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Marcelle Padovani: "L'eredità di Falcone non è perduta"

23/05/2022  La giornalista francese cui Giovanni Falcone affidò la sua testimonianza raccolta nel libro "Cose di cosa nostra" è tornata a scrivere di lui: "Allora ebbi la sensazione di fare una cosa storica, oggi scrivo per dire che sarà pur vero che l'Italia ha inventato la mafia ma anche il modo di contrastarla"

Cose di cosa nostra è il libro scritto a quattro mani con Marcelle Padovani con cui Giovanni Falcone nel 1991 quando era solo ed esposto, ha raccontato la mafia al mondo. Quel libro è ancora una pietra miliare per capire il lavoro di Giovanni Falcone. In qualche modo è stato il suo testamento professionale.

Marcelle, quanta consapevolezza c’era nel momento in cui lo scrivevate che avrebbe potuto essere anche questo?

«L’ho scritto in francese e lui lo ha corretto in italiano, in verità con pochissime correzioni. Devo dire che io quando ho cominciato queste conversazioni con Falcone e mi sono messa a scrivere, nell’agosto 1991 avevo coscienza di fare una cosa storica, ero convinta che quest’uomo avesse capito Cosa nostra, le mafie e come si contrastano. Avevo l’impressione di avere un compito fortissimo e ce l’ho messa tutta. A quel punto lui l’ha letto, ha fatto qualche correzione, ma non è che mi abbia fatto dei grandi complimenti, mi ha detto solo: “abbiamo lavorato bene”. Per me quel giudizio è stato una grande ricompensa. L’impressione mia, soggettiva, è che lui vedesse questo libro come se si fosse liberato di qualcosa, mi è sembrato che ci fosse una specie di sollievo nel fatto di aver formulato delle possibili soluzioni ai problemi, non so se si possa dire che avesse consapevolezza di fare un testamento, ma si è reso conto di aver detto cose autentiche che lo avevano liberato di un peso».

In quel momento era esposto e criticato non sarà stato facile conquistarne la fiducia, convincerlo a scrivere. Com'è andata?

«Non ho fatto una grande fatica, ho seguito il suo lavoro dal 1983 quando l’ho conosciuto fino alla fine della sua vita: ho seguito attentamente le evoluzioni delle mafie in Italia e la nascita dell’antimafia per Le nouvel observateur, gli mandavo sistematicamente tutto quanto scrivevo: penso che questo mi abbia fatto percepire come affidabile, capace di capire e di riferire. Si trattava di un rapporto solo professionale. Quando nel febbraio 1991 mi ha detto che sarebbe venuto a Roma a fare il direttore degli affari penali al Ministero della Giustizia. Io ho pensato subito al libro: mi son detta avrà un tempo sospeso in attesa del nuovo incarico. E ho rilanciato: vogliamo fare il libro? Lui mi ha guardata in un modo un po’ perplesso, il giorno dopo per fax gli ho mandato una specie di struttura del libro, chiedendogli di esaminarli. Mi ha risposto che era interessato, io ho chiamato il mio editore a Parigi che è venuto con un contratto già pronto e in 10 giorni in tutto abbiamo concluso, per dire che per fortuna sono stata molto reattiva e lui ha risposto a questa mia iniziativa».

Trent’anni dopo Marcelle Padovani è tornata a scrivere di lui, della sua eredità, un libro controcorrente: che cosa ha lasciato?

«Vedendo quante cose sono uscite mi rammarico di averlo fatto ora. Ho voluto raccontare la sua eredità, il metodo di indagine ma anche la straordinaria antimafia italiana come legislazione come capacità repressiva e come capacità di contrasto: ho voluto dare un giudizio molto positivo sulla lotta alla mafia, contrariamente a quanto da un paio di anni dice la vulgata a proposito della magistratura italiana». Che cosa l’ha convinta a questo libro di speranza? «Non è una scelta ideologica, ma la scelta di una persona che vive nel laboratorio italiano da quarant’anni e che ha potuto verificare che in momenti molto critici l’Italia ha le risorse per inventare delle cose: sarà anche vero che l’Italia ha inventato la mafia ma ha inventato anche gli strumenti a contrasto: l’antimafia».

Non quella delle parole, ma quella dei fatti, degli strumenti di indagine, della conoscenza del fenomeno e anche di tutto il lavoro serio che sarebbe ingrato buttare con l’acqua sporca degli scandali da Palamara in giù e in su. Senza andare nei dettagli, Marcelle Padovani fa capire benissimo che questa brutta storia che non le piace, come non le piacciono gli eredi di Falcone che non perdono occasione per autoproclamarsi tale, non è tutta la storia.

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