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sabato 25 settembre 2021
 
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Mauro Magatti: "Il Paese può farcela, con il contributo dei cattolici"

28/10/2017  La transizione in corso, dice il sociologo, segretario del Comitato scientifico e organizzatore delle Settimane sociali, è l’occasione per recuperare e valorizzare la nostra matrice culturale e spirituale che nel secoli ha prodotto esperienze straordinarie, ancora oggi ammirate in tutto il mondo. Come quella di Adriano Olivetti. La relazione completa.

Oggi è il giorno dell’ascolto e della proposta.

Già ieri nei tavoli si è cominciato a discutere. E Più tardi incontreremo le forze sociali e poi il governo e l’Europa.

In questo percorso, il mio compito è quello di provare a raccogliere in un orizzonte comune i tanti spunti e rinvigorire, se possibile, il passo di tutti così da procedere nel cammino.

1.È solo il racconto della vicenda delle ultime tre generazioni vissute nel nostro paese che ci permette di inquadrare adeguatamente la situazione nella quale  ci troviamo.

La generazione del dopoguerra, quella di mio padre, ha lavorato con speranza e passione, creando una grande ricchezza diffusa per sè e i propri figli.

Poi è arrivata la generazione del baby boom, quella di cui io faccio parte: nata insieme all'individualismo e al consumerismo, è cresciuta col benessere, venendo poi investita dal vento forte della globalizzazione neoliberista. A conti fatti, questa generazione lascia in eredità molti debiti e pochi figli.

E così si arriva alla terza generazione, quella dei miei figli - i Millennials - che  oggi hanno l’età per affacciarsi alla vita adulta, ma che sono spesso costretti alla scelta tra emigrare o stare in panchina.

È nel quadro di questo percorso storico - nel quale è cambiato anche il modo di essere presenti nella società e nella politica dei Cattolici - che la questione del lavoro in Italia oggi deve essere posta.

 

2. Una tale situazione non si è creata per caso. Nella  storia recente del nostro paese, c’è infatti un punto di svolta: sono gli anni 80, quando  il debito pubblico raddoppiò - passando dal 60 al 120% del Pil - e come una idrovora si divorò la ricchezza accumulata nei decenni passati, compromettendo il futuro delle generazioni successive. In quel decennio, esaurita la spinta creativa del dopoguerra, invece di aprire una nuova stagione di sviluppo, l’Italia si è ripiegata su se stessa, adottando un modello antigenerativo - tutto schiacciato sull’io, il breve termine, il binomio consumo-rendita (sostenuto dal debito) - vera causa  delle difficoltà di oggi. Un’idea sbagliata -che ha prodotto una cultura - da cui derivano molti dei mali che ben conosciamo: disuguaglianze e povertà; blocco della natalità e del ricambio generazionale; elites estrattive e corruzione endemica; perdita di peso del lavoro sulla ricchezza prodotta.

Se  vogliamo essere onesti, dobbiamo ammettere che da lì il paese non si è più ripreso. Come ha confermato la mostra che ha aperto le Settimane: l’Italia viene da una lunga stagione di declino (su cui ha poi inciso la grave crisi internazionale del 2008) il cui costo ricade soprattutto sulle spalle dei giovani, delle famiglie e delle donne.

In una parola, potremmo dire che l'Italia è invecchiata. Ed è invecchiata  male.

 

4. Da qualche tempo, finalmente, i dati parlano  di ripresa. E questo è un bene perché respiriamo un pochino meglio

Ma è bene non fraintendere: i benefici della ripresa raggiungono troppo lenta-mente e parzialmente la quotidianità di molte persone. Nel frattempo sono passati 10anni!

La ragione è che la relazione tra aumento del PIL e condizioni di vita (mediata proprio dal lavoro) è oggi più labile che in passato: crescono i profitti, la produttività, le quotazioni di borsa, ma solo in misura modesta l’occupazione.  La ricchezza rimane troppo concentrata e la crescita geograficamente troppo dif-forme: i salari sono stagnanti e buona parte del lavoro è precarizzata e sottopagata. 

Per molte famiglie, le cose non sono migliorate e le aspettative per il futuro rimangono fiacche.

La verità  è che la  crisi del 2008 ha cambiato le condizioni dello sviluppo: che ce ne rendiamo conto o no, siamo entrati in una nuova fase storica, con la quale dobbiamo ancora  imparare a fare i conti.

 

5. Siamo  sulla soglia di una trasformazione profonda. Negli ultimi vent'anni sono state poste solo le premesse  della  “società digitale”. Sappiamo già che una buona parte del  ‘lavoro umano’ sarà  sostituito dal ‘lavoro delle macchi-ne”.

Senza cedere al pessimismo, si può ragionevolmente ritenere che, mentre si distruggeranno, nasceranno nuovi lavori. Ma non dimentichiamo che, per le persone in carne e ossa, a contare saranno i modi e i tempi del processo di aggiustamento.

Il rapporto tra vita e lavoro è destinato a essere  rimodulato. Il lavoro del futuro, infatti, sarà meno vincolato a luoghi e tempi specifici: in un mondo in cui saremo connessi sempre e ovunque, cosa vorrà dire “lavorare”? Che cosa ne limiterà il tempo? E come si determinerà il salario”? Cosa vorranno dire libertà e creatività?

Già oggi, col cosiddetto lavoro agile, si vanno diffondendo contratti che contemplano la possibilità di lavorare a casa. Una soluzione che può permettere una migliore compatibilità con la vita personale e famigliare, ma che -senza adeguate tutele -  può al contrario favorire nuove forme di controllo e sfrutta-mento.

Sinteticamente, il compito che ci aspetta è di navigare tra la Scilla della  società senza lavoro  (jobless society) e la Cariddi di una società del tutto lavoro (total job society) - quella in cui ogni nostra attività - di produzione, consumo, cura  -  potrà venire  assoggettata a controllo e misurazione.

Per evitare entrambi questi scogli è necessario impegnarsi per rendere la digitalizzazione una benedizione e non una maledizione.

Ma non sarà un compito facile.

 

6. Per muoversi nella giusta direzione senza dimenticare chi soffre la prima cosa da fare è mettersi in ascolto per scorgere i germogli di una nuova primavera.

Lo abbiamo fatto in questi mesi con Cercatori di lavoro e dobbiamo continuare a farlo, tornando a casa, nei mesi che verranno.

Ma quali sono questi germogli?

Che il tema della sostenibilità – nella sua accezione ampia: cioè ambientale e sociale - sia oggi imprescindibile lo hanno capito prima di  tutto alcune imprese, quelle più dinamiche. La sostenibilità promuove  un modello di sviluppo in cui valore economico e sociale sono ricongiunti in un’ottica di medio-lungo periodo. Numerose ricerche dicono che le imprese di successo sono quelle che adottano una strategia centrata su qualità integrale della produzione; relazioni basate sulla fiducia e il reciproco riconoscimento con i dipendenti e la filiera dei fornitori; attenzione al territorio e all’ambiente. La logica dello sfruttamento invece  (del lavoro, dei fornitori, dell’ambiente e del territorio, in una eterna  lotta quotidiana su  quantità e prezzo)non porta molto lontano.

 

Considerazioni analoghe valgono  per i territori. A fiorire sono quelli capaci di mettersi insieme per fare squadra e creare sinergia, superando divisioni e lotte intestine. Le infrastrutture, la formazione, l’integrazione sociale, l’identità locale non sono costi ma investimenti. La stessa BCE ha di recente ammesso che le spese per sanità, educazione e infrastrutture “hanno effetti positivi sulla crescita a lungo termine, riducendo al tempo stesso la spesa improduttiva”.

 

In terzo luogo, oggi si riconosce che la motivazione è decisiva per armonizzare soddisfazione personale e successo d’impresa. Non solo,  tra  artigiani, professionisti,  tecnici, manager, imprenditori - specie  se donne - cresce la  domanda di un lavoro associato a un senso. C’è voglia di qualche cosa di più: non solamente far funzionare macchine, servire un sistema efficiente,  ma  dare il proprio contributo, essere artefici del cambiamento di sè e della società, rispondere ai bisogni e risolvere i problemi mettendo in campo la propria intelligenza.

Una domanda da  ascoltare e sostenere. Perché questo è il desiderio umano che è mediato dal lavoro: poter esprimere la propria creatività personale  prendendo parte  al movimento generativo della vita.

 

Anche tra i consumatori cresce la consapevolezza del voto col portafoglio. Come un sasso nello stagno, ogni atto di acquisto produce conseguenze che arrivano molto lontano all’interno del sistema economico. Una consapevolezza che cresce orientando  nuovi stili di vita e nuovi modi di produzione.

 

Tutto ciò è particolarmente vero per i giovani. Le ricerche dicono che le nuove generazioni giudicano positivamente l'economia di mercato ma chiedono che sia regolata e messa al riparo dai suoi eccessi. Molto sensibili nei confronti della questione ambientale, i ragazzi  sanno che sarà la loro generazione a sopportare i costi di una colpevole inazione. Inoltre, le nuove generazioni ambiscono a costruire un equilibrio migliore tra vita e lavoro, dove la remunerazione economica non costituisce l’unico criterio di scelta. Per lo più aperti e tolleranti  verso i migranti, i giovani pensano che l'affermazione personale non debba andare a discapito delle relazioni. Il loro sogno è che il riconoscimento  delle loro capacita dal desiderio non sia dissociato dal vantaggio per la comunità circostante.

 

Che in mezzo a tante difficoltà, a tanto dolore, ci sia ragione di sperare lo mostrerà efficacemente il docufilm che vedremo nel pomeriggio. Un docu-mento prezioso che ci permetterà di intuire quale può essere il nostro futuro.

Prima di tutto rinnoviamo dunque i nostri occhi e il nostro cuore: di fronte ai guasti lasciati dallo sviluppo disordinato degli ultimi decenni, sono tanti coloro che stanno già cercando un nuovo modo di pensare e di vivere il le-game con l'altro (visto come costitutivo e non minaccia della propria libertà) e la realtà che li circonda (da rispettare, non semplicemente da sfrutta-re e manipolare).

Secondo la cornice di uno sviluppo umano integrale tracciato dalla Laudato si’.

Si tratta di non disperdere questo fermento, ma di convogliarlo in una visione unitaria che un po’ per volta occorre far emergere.

 

Forzando un po’ (ma non troppo!) i termini della questione,  si può dire che l’Italia si trova davanti a un bivio: o cadere ancora di più nella spirale di sfruttamento e disuguaglianza resa possibile da una digitalizzazione che pretenda di organizzare l’intera società come una grande fabbrica; oppure incamminarsi verso un nuovo sentiero di sviluppo che, rilegando economia e società, metta al centro la creatività umana arrivando a delineare una  transizione migliore  tra vita e lavoro.

 

7. La primavera, però, non è l’estate - tempo del caldo e dell’attesa - e  tanto meno l’autunno - tempo del raccolto. È piuttosto il tempo della semina, cioè  della speranza, dell’audacia, dell’impegno. Di chi sa credere senza vedere ancora i frutti.

È questa la stagione che stiamo vivendo!

Ma che cosa possiamo o dobbiamo seminare?

 

8. Il tempo che viviamo ci sollecita a mettere in discussione l'idea semplice secondo la quale attraverso il consumo - sostenuto  dalla finanza - sia possibile sostenere la crescita.

L'ordine dei fattori va invertito: solo quelle imprese, quelle organizzazioni, quei territori, quelle comunità che sapranno mettersi insieme per “produrre valore” potranno prosperare.

Prima occorre produrre valore e poi, solo poi,  si può consumare. Non più viceversa.

Si tratta di un vero e proprio Cambio di paradigma. Abbandonata la strada fasulla dell’illusionismo finanziario, siamo chiamati a tornare a "lavorare tutti insieme nella creazione di un valore comune”, insieme economico e sociale, materiale e spirituale, secondo un nuovo mix di efficienza e senso,  imprenditività e solidarietà,  immanenza e trascendenza.

 

9. Lo provo a dire con una metafora: nel nuovo "mare della tecnica" che avvolge l'intero pianeta, si ripropone la questione della terra.

Etimologicamente, il termine "terra" significa secco, non umido, in contrapposizione al mare, ambiente liquido e infido e come tale impossibile da dominare. Dante usa l'espressione "gran secca" per dire che, per esistere, la terra deve emergere dal mare.

La terra dà dunque il senso di una solidità, di una permanenza, cioè di una storia, di una cultura, di un futuro. Di un servizio.

In una parola, di un nomos, una legge. Parola che ha una triplice valenza etimologica: Nehmen significa presa, conquista; Teilen  divisione,  sparti-zione; Weiden coltivazione, valorizzazione. 

Che  la “terra” (cioè la politica)  rischi di ripresentarsi oggi come conquista (guerra) o divisione (muri) è evidente.

Ma la verità è che, al di là di ogni pretesa di autosufficienza, la terra umana oggi si può costituire solo in rapporto al mare della tecnica e alle  altre ter-re emerse.

Certo, la terra presuppone un limite, una cultura (cioè una coltivazione). Ma questo non implica né muri né contrapposizioni.

La via ce la suggeriscono piuttosto  i biologi quando, a proposito delle cellule, distinguono tra parete e membrana: la prima trattiene tutto per quanto può e da via quanto meno possibile; la seconda, porosa e resistente, permette il fluire delle diverse sostanze senza per questo perdere la propria struttura.

In effetti, se è vero che nessuna terra può fiorire oggi indipendentemente dal mare tecnico planetario (con i suoi codici, i suoi linguaggi, i suoi standard) è altrettanto vero che  la terra - e il suo nomos - oggi può "emergere" più che mediante il  richiamo alla separatezza e, con essa, al sangue,  attraverso l’azione del custodire e del coltivare - che mette la tecnica al servizio della vita dei suoi abitanti.

 

10. Ecco dunque  il "nomos della terra" nell'era del mare tecnico: per diventare umana, la terra va lavorata, insieme, con impegno e generosità. Perché  così solo così può  fruttare.

In tale contesto, il lavoro non solo può, ma deve tornare a essere al centro del nostro modello di sviluppo.

E non a parole ma nei fatti. Nelle scelte concrete delle imprese, della pubblica amministrazione, delle famiglie. Il che significa nelle forme contrattuali, nella imposizione fiscale, nelle regole degli appalti, nella organizzazione scolastica e educativa.

 

11. Invero, non c’è nulla di scontato nel dire che occorre rimettere al centro del nostro modello di sviluppo il lavoro nella sua accezione antropologica-mente più ampia.

Semplicemente perché veniamo da una lunga stagione in cui ciò non è stato vero.

Ma cosa vuol dire mettere al centro il lavoro?

 

12. Primo: prendersi cura dell’umano in tutte le sue dimensioni. Si discute di formazione e  competenze. Ma una cosa va riaffermata con forza: occorre for-mare, cioè  capacitare, la persona, superando le false dicotomie che separano invece di tenere insieme. Non va bene un’idea di cultura astratta, distaccata, rispetto alla quale la realtà non pare mai all’altezza; ma nemmeno un tecnicismo asfittico, schiacciato sul fare per il fare. Occorre ribadire che la persona intera è fatta di tante dimensioni (cognitiva, emotiva, manuale, sociale) che vanno tutte stimolate e curate, coltivando il sapere teorico che quello pratico, la conoscenza formale e quella informale. La possibilità di realizzarsi anche lavorativamente  (senza produrre scarti) dipende dalla crescita armoniosa di tante dimensioni diverse.

Un processo delicato che deve vedere tanti soggetti e istituzioni agire di concerto. Perché una formazione integrale non è mai solo un affare privato. Dice bene un proverbio africano: per crescere un bambino ci vuole un intero villaggio. Tradotto nel linguaggio contemporaneo: L’educazione è un bene comune.

Il che significa anche che, alla lunga, non c’è nemmeno crescita se la comunità non  si cura dei propri giovani, soprattutto di quelli più fragili. In una prospettiva di sviluppo sostenibile,  l’inclusione è un principio economico.

 

13. Secondo: Mettere al centro il lavoro significa creare un ecosistema favorevole a chi lo crea e a chi lo pratica.

Obiettivo che in Italia appare rimane  lontano.

Andare in questa direzione  significa:

detassare quanto più possibile il lavoro e poi in generale le attività che lo crea-no; 

fare arrivare a chi crea lavoro (non a chi specula o vive di rendita) le risorse disponibili. 

Combattere il castello kafkiano della  burocrazia.

Gli avversari dunque sono chiari: finanza predatrice, stato distruttore, specula-zione edilizia,  sovranità del consumatore.

Ma non si tratta solo di “liberare” il lavoro.

Si tratta anche di creare nuovo valore. Cioè nuova economia. Obiettivo che richiede Una  rinnovata capacità di stipulare  “alleanze" per creare quel “valore condiviso” tra le cui pieghe è nascosta buona parte dell’economia del futuro.

Gli esempi sono tanti. Dal welfare all’edilizia, dall’ambiente ai beni culturali, dall’educazione alla ricerca, dall’energia alle infrastrutture: il lavoro può nascere solo la dove si saprà mettersi insieme per produrre nuovi tipi di beni.

Quello che viviamo è un tempo di innovazione non di conservazione.

 

14. Terzo: Non basta parlare del lavoro purchessia. Il lavoro va sempre e di nuovo Umanizzato. Nell’epoca dei robot e della intelligenza artificiale, il lavoro si salverà solo capendo meglio e valorizzando la specificità del  lavoro umano.

Per reggere l’impatto della digitalizzazione c’è bisogno di una conversione culturale: passare da un’economia della sussistenza a un’economia dell’esistenza; produttrice, cioè, di saper-vivere e di saper-fare, dove il lavoro non sia mera fabbricazione, ma contribuzione. Come ha detto Papa Francesco, “Oggi la creazione di nuovo lavoro ha bisogno di persone aperte e intraprendenti, di relazioni fraterne, di ricerca e investimenti  per risolvere le sfide del cambiamento climatico”.

Per umanizzare occorre avere ben chiara la distinzione tra estrazione e creazione di valore. Nel primo caso si tratta di spremere il limone dell’efficienza andando a scovare tutti i frammenti di realtà  a cui si può  applicare un prezzo. Nel secondo caso, si tratta di cogliere i bisogni che non hanno ancora risposta, di mettere insieme ciò che è frammentato o disperso, di favorire la collaborazione tra le parti, di scommettere sulla capacità  di iniziativa delle persone e delle comunità.

Due strade in apparenza sovrapposte, ma che portano a esiti  molto diversi.

 

15. Sono questi i 3  temi delle tre sessioni parallele dove proseguiremo il lavoro dei tavoli di ieri.

 

16. Di fronte alle gravissime difficoltà in cui si dibatte la generazione dei  nostri figli  non basta perciò  evocare una generica ripresa, dubbia nella consistenza e ancora di più nei suoi effetti.

Né tanto meno si tratta di sollecitarli a correre non si sa verso dove né  per fare che cosa.

Si tratta, piuttosto, di autorizzarli a diventare autori - col nostro pieno e convinto sostegno - della costruzione di un modello di sviluppo meno ossessionato dalla crescita quantitativa, dalle performatività, dall’efficienza e più interessato a una nuova sintesi tra materiale e spirituale, strumentalità e senso, efficienza e creatività.

È questo l’invito di Papa Francesco: “adoperatevi per andare oltre il model-lo di ordine sociale oggi prevalente. Dobbiamo chiedere al mercato non so-lo di essere efficiente nella produzione di ricchezza e nell’assicurare una crescita sostenibile, ma anche di porsi al servizio dello sviluppo umano integrale. Non possiamo sacrificare sull’altare dell’efficienza –  “vitello d’oro” dei nostri tempi – valori fondamentali come la democrazia, la giustizia, la libertà, la famiglia, il creato. In sostanza, dobbiamo mirare a “civilizzare il mercato”, nella prospettiva di un’etica amica dell’uomo e del suo ambiente”

Questa dunque deve essere l’ambizione: lavorare con e per le nuove generazioni allo scopo di promuovere il lavoro degno, non sfruttato e degradato, ragionevolmente retribuito e stabile. Come pilastro di un nuovo modello di sviluppo.

Prima di tutto per ragioni di senso. Perché vogliamo la felicità delle persone. Di tutte le persone. E poi per ragioni di merito: perché nel tempo che viviamo solo la qualità del lavoro  sarà capace di fare anche la sua  quantità.

 

17. E tuttavia, nel caso Italiano, indicare la direzione non basta. Perché i nostri giovani ce la facciano, c’è bisogno di uno sforzo straordinario per trasformare in un’occasione l’allungamento della vita media.

Giovedì il card. Bassetti ha parlato di un grande patto per il lavoro. Un patto che  deve essere prima di tutto intergenerazionale.

Se si vuole invertire il declino generazionale occorre realizzare un patto inter-generazionale che miri a sciogliere una contraddizione che rischia di essere micidiale: chi ha il patrimonio  non investe perché vuole proteggersi (gli anziani) e chi vuole investire non può farlo perché non dispone delle risorse necessarie  e anzi è gravato dal debito accumulato (i giovani).

In condizioni differenti, ci troviamo in un  passaggio di fase paragonabile  al 1945 (con la Costituzione) e al 1970 (con lo statuto dei lavoratori). Oggi si tratta di proporre all’Italia di stipulare un grande patto intergenerazionale basato sulla rinnovata  centralità del lavoro degno così da far emergere il “bene comune” (vero e proprio Inter-esse) che lega anziani e giovani: l’avvio di una stagione qualitativamente diversa di sviluppo (basata sulla centralità del lavoro) a vantaggio delle giovani generazioni come condizione per la sostenibilità della protezione degli anziani (che vivono più a lungo).

Una opportunità che richiede  la creazione di nuovi strumenti (finanziari, fiscali, contrattuali, etc.) per mettere in gioco Il patrimonio (cioè il dono-del-padre) mobiliare e immobiliare accumulato in favore della ripartenza delle giovani generazioni.

Una questione che deve riguardare le famiglie, ma anche le imprese, le associazioni, lo stato, la chiesa.

 

17. Ecco dunque cosa ci chiede l’arrivo di una   nuova primavera: tornare a seminare con speranza e larghezza così da poter sperare di raccogliere, a suo tempo, frutti buoni.

 

18. Ci sostiene una convinzione profonda: l’Italia ha tutte le qualità per essere il luogo dove aprire il cantiere di questo nuovo paradigma.

La tradizione italiana si distingue infatti per non avere mai  ridotto  il lavoro alla astrazione, alla serialitá, alla banalizzazione, mantenendo piuttosto la capacità di incarnarlo nella concretezza della vita. Quando è stata fedele a questa sua vocazione, il lavoro italiano  ha saputo tenere assieme ciò che altrove si è separato: il bello con la funzione, la mano con la testa, il singolo con la comunità, l’utilità con il dono, e soprattutto, il particolare con l’universale e  l’immanenza con la trascendenza.

In tale modello, il lavoro - inteso come esperienza viva in cui la persona conosce se stessa e si forma nel suo rapporto con la realtà (come dice Guardini, “l’uomo diventa se stesso quando abbandona se stesso, non però nella forma della leggerezza del vuoto ma in direzione di qualcosa che giustifica il rischio di sacrificare se stessi” - è stato fondamento del ben vivere e del ben essere, fattore di incivilimento, mediatore tra politica, economia e cultura.

Ciò spiega perché il lavoro  è sempre stato uno dei modi -forse il modo -  mediante cui l’Italia ha saputo esprimere la propria anima.

Da questo genius loci, che valorizza l’unicità di ogni esistenza,  talento,  voca-zione, terra origina anche quella creatività che tanto peso ha sulla prosperità economica.

Una originalità profondamente intrisa di quella matrice Cristiana che, secondo Guardini, fonda l’umanesimo della concretezza.

Al di là delle difficoltà, la transizione in corso è l’occasione per recuperare e valorizzare questa nostra matrice culturale e spirituale che nel secoli ha prodotto esperienze straordinarie, ancora oggi ammirate in tutto il mondo.

L’ultima in ordine di tempo è quella di Adriano Olivetti che già 50anni fa aveva intuito, e provato a mettere in pratica, l’opportunità di uno sviluppo sostenibile basato sulla valorizzazione del territorio e delle comunità di persone che lo abitano.

È ripartendo da qui, dalla riscoperta della sua più intima matrice cattolica,  che oggi l’Italia può risollevarsi, cogliendo le opportunità del cambio di paradigma in corso. 

Dobbiamo chiudere una pagina e aprirne una nuova.

La primavera si annuncia, come suggeriscono i segni dei tempi. Ma, come altre volte in passato, senza il contributo coraggioso della radice Cattolica il paese non ce la farà.

È questa la responsabilità da assumere: L’umanesimo della concretezza è, oggi come ieri, il codice più appropriato per ricomporre fede e storia.

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Considerare il lavoratore «una riga di costo del bilancio» è mortificarne la dignità
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