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venerdì 28 febbraio 2020
 
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Giovanni Bachelet: «Mio padre, la famiglia e quell'idea di cambiare il mondo»

12/02/2020  Giovanni Bachelet ricorda il padre Vittorio ucciso dalle Brigate rosse il 12 febbraio 1980. I loro discorsi, il clima di quegli anni, gli insegnamenti che valgono ancora oggi. E dice: «Sono grato all'Italia che ricorda. Antidoto a quell'odio che può portare a rifare gli errori del passato»

Maria Teresa (detta Miesi) de Januario, mamma di Giovanni Bachelet e bisnonna di Agostino
Maria Teresa (detta Miesi) de Januario, mamma di Giovanni Bachelet e bisnonna di Agostino

«Non fu dispiaciuto che io e mia sorella non seguissimo le sue orme. Gli unici criteri per scegliere cosa fare da grandi erano che facessimo una cosa che ci piacesse e per la quale avevamo talento. Perché se ti piace cantare, ma sei stonato è inutile intraprendere quella strada…». Giovanni Bachelet, a 40 anni dall’assassinio di suo padre, ne ricorda gli insegnamenti. Ora che è padre anche lui, anzi nonno, racconta, con gli occhi umidi, quell’ultimo saluto all’aeroporto di Fiumicino dove Vittorio lo aveva accompagnato a prendere l’aereo per gli Stati Uniti. Era l’agosto del 1979. A febbraio dell’anno successivo le Brigate rosse gli spararono sulle scale dell’università la Sapienza dove insegnava diritto amministrativo alla facoltà di Scienze politiche.

Cosa vi siete detti?

«Avevo 24 anni e stavo partendo per il mio lavoro negli Stati Uniti. Lì, a Fiumicino, mi fece uno dei pochi discorsi seri sulla mia vita. Mi ha detto: “Mo’ hai fatto la chitarra, gli scout, il circolo Ferrari con Paolo Giuntella, la parrocchia. Adesso però per qualche anno fai solo la fisica perché sennò nessuno più crederà che sei una persona seria”. Voleva dirmi che, almeno per un periodo della propria vita, uno deve diventare bravo nella sua professione altrimenti le altre cose che fa sembrano più un ripiego, un modo di consolarsi del proprio scarso livello professionale. Mi ha ricordato che è tanto bello fare le cose speciali, però se uno non fa bene la propria professione diventa poco credibile anche come cristiano, come politico, come scout, come sindacalista. Lui pensava che, se qualunque cosa fai sembra che tu la faccia perché non sei capace di fare il tuo mestiere, questo diventa non solo poco efficace, ma una contro testimonianza. Cioè non puoi fare il prete, lo sposo, il catechista, lo scout perché non sei capace di fare il mestiere che fannon tutti gli altri. Questo per mio padre era un grande pericolo perché pensava che uno che ha l’ambizione di cambiare il mondo - e magari di seminare un po’ di semi cristiani - deve essere prima di tutto uno che è un uomo normale, che fa bene le cose che fanno tutti a cominciare dal proprio lavoro».

Poi vi siete sentiti per telefono?

«Poco perché costava un sacco di soldi. Oggi tutti dicono che il mondo è peggio di allora, ma una delle cose migliori del presente è che per telefonare in America non devi essere molto ricco. Allora era costosissimo e si faceva una volta ogni due settimane. Poi ci si scriveva per lettera. Da quando è morto papà, però, io ho telefonato tutti i giorni a mamma e continuo a farlo. Pur essendo costoso pensavo, essendo tornato negli Stati Uniti, che stando lontano quella era l’unica cosa che potevo fare. Quando papà era ancora vivo le telefonate erano brevi, come dicevo, per i costi. Però ricordo che una volta alla domanda “Come stai?” mi ha risposto: “Bene quando ti sento”. E questo è bello, un bel ricordo».

matrimonio di Miesi de Januario e Vittorio Bachelet, 27 giugno 1951
matrimonio di Miesi de Januario e Vittorio Bachelet, 27 giugno 1951

Cosa resta all’Italia dell’insegnamento di tuo padre?

«Intanto rimango molto grato e meravigliato che l’Italia ricordi a 40 anni di distanza. Mi sembra un grande dono.  E poi spero – e mi sembra che questo succeda - che quelli che ricordano ricordino quello che era davvero cioè una persona normale che si è trovata a fare un servizio per il Paese in un momento un po’ difficile, come molti altri. Purtroppo in quegli anni qualunque fosse la funzione pubblica che uno aveva rischiava molto più di oggi. Ricordiamocelo quando si rimpiangono gli anni in cui la politica era tanto importante per tutti, però era talmente importante che poi ci si ammazzava per la politica. Erano anni difficili, ma il fatto che ce lo ricordiamo vuol dire che la democrazia c’è ancora e, nonostante tutti gli scossoni che abbiamo avuto, il sistema che veniva messo in discussione violentemente negli anni Settanta, con tutti i suoi difetti, ci ha finora consentito di andare avanti in una relativa pace e in una relativa giustizia. Tutte cose relative come le realizzazioni umane, ma sempre meglio che la violenza, che la sopraffazione quotidiana».

Qual è la speranza?

«Quella di andare ancora più avanti e magari di ritrovare di nuovo un tempo in cui si sogna un mondo migliore oltre che accontentarsi di quello attuale. Finché c’è la pace, la democrazia e la libertà tutto è possibile, quando si passa all’odio e alla violenza tutto diventa impossibile. Quindi penso che il fatto che anche oggi si ricordi forse ci aiuta anche a neutralizzare dei semi di odio, di razzismo, di discriminazione, di violenza che pure ogni tanto riemergono. È un ricordo del quale sono grato a chi lo promuove (e sono tanti sia in ambito civile che religioso) e penso sia un aiuto a non fare errori che abbiamo già fatto. Si ricorda l’olocausto, 75 anni fa, si ricorda la morte di mio padre e di tanti altri una quarantina di anni fa e forse questo ci aiuta a non farci scappare la frizione di fronte a facili scorciatoie in cui si da la colpa a un gruppo di persone delle nostre incapacità e dei nostri problemi».

Con l'altra bisnipote Teresa Benedetta Giuntella
Con l'altra bisnipote Teresa Benedetta Giuntella

Torniamo alla scelta universitaria. Non avrebbe preferito che scegliessi giurisprudenza invece che fisica?

«Né mio padre né mia madre hanno fatto pressioni. La loro idea è che si sceglie il lavoro come si risponde a una vocazione. La professione è una cosa importantissima perché è quello che uno fa, per tutta la vita, otto ore al giorno. E, a parte i soldi e altri aspetti, uno deve scegliere quello che gli piace e quello che sa fare meglio. Questi sono stati i due criteri per capire e, per un cristiano, per capirlo con l’aiuto del Signore perché quella è una chiamata di Dio fondamentale almeno come quelle che riguardano lo stato di famiglia o di vita religiosa  o altre cose».

Quali sono i tuoi ricordi di famiglia?

«L’aspetto più bello è l’armonia della mia famiglia. È stato un esempio e una condizione nostra di allegria bellissima. Un modello. Mamma e papà erano una coppia molto affiatata e io l’ho capito solo dopo perché da bambino uno si rende conto solo di quello che vive. L’intesa fra loro voleva anche dire, per esempio, non aver mai avuto l’impressione che mio padre fosse lontano anche se, ripensandoci dopo, stava molto tempo fuori casa. Se faccio i conti, da quando avevo quattro anni finché ne ho avuti 17, mio padre stava fuori metà settimana perché insegnava prima a Pavia e poi a Trieste e passava i fine settimana girando per l’Azione cattolica. Mi sono chiesto, dopo, “ma quando l’ho visto?”.  Però, in quegli anni, non ho avuto l’impressione di stare senza papà perché mia mamma mi raccontava via via quello che faceva e quindi mi sembrava che fosse tutto normale. Col tempo ho capito che questo non era comune, non era scontato. E poi quando c’era c’era, lo sciancavo con le domande, con i discorsi che ascoltavo al Mamiani, la mia scuola. E poi mi addormentavo, quando c’erano tutti e due, con la luce che filtrava sotto la porta e con le risate di mamma e papà che raggiungevano me e mia sorella dal tavolo della cucina».

Che discorsi facevate?

«Gli ponevo quesiti bestiali, anche quando tornava stanco la sera. E lui mi stava a sentire anche per tre ore di fila. Frequentavo il liceo Mamiani, il primo a essere occupato a Roma nel 1968. Ho finito nel 1973 e in mezzo c’era stata piazza Fontana e il passaggio dalle manifestazioni studentesche da folcloristiche a violente, con le molotov. C’erano tante tensioni sociali, venivano messe in discussione la famiglia, la Chiesa, la democrazia rappresentativa vista, allora, come strumento dei borghesi. Io riportavo i discorsi che sentivo a scuola e mio padre non mi diceva “è così e basta”, ma smontava, una per una, tutte le obiezioni».

Per esempio?

«Sulle critiche alla democrazia rappresentativa spiegava che persino nella Chiesa, quando non si sa come fare, si elegge perché il Papa, alla fine, è eletto così come lo è l’abate di una abbazia. Lui diceva: “Meglio di eleggere che cosa c’è? Non eleggere vuol dire che comandano i più forti”. Perdeva volutamente molto tempo per persuadermi, con garbo, ma in modo assolutamente impossibile da controbattere che alcuni strumenti della democrazia e alcune  verità del Vangelo avevano una loro evidenza di molto maggiore rispetto alle critiche di chi li contrastava . Vangelo e Costituzione si potevano discutere, ma bisognava avere il coraggio di discuterle anche fino alle tre di notte. C’era poco, ricostruisco a posteriori, ma quando c’era c’era in piena disponibilità. Questo è il mio ricordo più importante. Insieme con l’aspetto goliardico che ha avito fin da bambino».

Cosa faceva?

«Era l’ultimo di sei fratelli e, da piccolo, faceva un giornaletto che si chiamava Telecab (bachelet scritto al rovescio senza l’acca). Ne faceva una ventina di copie con una specie di ciclostile e le distribuiva ai parenti. Raccontava, essendo il più piccolo, le cose che facevano i fratelli più grandi, chi si fidanzava, chi si faceva prete. A volte i fratelli si arrabbiavano per cui c’erano dei numeri successivi in cui scriveva: “Caterina Bachelet ci ha chiesto di rettificare la notizia sul suo fidanzamento” e cose del genere. Era tutto da ridere, ma si capiva anche il clima in cui si viveva negli anni Trenta. C’erano dei comunicati dal sapore mussoliniano in cui si capiva che, forse per merito dei fratelli e dei genitori, aveva anche qualche idea che la libertà andava sempre più riducendosi. Si rideva molto con questo giornaletto, anche sulle cose più serie. E poi da grande, in famiglia da noi, esercitava questa pedagogia della risata, più che della sgridata. Se c’era qualcosa che non andava da parte sua e anche di mamma c’era più ironia che dei grandi discorsi. Riusciva a buttarla più a ridere. E ho visto che la pedagogia della risata, a volte, può essere più efficace perché vedere il lato comico della vita aiuta anche a correggersi in modo meno sgradevole che di fronte a una sgridata».

con il bisnipote Paolo Giuntella
con il bisnipote Paolo Giuntella

Che clima si respirava in quegli anni Settanta?

«Erano anni in cui tutti si domandavano come cambiare il mondo. Certo, da quello è venuto fuori gente che poi ha ammazzato mio padre e altri, ma anche non domandarsi più come si fa a cambiare il mondo, accettare senza battere ciglio il mondo in cui ci si sveglia è una povertà. Ogni epoca ha le sue povertà. Allora c’era chi pensava che per cambiare il mondo bisognava ammazzare metà degli esseri umani. Mio padre, invece, su questo aveva idee molto chiare. C’era una canzone di Tenco che gli piaceva molto che diceva “se ci diranno che per cambiare il mondo c’è tanta gente da mandare a fondo noi risponderemo: no”. Questa  certezza che per cambiare il mondo non si deve come prima cosa proporsi di ammazzare qualcuno, o di escludere, o di rimandare a casa sua  qualcuno, che non bisogna dare la colpa agli altri se il mondo non va mi sembra un patrimonio in continuità con Martin Luther King, con Kennedy e  con tutti quelli che hanno cambiato il mondo senza ammazzare nessuno».

Tuo padre aveva timori per la sua vita?

«In quegli anni se uno assumeva una responsabilità pubblica di molti diversi tipi, dal giornalista all’imprenditore, al magistrato, senza andare a quelli che anche oggi rischiano tutti i giorni come le forze dell’ordine, sapevano di essere in pericolo. Io penso che lui genericamente lo sapesse. Rcordo molto distintamente il primo processo alle Br a Torino quando non si riusciva a formare la giuria popolare perché tutti mandavano certificati medici. In tv intervistarono uno che aveva accettato e gli chiesero se avesse paura. Mio padre apprezzò la risposta che diede: “Ho paura, ma me la tengo”.   Penso che questo si applicasse anche a lui. Non c’era nessuna ragione specifica, almeno che noi sapessimo, di pericolo, ma c’era una ragione generica sufficiente. In questo contesto anche il fatto che lui non abbia voluto la scorta, che, dopo la morte di Moro, hanno proposto a parecchi, rientra nelle sue idee. Da una parte pensava che a Moro non era servita, dall’altro  non voleva dare ragione a chi voleva far credere che eravao in un Paese totalitario dove si stava militarizzando il territorio, con i giudici, i politici, gli imprenditori che sono nemici del popolo e devono girare con gente armata attorno. Lui diceva: “ Se non voglio fare il vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura mi dimetto, se voglio farlo perché devo girare con intorno  gente armata?”. Forse un discorso ingenuo, ma non ci sono rimpianti».

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