante famiglie non fanno nemmeno più il caffè. Un litro di gasolio costa trenta euro, un litro di benzina quaranta. Questa è la vita, non i numeri.


Come si regge una famiglia in queste condizioni?
Con fatica infinita e senza arrendersi. Il gas che ci danno — otto chili ogni due mesi per una famiglia di dieci persone — finisce in due settimane. Le medicine non ci sono: lavoro con organizzazioni nel campo sanitario e arrivano malati che non siamo in grado di curare perché i farmaci non esistono. La situazione sanitaria è al collasso. Ma non ci arrendiamo, perché arrendersi vuol dire la morte. E quando sei morto non c'è più niente da sperare.
"Non ci arrendiamo mai, perché l'arresa vuol dire la morte. E quando sei morto non c'è più da sperare niente", dice. Eppure lei parla anche di matrimoni, di feste, di gelati al mare…
Perché la vita non si ferma. Tutti i giorni ci sono matrimoni. Ieri sono andato alla festa del figlio di un mio amico. Ci sono posti vicino al mare dove puoi prendere un gelato o mangiare una pizza. Ci sono ancora ristoranti — costruiti con mattoni riciclati dalle case distrutte, con il ferro recuperato dalle macerie. Con gli amici facciamo cene in comune, andiamo a fare l'arrosto insieme. La casa — Gaza — è ancora viva. Non è morta totalmente. E questo è il motivo per cui è impossibile arrendersi: anche con il niente, facciamo tutto.


Il 7 ottobre ha cambiato tutto. Anche la sua prospettiva?
Il 7 ottobre è stata una cosa terribile, su tanti livelli. Hamas ha sbagliato ad andare in guerra contro Israele in quel modo — non c'è tanta differenza di potere militare, e lo sapevano. Ma quello che è successo dopo è un altro discorso. Degli ottantamila morti, non ci sono nemmeno ottomila di Hamas: il resto sono civili, bambini, donne, anziani. Quando viene distrutto un palazzo con la gente dentro, Israele non chiede chi è di Hamas e chi no. Lancia un missile su un mercato: chi muore sono le persone che stavano comprando il pane.


C'è ancora spazio, in tutto questo, per parlare di pace?
Sì, c'è sempre spazio. Come popolo palestinese non abbiamo tanto odio — abbiamo tanta rabbia, sì, ma non è la stessa cosa. Si può parlare di pace, si può sempre parlare di pace. In tutto il mondo, quando ci sono guerre, si finisce per trattare. La pace è possibile: due stati, due governi, una vera autodeterminazione al popolo palestinese, confini concordati. Possiamo vivere anche in uno stato disarmato. La pace costa poco; è la guerra che costa tanto. Con la pace si costruisce il futuro. Con la guerra si distrugge tutto — le case, il terreno, la gente.
Cosa chiede agli italiani?
Non dimenticate Gaza. Tenete viva la questione nei vostri incontri, nelle scuole, tra i giovani e gli anziani. Fate pressione sul governo italiano perché rompa le relazioni militari ed economiche con Israele. Scrivete sui social media, andate alle manifestazioni. E soprattutto: non state zitti. Perché stare zitti vuol dire essere complici. Le opinioni delle persone cambiano — una diventa dieci, dieci diventano un milione. Un milione di voci può cambiare qualcosa. Ma bisogna parlare.














