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venerdì 26 febbraio 2021
 
Covid-19
 

Maria Martello: "Dalla quarantena la famiglia ne esce rafforzata e vi spiego perché"

25/06/2020  A colloquio con la psicologa esperta di conflitti familiari. "E' stato come un master di vita. Il difficile viene adesso, ma non credo che aumenteranno le separazioni, è un luogo comune, nella maggior parte dei casi il lockdown ha rafforzato i rapporti interpersonali"

Maria Martello.
Maria Martello.

Per esprimere le conseguenze del lockdown vissuto da milioni di italiani la psicologa Maria Martello, già  docente di Psicologia dei rapporti interpersonali a Ca’ Foscari, una delle massime esperte e studiose nella risoluzione e nella mediazione dei conflitti, cita un antico adagio: «Quando soffia il vento del cambiamento, alcuni costruiscono muri, altri mulini a vento».
 

La quarantena è stata anche un periodo conflittuale per tante famiglie?
«Per alcuni aspetti il lockdown ci ha mostrato lo spazio che ci ha ospitato come luogo per alcuni protetto e protettivo, per altri insicuro, ostile: ristretto, costrittivo, claustrofobico, privo di privacy, troppo popolato o troppo solitario, troppo pieno di pensieri e suoni o troppo silenzioso. Spesso ci siamo scoperti carenti di competenze da mettere in campo per volgere il rapporto in modo costruttivo. Ne siamo rimasti vittime».
 

Possiamo leggerla anche per un’occasione per stare insieme, per migliorarci?
«Direi proprio di sì. Mai si è detto che è stata uno straordinario master di formazione alla vita che oltretutto abbiamo seguito tutti contemporaneamente e partendo dallo stesso livello: l’impreparazione. In questo periodo siamo stati allievi a tempo pieno di corso dal metodo infallibile».
 

Quale metodo?
«Un metodo di quelli di alta qualità perché di tipo laboratoriale-operativo. Infatti è ciò che direttamente si vive che lascia il segno e produce cambiamenti. E’ l’esperienza diretta che trasforma ed infatti molti dicono che sia maestra di vita. Molto di più di quanto lo siano le parole, le teorie, gli studi astratti. Il valore di questa esperienza sta quindi dall’averla vissuta in modo totalizzante e destabilizzante. Lungi da inutili semplificazioni o facili ottimismi. E’ serio ora guardare cosa emerge e fare lo sforzo di mantenere ciò che di positivo abbiamo imparato».
 

Un denominatore comune c’è stato: la paura, la tragedia, la morte tra noi, quei camion che nella notte attraversavano Bergamo…
«Noi abbiamo visto la morte negli occhi, lo smarrimento di non avere sicurezze scientifiche a cui attaccarci. Il non saper come difenderci da pericoli reali ma invisibili. Abbiamo sperimentato la precarietà del vivere. L’unico pensiero che ci assorbiva era la nostra sopravvivenza. Prevaleva la concentrazione su noi stessi, in un tempo in cui tutto il resto sembrava perdere valore. Questo assillo era solo apparentemente esorcizzato nel cercare di ridisegnare le nostre giornate: di fatto solo affamate di certezze, di consolazioni, del gusto di assaporare briciole d’amore e segni di nuova solidarietà. Abbiamo toccato con mano la peculiare caratteristica umana quella dell’adattamento».
 

Abbiamo imparato qualcosa da questo, come lo chiama lei, “master”?
«Direi che c’era molto da imparare. C’erano molti obiettivi: l’accettazione di quel che siamo veramente per giungere all’autenticità; la certezza che la vita può sorprenderci nel bene e nel male e farci toccar con mano che non tutto è governabile o facilmente gestibile. Ci dà anche l’opportunità di riflettere in modo serio su quanto è fragile nostra esistenza e quanto valga la pena viverla in modo diverso; la scoperta della morte, in noi fortunati indenni da coronavirus, della parte bambina che resiste pur nell’età adulta: l’illusione di onnipotenza».
 

Li abbiamo raggiunti?
«Ognuno è giunto ad un livello di “apprendimento” diverso in base al suo livello di maturazione di partenza.  Quel che abbiamo vissuto, per tutti è senza dubbio un avanzamento: ne usciamo accresciuti interiormente. Ed è importante anche un piccolo passo di ognuno nella direzione del cambiamento per creare un movimento virtuoso e inarrestabile verso una nuova qualità del vivere. Verso un nuovo umanesimo. Ora dobbiamo metterla come vocazione della nostra vita “normale”.  Darci il diritto ad averla in ogni giornata, in ogni contesto. Possiamo donarcela: quindi è una possibilità, bella, da attuare, senza darla per scontata. Ma è affidata al rischio della nostra libertà. Possiamo sceglierla come realizzazione del nostro senso del vivere, come via per favorire una migliore qualità di relazione tra le persone e maggiore accoglienza. Per costruirci giorni sereni.Dovremmo decidere di avvalerci di nuove capacità personali di ascolto e di auto ascolto».

Si è parlato di rottura di molti rapporti di coppia

«In effetti ho ricevuto tante telefonate di richiesta di aiuto e di consulenza da parte di coppie in piena crisi esplosa. Il più delle volte, non essendo note figure altre come quella del mediatore familiare, le coppie si sono rivolte ai legali che tanto sono stati bombardati da richieste di informazioni operative. Di fatto a mio parere la richiesta era di ascolto della difficoltà che le coppie stavano vivendo e una domanda di aiuto a superarle. Escludo che tutte si trasformino in pratiche di divorzio. Siamo troppo spaventati per lasciare il porto sicuro. Tranne che non si sia incontrato un consulente incendiario ma confido nella deontologia degli avvocati».

Ora, dopo il lockdown, è il momento delle vacanze.

«Le vacanze che ci aspettano sono la nostra “salvezza”, l’occasione per elaborare il trauma e il caos che c’è dentro di noi per questa accelerata consapevolezza sulla complessità del vivere. Avremo tanti elementi che ci vengono in aiuto: la natura, di per sé catartica, la libertà, la possibilità di uno stare insieme, di una socialità più a giusta distanza, l’allentamento della pressione lavorativa»

Per oltre il 90 per cento dei nostri connazionali quest’anno le vacanze si faranno in Italia.

«Non è una cattiva notizia, anzi direi che quest’ultimo effetto è particolarmente importante. Significa assaporare luoghi familiari e vicini logisticamente. Abbiamo perso il contatto con il nostro territorio, spesso ne ignoriamo le bellezze artistiche e la storia. Ciò ci rende estranei, più soli, senza radici, diminuisce la nostra consapevolezza sociale: come possiamo quindi aderire all’idea di fare dell’Italia l’industria turistica se non siamo i primi a conoscere il Belpaese»?

Cosa è cambiato dalla quarantena?

«Si è scoperto nel dare senso al proprio tempo in casa che si possono assumere con piacere ruoli che prima si ritenevano appannaggio di altri. E’ opportuno continuare a farli propri, sviluppando sia la flessibilità che la molteplicità delle proprie capacità, attitudini, delle proprie passioni. Stando con i nostri “congiunti”, per usare un termine che va di moda, abbiamo apprezzato la vicinanza degli altri e scoperto quanto la loro presenza non sia un dato scontato ma anche quanto sia importante per il nostro benessere. Abbiamo anche scoperto quanto siamo limitati ed impotenti. Proviamo a correggere noi stessi partendo dall’interno invece che cercare di correggere la situazione o le persone».

Ci sono altre conseguenze sul piano delle relazioni affettive?

«Ci siamo scoperti ipersensibili come di norma si diventa quando si è nel bisogno. Abbiamo bramato e assaporato fino in fondo ogni goccia d’amore che abbiamo ricevuto: qualche parola che ci ha commosso, il farsi presente di un amico che telefonandoci si interessava a noi, un gesto di solidarietà che ci sosteneva nel bisogno di avere consegnata una medicina o gli alimentari o le mascherine. Abbiamo recepito con trasparenza non solo il fatto ma anche ciò che c’era dietro. Ed è questo quello che ci ha fatto bene, sostenuto, aiutato a sopravvivere. Solo però se autentico, disinteressato, gratuito! Ora resta a noi il dovere di fare dono di intenzioni nobili, amorevoli e generose a chiunque, in ogni momento. Dobbiamo continuare ad accogliere con gratitudine quel che riceviamo a partire dal saperlo dare».

Ma questo non dovrebbe accadere sempre?

«Tutte queste cose forse in modo astratto, teorico, li conoscevamo. Ora ne abbiamo fatto esperienza: questa è la differenza, questo è quel che certamente ci sta cambiando tutti, in modo più o meno intenso, percepito o inconsapevole. Ne vedremo gli effetti se sapremo coltivarlo, magari aiutati da guide esperte che possono essere messe in campo da chi ne ha la possibilità: strutture di volontariato, ecclesiali, statali».

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