Ancora una volta è il dolore per quanto sta succedendo in Palestina che attanaglia il cuore del Papa e lo spinge a chiedere pace nella terra dove è nato il Principe della pace. «Lo sguardo e il cuore dei cristiani di tutto il mondo sono rivolti a Betlemme; lì, dove in questi giorni regnano dolore e silenzio, è risuonato l’annuncio atteso da secoli: “È nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore”», dice affacciandosi dalla Loggia delle benedizioni per la consueta Benedizione urbi et orbi. E mentre in Terra Santa sono state annullate tutte le attività che di solito accompagnano il Natale, lasciando soltanto le celebrazioni liturgiche a cui finalmente hanno potuto partecipare i cristiani palestinesi,  il Pontefice ricorda la fiducia e la speranza che vengono dal sapere «che il Signore è nato per noi». Una notizia che «cambia il corso della storia!» e ci dà «una grande gioia», come dice il Vangelo di Luca. Ma di quale gioia si parla? si chiede il Papa. «Non la felicità passeggera del mondo, non l’allegria del divertimento, ma una gioia “grande” perché ci fa “grandi”. Oggi, infatti, noi esseri umani, con i nostri limiti, abbracciamo la certezza di una speranza inaudita, quella di essere nati per il Cielo».

Francesco ricorda che «oggi a Betlemme tra le tenebre della terra si è accesa questa fiamma inestinguibile, oggi sulle oscurità del mondo prevale la luce di Dio, “che illumina ogni uomo”». E dunque tutti possiamo rallegrarci perché non siamo soli anche quando al «Principe della pace si oppone “il principe di questo mondo” che, seminando morte, agisce contro il Signore, “amante della vita”». Il principe di questo mondo lo vediamo all’opera «a Betlemme quando, dopo la nascita del Salvatore, avviene la strage degli innocenti. Quante stragi di innocenti nel mondo: nel grembo materno, nelle rotte dei disperati in cerca di speranza, nelle vite di tanti bambini la cui infanzia è devastata dalla guerra. Sono i piccoli Gesù di oggi».

Dobbiamo avere il coraggio di dire no alla guerra «a ogni guerra, alla logica stessa della guerra, viaggio senza meta, sconfitta senza vincitori, follia senza scuse. Ma per dire “no” alla guerra bisogna dire “no” alle armi. Perché, se l’uomo, il cui cuore è instabile e ferito, si trova strumenti di morte tra le mani, prima o poi li userà». Il Papa tuona contro chi produce armi e chiede che si parli dei profitti, di quanti soldi pubblici vengono spesi per gli armamenti. «Oggi, come al tempo di Erode, le trame del male, che si oppongono alla luce divina, si muovono nell’ombra dell’ipocrisia e del nascondimento: quante stragi armate avvengono in un silenzio assordante, all’insaputa di tanti! La gente, che non vuole armi ma pane, che fatica ad andare avanti e chiede pace, ignora quanti soldi pubblici sono destinati agli armamenti. Eppure dovrebbe saperlo! Se ne parli, se ne scriva, perché si sappiano gli interessi e i guadagni che muovono i fili delle guerre».

Francesco ricorda le guerre che insanguinano il mondo. Quella in terra Santa, innanzitutto. Chiede che «si avvicini in Israele e Palestina, dove la guerra scuote la vita di quelle popolazioni. Le abbraccio tutte, in particolare le comunità cristiane di Gaza, la parrocchia di Gaza  e dell’intera Terra Santa. Porto nel cuore il dolore per le vittime dell’esecrabile attacco del 7 ottobre scorso e rinnovo un pressante appello per la liberazione di quanti sono ancora tenuti in ostaggio. Supplico che cessino le operazioni militari, con il loro spaventoso seguito di vittime civili innocenti, e che si ponga rimedio alla disperata situazione umanitaria aprendo all’arrivo degli aiuti. Non si continui ad alimentare violenza e odio, ma si avvii a soluzione la questione palestinese, attraverso un dialogo sincero un dialogo perseverante tra le Parti, sostenuto da una forte volontà politica e dall’appoggio della comunità internazionale. Fratelli e sorelle preghiamo per la pace in Palestina e in Israele»

Il suo pensiero, poi, va «alla martoriata Siria», allo Yemen «ancora in sofferenza», «al caro popolo libanese». Francesco implora «la pace per l’Ucraina e per il suo martoriato popolo». Prega per

«la pace definitiva tra Armenia e Azerbaigian», per «la regione del Sahel, il Corno d’Africa, il Sudan, come anche il Camerun, la Repubblica Democratica del Congo e il Sud Sudan», per la penisola coreana, per il continente americano, «affinché si trovino soluzioni idonee a superare i dissidi sociali e politici, per lottare contro le forme di povertà che offendono la dignità delle persone, per appianare le disuguaglianze e per affrontare il doloroso fenomeno delle migrazioni».

Pensa agli innocenti che muoiono per «mancanza di acqua e di pane», a quanti «non riescono a trovare un lavoro o l’hanno perso» a quanti «sono obbligati a fuggire dalla propria patria in cerca di un avvenire migliore, rischiando la vita in viaggi estenuanti e in balia di trafficanti senza scrupoli». E chiede che il periodo che di preparazione al Giubileo che si celebrerà tra un anno «sia occasione per convertire il cuore; per dire “no” alla guerra e “sì” alla pace; per rispondere con gioia all’invito del Signore che ci chiama, come ancora profetizzò Isaia, “a portare il lieto annuncio ai miseri, / a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, / a proclamare la libertà degli schiavi, / la scarcerazione dei prigionieri”».