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Il missionario che sfuggì al rapimento: «La Nigeria mi è rimasta nel cuore»

22/10/2022  Il padre Somasco Luigi Brenna è vivo per miracolo dopo l’assalto del 3 luglio scorso a Ogunwenyi, nel Sud Ovest del Paese, dove si trovava in missione da sette anni e imperversano i terroristi di Boko Haram e la guerriglia dei movimenti secessionisti. «Bisogna dare un po’ di coraggio a questa gente e non abbandonarla», dice mentre si trova in cura in Italia. Da gennaio a marzo di quest’anno nel Paese africano sono state uccise 2.968 persone e 1.484 sono state rapite

Il popolo nigeriano gli è rimasto nel cuore, nonostante il tentativo di rapimento dello scorso 3 luglio. La vicenda ha avuto esito negativo per i rapitori, ciò non toglie che il missionario padre Luigi Brenna, 71 anni, dei Chierici Regolari Somaschi, abbia vissuto momenti drammatici. Percosso con violenza, deve la sua salvezza al fatto di essere svenuto. Credendolo morto, i rapitori hanno desistito.

Raggiunto in Italia, dove si trova per un periodo di convalescenza e riposo, si definisce un “miracolato”. Originario di Costa Masnaga (Lecco), padre Luigi è in servizio nel sud ovest della Nigeria a Ogunwenyi, nello Stato di Edo, da sette anni. Quel territorio, a circa cinquanta chilometri da Benin City, è un crocevia di emigranti, provenienti da vari Stati, alla ricerca di nuove terre da coltivare. Quindi tribù, lingue e tradizioni differenti si mescolano alla popolazione autoctona con una convivenza difficile.

Tra le etnie considerate più “rissose” ci sono i fulani (o peul), seminomadi, musulmani, sparsi in diversi Paesi dell’Africa occidentale, dediti alla pastorizia, spesso in conflitto con le popolazioni sedentarie. Da un lato, perché i cambiamenti climatici stanno riducendo sempre di più la terra fertile, dall’altro, perché il loro islam si sta radicalizzando. Ma i fulani non sono i soli. La Nigeria è resa sempre più instabile da conflittualità che hanno matrici diverse. Lo Stato più popoloso d’Africa (oltre 200 milioni di abitanti) fu spartito a tavolino in 36 Stati federati sulla base di interessi europei. Così, da decenni, registra forti spinte identitarie, con conseguenti tensioni sociali, acuite anche dai milioni di sfollati.

Un mix esplosivo tra le azioni terroristiche di Boko Haram e dello Stato Islamico dell’Africa occidentale, la guerriglia dei movimenti secessionisti degli Igbo, i sabotaggi agli oleodotti e agli impianti di estrazione del petrolio da parte dei gruppi armati del delta del Niger, i rapimenti a scopo di riscatto dei criminali comuni. Aggiungiamo poi il fatto che l’anno prossimo si svolgeranno le elezioni presidenziali, perché il presidente Muhammadu Buhari è al termine del suo secondo e ultimo mandato. La Conferenza episcopale cattolica nigeriana non nasconde la preoccupazione che il Paese possa cadere nell’anarchia. A fare le spese della mancanza di sicurezza sono soprattutto gli abitanti dei villaggi più remoti.

Secondo il Nigeria Security Tracker, da gennaio a marzo 2022 sono state uccise 2.968 persone e 1.484 sono state rapite, tra cui molti sacerdoti, internazionali, ma anche autoctoni. La polizia, sotto pagata e male addestrata, non è affidabile anzi, spesso è corrotta. E gran parte dei crimini restano impuniti. A volte sono azioni minori, altre eclatanti, come l’assalto armato contro i fedeli riuniti per la Pentecoste nella chiesa di Ondo, nel sud ovest del Paese, in cui sono stati uccisi oltre ottanta fedeli inermi. Nessuno vuole parlare di conflitto religioso, ma gli attacchi jihadisti sono sempre più ricorrenti e c’è chi afferma che sia in corso l’islamizzazione della nazione, favorita dai leader politici.

I padri somaschi sono presenti in Nigeria da 17 anni, con tre comunità, e 25 religiosi, e non hanno alcuna intenzione di andarsene, ha detto il superiore, padre José Antonio Nieto Sepúlveda. Il cuore somasco nelle parrocchie di Ogunwenyi continuerà a battere, magari con un recinto in più e qualche guardiano. Vanno soprattutto tutelati gli orfani la cui assistenza fa parte del carisma specifico dell’istituto, e vanno coltivate le vocazioni.

«Bisogna dare un po’ di coraggio a questa gente», dice padre Brenna, la cui destinazione futura resta incerta. «Nessuna preclusione da parte mia, perché ovunque sono stato, è diventata casa mia». Non c’è risentimento nelle sue parole, nonostante le “botte ancora si facciano sentire”. E non è stata neppure la prima volta, perché anche nelle Filippine padre Brenna fu assalito. «Un po’ di paura è normale – dice -, ma non mi ferma. Se abbiamo fede, il Signore è la nostra forza, il nostro coraggio, Egli si prenderà cura di noi».

 
 
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