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Se una certezza esce dalle urne marchigiane, è la batosta del candidato del Partito democratico Matteo Ricci: otto punti sotto al centrodestra del vincitore riconfermarto Francesco Acquaroli, senza appello. Fra una settimana toccherà alla Calabria, terreno pericoloso e infido, e intanto in Veneto, nel feudo – non più regno, ma poco cambia – di Luca Zaia, il centrosinistra nemmeno ci prova a scalare la montagna. Dunque, per raddrizzare i conti, restano Toscana, Campania e Puglia: regioni storicamente rosse o rosate, ma non blindate. Vincere lì può sembrare probabile, ma nulla è scontato.
Nessuno chiede, almeno per ora, la testa di Elly Schlein. Ma i mal di pancia crescono. L’alleanza col Movimento 5 Stelle, ribattezzata con cinismo "camposanto" invece che "campo largo", si rivela un’arma spuntata: tredici sconfitte su sedici nei territori in cui è stata testata. E neppure l’idea di unità cara a Stefano Bonaccini funziona più: giudicata molle, inefficace, già considerata superata. E allora? La risposta è rinviata al convegno di Milano, a fine ottobre, quando saranno chiari anche i risultati di Calabria e Toscana. Dario Franceschini, vecchio democristiano e maestro di tattica, lo dice apertamente: la vocazione maggioritaria del Pd è morta e sepolta, serve un sistema di alleanze. Ma con chi? Con quali condizioni? Domande che restano senza risposta. Nel frattempo il Pd si trascina il problema più antico: quello del centro. La componente ex Margherita, i cattolici democratici che un tempo garantivano radicamento sociale, è stata relegata ai margini. Non tocca più palla, e questo ha un prezzo. La Schlein concentra il suo messaggio sui diritti civili e i temi identitari, molto graditi ai Cinque Stelle e a una parte di sinistra urbana, ma poco comprensibili – e persino fastidiosi – per l’elettorato moderato o per il bacino degli astenuti, che sono legione e che nessuno riesce più a recuperare.
Alla gente, infatti, interessano la sanità, il lavoro, la scuola. Tutto ciò che riguarda la vita concreta. Ma il Pd, preso dalle sue diatribe interne e dalle bandiere ideologiche, non sempre riesce a far sentire la propria voce su questi temi. Così finisce per sembrare un partito che parla a se stesso. Qui sta il vero nodo. Nato come partito a vocazione maggioritaria, erede di due culture – quella post-comunista e quella cattolico-democratica – oggi appare prigioniero di una leadership che privilegia una sola metà del suo Dna. I cattolici democratici, che un tempo garantivano il legame con territori, parrocchie, associazioni, cooperative, sono stati messi all’angolo. E senza di loro, il Pd perde quel legame con il Paese reale che fu il suo punto di forza. Ad avvantaggiarsene è il partito delle sorelle Meloni, che continua a navigare col vento in poppa. Prossima appuntamento in Calabria, tra pochi giorni, esattamente domenica 5 e lunedì 6 ottobre.
nella foto, Francesco Acquaroli




