Parafrasando il Kant della critica della ragion pratica, per Maurizio Pollini si potrebbe applicare il motto “il cielo stellato sopra di me, la musica dentro di me”. Che vi fosse una corrispondenza astrale tra il cosmo e lo spartito che interpretava – fosse una sonata di Beethoven o un’opera dodecafonica di Schonberg - nessuno poteva dubitare ascoltandolo. Maurizio Pollini – il più grande pianista che l’Italia abbia mai avuto in epoca recente insieme con Arturo Benedetti Michelangeli - era lo “scienziato del pianoforte”. Ogni nota veniva analizzata, sezionata, studiata come una particella di fisica quantistica, incastonata nell’opera del compositore alla luce di una meditazione complessiva e trasmessa attraverso i terminali delle sue mani, più simili a quelle di un carpentiere che a quelle di un pianista manierato. Il contrasto appariva subito dalle prime note – per esempio quando spazzava via secoli di “svenevolezze” chopiniane per ripulire tutto e distillare quasi chimicamente un suono pulito e lucente, assoluto, essenziale. Le note come atomi della tavola di Mendeleev. Ed era allora che il confine tra scienza e poesia si svelava molto labile e poiché scienza e arte - alla fine -  sono due facce dello stesso linguaggio.

Chi scrive ha avuto la fortuna di ascoltarlo in pubblico nei concerti alla Scala, la sua “casa” (era peculiare la sua entrata in scena, quel suo caracollare sul bordo del palcoscenico per affondare subito le dita sulla tastiera). Ma vorrei raccontare due incontri personali – ora che il Maestro siede nell’olimpo dei grandi interpreti, accanto ai Richter, agli Schnabel, ai Rachmaninoff, al suo scopritore Rubinstein – per non confinarle nell’oblio della mia memoria. La prima è nella hall di un hotel di Milano, in occasione dell’uscita dell’incisione del secondo Concerto per pianoforte e orchestra di Brahms. Il maestro sedeva su un divanetto, al solito schivo ai limiti dello scorbutico, impaziente di sottrarsi a un ristretto gruppo di giornalisti per tornare al pianoforte di casa, dispensando frasi tirate fuori con la pinza. Una di queste era che non riusciva ad ascoltare la radio in macchina perché la semplicità armonica delle canzoni pop e rock lo irritavano e gli arrivavano ai timpani come rumore insopportabile.  A un certo punto si mise a raccontare che per un certo periodo della sua vita si era dedicato al jazz. Ed è un’immagine abbastanza insolita quella di un Maurizio Pollini – grande musicista e rigoroso interprete “classico” in frac - che alla tastiera esegue gioiosamente brani di Duke Ellington, Bill Evans, Scott Joplin o Keith Jarrett o che addirittura improvvisa come farebbero Stefano Bollani o Danilo Rea. 

Il secondo episodio avviene a Busto Arsizio, in provincia di Varese, presso la sede della Società del Quartetto della città, un edificio grigio e di rara bruttezza, di fattezze ispirate alla facciata della Scala, più aduso al ballo liscio che ai concerti di musica classica, dove il figlio Daniele – anch’egli pianista virtuoso e direttore d’orchestra - aveva scelto di esibirsi in pubblico per la prima volta alla presenza dei genitori, prima di andare in tournée. Abitando da quelle parti, naturalmente non mi volli perdere l’evento. Daniele suonò Schumann (Kreisleriana e Carnaval Op. 9, ma anche Stockhausen e Scriabin) superando vette tecniche notevolissime, il padre si mise con un amico in ultima fila, lontanissimo, mentre la moglie Marilisa, la compagna di una vita, anche lei rinomatissima pianista e musa ispiratrice del maestro (del resto musica deriva da Musa) rimaneva emozionatissima di fronte al palco, cuore di mamma. Tra un atto e l’altro il maestro anziché la via del camerino per andare a trovare suo figlio, prese quella del bar. L'avevo pedinato senza dare nell’occhio perché volevo sapere cosa avrebbe preso il Divino Maestro per ritemprarsi dall’emozione e dal caldo un po’ soffocante. Cosa bevono gli dei? Ipotizzai tutta una serie di bibite o liquori. Giunto al bar, si guardò intorno un po’ spaesato, si mise in fila e al suo turno chiese un bicchiere d’acqua. Di rubinetto, aggiunse. Mi venne in mente il finale di “Caro Diario” di Moretti, la ricerca della purezza, della semplicità anche in un momento speciale come quello. In fondo la perfezione assoluta sta in un atomo di ossigeno e due di idrogeno.