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«Non desiderare la roba d'altri: Dio scommette sulla nostra capacità di diventare grandi nell'amore»

28/09/2021  Esce "Dieci per dieci, i Comandamenti commentati da 10 cardinali" (Edizioni Ares), un libro curato dal vaticanista di Mediaset Fabio Marchese Ragona. In anteprima, ecco l'ultima riflessione, firmata dal cardinale Mauro Gambetti, arciprete della Basilica di San Pietro e vicario generale di Sua Santità per la Città del Vaticano

La copertina del libro Ares. In alto, il cardinale Mauro Gambetti, 55 anni. Foto Ansa. In copertina: Mosè e le tavole della legge, opera di Rembrandt (1606-69).
La copertina del libro Ares. In alto, il cardinale Mauro Gambetti, 55 anni. Foto Ansa. In copertina: Mosè e le tavole della legge, opera di Rembrandt (1606-69).

Quando da bambini si faceva la conta con le dita delle mani e si arrivava a dieci, si provava la sensazione di aver raggiunto un traguardo. Appena l’ultimo dito si distendeva e si pronunciava: «dieci», alla soddisfazione di aver completato un percorso si aggiungeva un senso di leggerezza, che era a metà strada tra la consapevolezza di aver conquistato un piccolo traguardo che ci rendeva più liberi e quella di essere pronti per un nuovo compito.

Qualcosa di simile dovrebbe accaderci giungendo al decimo Comandamento, «Non desiderare la roba d’altri», che conclude il viaggio tracciato dalle dieci fondamentali «parole di vita» e apre il campo a nuovi orizzonti. Infatti, il Decalogo, dopo avere incominciato sotto il segno dell’alleanza il dialogo personale tra un io e un tu, tra Dio e l’uomo, attraverso dieci princìpi che richiedono di essere continuamente concretizzati sviluppa la memoria del dono originario che il Signore ha fatto al suo popolo: l’uscita dalla schiavitù d’Egitto e l’ingresso nella terra promessa. I Comandamenti tracciano il cammino verso il conseguimento pieno del dono della libertà, della felicità, della vita, chiarendo con dei divieti ciò che non dev’essere fatto e lasciando aperto uno spazio senza confini in cui Dio non chiede alcunché all’uomo, se non di scegliere. Il decimo Comandamento appare decisamente controcorrente nell’attuale contesto socio-economico.

Ha in comune con il settimo, «Non rubare», il divieto di considerare disponibile per sé ciò che appartiene agli altri. Con una negazione confina il sentire dinamico e carico di attesa dell’uomo e specifica l’oggetto da ritenere fuori dalla portata del movimento interiore suscitato dall’attrazione: «Non desiderare la roba d’altri». È facile pensare di rivolgere il Comandamento come monito ai potenti Paesi industrializzati e alle grandi imprese internazionali che piombano come avvoltoi su territori e società in via di sviluppo per fare «business », una parola magica che governa il mercato globale. Il controllo delle risorse fossili energetiche e minerarie, che si vorrebbe estendere al bene comune acqua e al suolo, e l’egemonia sulla produzione di beni di prima necessità alimentano il debito dei Paesi poveri, che è ormai fuori misura, e favoriscono la concentrazione delle ricchezze.

Mano a mano si consolidano forme nuove di feudalesimo, tanto che oggi 63 persone fisiche o famiglie detengono patrimoni pari a quelli di 3,5 miliardi di uomini e donne. Tuttavia il nostro testo tratta qualcosa che tocca la coscienza dell’uomo, di ogni uomo, più che le sue azioni. Le forme verbali utilizzate nell’ebraico in Esodo e Deuteronomio hanno radici in parole che appartengono al medesimo campo semantico, quello del desiderio, con una differente sfumatura di significato: in Esodo il verbo utilizzato (hamad) esprime uno stato d’animo intenso al quale spesso conseguono azioni tese a volere per sé, a prendere e ad afferrare (in italiano si potrebbe rendere con locuzioni del tipo «mettere gli occhi su qualcosa», «mirare a qualcosa»); in Deuteronomio il verbo impiegato (auàh) descrive semplicemente lo stato d’animo di chi sente interesse e brama. In entrambi i casi vi è comunque un’attenzione alle motivazioni interiori dell’individuo e paradossalmente il Comandamento tenta di proibire non un atto, ma un sentimento. Il cuore dell’uomo è pertanto il punto terminale del percorso del Decalogo. Al cuore si rivolge la decima parola di vita, che andiamo ad approfondire per scoprire quale perla d’amore racchiuda.

Il Mosè di Michelangelo Buonarroti (1475-1564). Foto Ansa.
Il Mosè di Michelangelo Buonarroti (1475-1564). Foto Ansa.

DESIDERARE, QUEL VERBO CHE ABRACCIA A UN TEMPO GRATIFICAZIONE E FRUSTAZIONE

Innanzitutto, il verbo utilizzato, desiderare, esprime un moto dell’animo sorprendente e a tratti imprevedibile che porta in sé tanto la gratificazione quanto la frustrazione. In tal senso, il mito di Eros è illuminante, perché condensa in sé il paradosso della condizione umana. Come scrive Platone nel Simposio: «Per sua natura [Eros] non è né mortale né immortale, ma in uno stesso giorno, talora fiorisce e vive quando riesce nei suoi espedienti, talora invece muore, ma poi torna in vita a causa della natura del padre. E ciò che si procura gli sfugge rapidamente di mano, sicché Eros non è mai né povero né ricco». Secondo il racconto del filosofo greco, Eros era stato concepito nel giorno della nascita di Afrodite dall’unione di Penia (povertà) e Poros (ricchezza). Per questo egli compendia in sé entrambe le dimensioni: quella di chi prova soddisfazione per l’energia vitale e l’indomita spinta alla ricerca che lo abitano e quella di chi continuamente avverte in sé la mancanza della bellezza (Afrodite) e quindi del bene. Desiderare è una spinta potente, alla vita e di vita, che si fonde con l’insopprimibile bisogno di relazione, anzi che diventa relazione con un tu – il primo significante dell’esistenza – e con qualcosa. Come vivere l’eros? Desiderare è vitale. Lo sanno i giovani che sfidano la storia seguendo una «stella» e gli anziani che sanno ancora sognare perché sentono sempre più forte la «mancanza delle stelle»; lo sa chi è pazzamente innamorato e chi vive una vocazione religiosa proteso alla ricerca del volto di Dio; lo sa chi parte per un Paese lontano affrontando il rischio della morte e chi vive lontano dai suoi cari.

Ma desiderare può essere letale. Lo sanno tutti coloro che hanno pensato di trovare risposta definitiva alla profonda inquietudine del cuore nella conquista di un «oggetto» di desiderio: sempre, una volta raggiunto, resta solo l’amaro in bocca. Lo sanno anche i bambini desiderati in modo ossessivo da genitori che li hanno letteralmente programmati, quasi fossero l’esito e la retribuzione di una «produzione »: in questi casi i figli corrono il rischio di sentirsi un prolungamento dei genitori ed è difficile per loro divenire autonomi e raggiungere la propria identità. Attenzione! Prima di addentrarsi nelle dinamiche del desiderio è però necessario chiarire il secondo elemento contenuto nel Comandamento. Infatti, l’aspetto oggettivo evidenziato dal nostro Comandamento, «la roba d’altri », è di rilevanza assoluta.

Senza che ce ne rendiamo conto, siamo immersi in una cultura che, dopo aver diffuso il virus del consumo, confezionato con una allegra cartina decorata con i colori della felicità, ha fatto del possesso una sorta di principio non negoziabile, tanto che molti vivono con la convinzione (inconsapevole?) che tutto possa rientrare nella loro sfera di appartenenza e utilizzo. Il dilagare della corruzione e della concussione, lo sfruttamento indiscriminato delle risorse naturali, lo spreco del cibo, dell’acqua e dell’energia, la violenza tra le mura domestiche, la conclamata legittimità della cosiddetta «interruzione di gravidanza », l’asserzione dell’inoppugnabile diritto ad avere un figlio non sono forse l’esito di un’egemonia incontrastata dell’aggettivo possessivo «mio»? Nell’infanzia è normale tentare di volere per sé tutto ciò che è ritenuto appetibile – un’automobilina, una bambola, una caramella –, sia quando effettivamente ci appartiene sia negli altri casi. L’innocente creatura mette in campo tutte le astuzie e le energie possibili per dichiarare: «mio!». Di solito questo basilare passaggio evolutivo avviene intorno ai 18 mesi, quando si apprendono i primi rudimenti intorno al concetto di sé, dell’altro e della proprietà. Oggi culturalmente sembriamo regrediti a questo stadio infantile di organizzazione sociale ed economica. Un paio di esempi sono emblematici. È triste vedere tanti ragazzi (ma anche molti politici!) che sono disposti a tutto pur di guadagnare (o non perdere) like e follower (virtuali). I consensi costituiscono una sorta di moneta con la quale si è retribuiti dalla piazza e diventa il «mio!» capitale sociale – quando non anche economico –, che crea dipendenza e favorisce arroganza, mancanza di rispetto e forme di manipolazione.

Ma anche la privatizzazione di beni e servizi comuni che non sia ispirata a un’applicazione del principio di sussidiarietà costituisce, a mio avviso, un segno di declino della civiltà. L’incapacità della collettività di gestire i beni (e il bene) non dovrebbe forse allarmarci? Il decimo Comandamento intende prenderci per mano e accompagnarci nello sviluppo integrale dell’uomo, scommettendo sulla nostra capacità di diventare grandi nell’amore. Innanzitutto, contiene due fondamentali insegnamenti. Il primo riguarda l’identità. Da piccoli si viene educati a distinguere tra sé e il mondo (le cose che tenevamo strette in pugno) e nel tempo della giovinezza si dovrebbe imparare a non identificarsi con i propri bisogni e con gli oggetti/soggetti che possono soddisfarli. Se non si attua questo processo, la «roba d’altri» (e mia) dispone di me, perché senza di essa avverto un’insicurezza profonda: la mia identità e il mio benessere sembrano messi a repentaglio. La conseguenza è una riduzione della libertà personale e della possibilità di realizzare una vita piena. Spesso lo sviluppo umano si blocca a uno stato di indifferenziazione dei bisogni e dei desideri. In realtà, il desiderio non va confuso con il bisogno, perché non trova corrispondenza immediata in un oggetto concreto che lo possa soddisfare e non può essere finalizzato a un mero possesso.

Josè de Ribera (1591-1652), I dieci comandamenti
Josè de Ribera (1591-1652), I dieci comandamenti

DOBBIAMO EDUCARE I NOSTRI DESIDERI

  

Se i legittimi bisogni umani si trasformano automaticamente in desideri, la persona rischia di rimanere in balìa di sé stessa, del proprio «io» esigente e dispotico: il cibo può diventare un’ossessione e assorbire le migliori risorse della vita; il giudizio altrui può arrivare a definire per la persona la propria autostima e impedire l’esercizio della coscienza critica; la sessualità può assurgere ad assoluto e mortificare la capacità di amare. Il desiderio è come una tigre, non può rimanere chiusa in gabbia; ed è come una freccia appuntita, ha bisogno dell’arciere per essere scoccata. Senza educazione il desiderio può essere ingannevole e mortale. Occorre esercitare la libertà e il discernimento sui fini verso cui orientare la propria tensione esistenziale. Il secondo insegnamento concerne la giustizia. Nell’infanzia, quando tentavamo di appropriarci delle cose altrui, venivamo richiamati all’ordine, a un «bene d’ordine». La nostra intelligenza era chiamata in causa per comprendere quale fosse la «roba d’altri » ed eravamo invitati ad ascoltare la voce della coscienza che ci sussurrava di non appropriarcene, pena l’infelicità. Piano piano imparavamo a distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato, fino a riconoscere che la legittimità del possesso è stabilita in base a delle regole. In senso stretto la «proprietà» non è qualcosa di «mio» che prolunga la mia esistenza nel mondo, ma èqualcosa di «proprio», cioè che afferisce alla persona (o alla comunità) e che continuamente dev’essere sottoposto a un discernimento che ne verifichi i termini di possesso.

In buona sostanza la proprietà è solo la definizione della modalità con cui godere e disporre delle cose in modo pieno ed esclusivo in base alle convenzioni famigliari e/o sociali. Altro è un cellulare e altro una strada, altro è una casa e altro il sottosuolo, come altro ancora sono l’aria e l’acqua. Consumare sgarbatamente, considerare le persone a propria disposizione, appropriarsi del denaro pubblico o di un privato è giusto? Ma, al contempo, è lecito scrivere leggi che toccano gli àmbiti di beni comuni come la salute, l’educazione e l’uso di beni di prima necessità con criteri di mercato o in base ai consensi? Vi è poi un ulteriore significato da cogliere. «Non desiderare la roba d’altri» è un segnale luminoso che aiuta anche a purificare la mente dalle insidie dell’avarizia. A tal proposito, nel Vangelo di Luca (12, 16-21) c’è una parabola in cui Gesù pone al centro l’avidità di un uomo ricco che aveva avuto un raccolto abbondante, probabilmente l’ennesimo, e, non sapendo dove mettere tali averi, aveva pensato di costruire magazzini più grandi per accumulare tutti i suoi beni e darsi al divertimento: «Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; riposati, mangia, bevi e divertiti!». Ma Dio gli disse: «Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?» (vv. 19-20).

 

Mosè e le tavole della legge, opera di Rembrandt (1606-69).
Mosè e le tavole della legge, opera di Rembrandt (1606-69).

L'AVIDO NON SI DIVERTE. GIA', MA COS'E' LA FELICITA'?

L’avido non si diverte. Lo aspetta la morte, nella solitudine. Chi identifica la realizzazione dei propri desideri di felicità con il possesso (legittimo?) dei beni sarà vinto da una noia mortale. La domanda da porre alla propria coscienza può essere: che cosa mi rende felice? Abbiamo dimenticato il senso di colpa e la tristezza che provavamo quando da piccoli prendevamo la roba d’altri? Dopo un breve momento di intimo compiacimento, rimaneva nelle nostre tenere coscienze la percezione di un male fatto ai nostri genitori, ai fratelli e alle sorelle, agli amici e alle amiche. O, all’opposto, abbiamo dimenticato i sorrisi che si spandevano dentro e fuori di noi quando riuscivamo a lasciare andare la palla (o la bambola), a gettarla (o consegnarla) ai compagni e compagne di gioco e vederla circolare e ritornare anche verso di noi? E la gioia liberante sperimentata quando per la prima volta abbiamo condiviso qualcosa di nostro e abbiamo reso felice qualcun altro? Forse non lo ricordiamo, ma i primi sorrisi scambiati con mamma e papà erano il cielo in terra! La felicità, che traspare dalla luminosità del volto, dal sorriso e dallo sguardo limpido, e il suo riflesso – il divertimento –, sono una questione di cuore, non di cibo o di bevande, di sesso o di soldi, di proprietà o di successi.

Non per nulla l’etimo della parola felicità (dal latino felicitas e dal greco fyo) rimanda alla fecondità, alla fertilità e alla prosperità. Afferisce originariamente all’esuberanza e al traboccare generoso della vita, con il quale l’avido non ha alcunché a che vedere. Quindi all’opposto dell’avarizia, del pensare solo a sé stessi e alle proprie (legittime?) soddisfazioni, si colloca appunto il desiderio rettamente inteso. Riprendiamo l’approfondimento sull’eros. Come viverlo? Il decimo Comandamento – dicevo – riguarda il cuore, come in qualche modo ammonisce Gesù: «Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male» (Mc 7, 21) e tra questi menziona i furti, l’avidità e l’invidia. Il problema è che «tutte queste cose cattive», prosegue Gesù, «rendono impuro l’uomo» (Mc 7, 23), cioè inabile a intrattenere relazioni sane, inabile all’amore. «Non desiderare la roba d’altri» è pertanto un invito ad avere un cuore libero, puro, sine proprio, senza nulla di proprio, come direbbe san Francesco d’Assisi, per poter camminare sulla via dell’amore. Desiderare le cose degli altri distrugge la possibilità di relazioni autentiche tra le persone, perché in sostanza proietta il proprio desiderio nelle cose altrui; e così facendo cerca il proprio desiderio nell’altro e nei suoi desideri, simbolicamente rappresentati dalla sua «roba »: è una delega del senso e del compimento della propria vita.

 

Da sinistra: padre Mauro Gambetti, oggi 55 anni, quand'era ancora Guardiano del Sacro Convento di Assisi, il re Abdullah II di Giordania, oggi 59, e l'allora Cancelliera tedesca Angela Merkel, oggi 67, il 29 marzo 2019 presso la Basilica di San Francesco di Assisi, in Assisi. Foto Reuters.
Da sinistra: padre Mauro Gambetti, oggi 55 anni, quand'era ancora Guardiano del Sacro Convento di Assisi, il re Abdullah II di Giordania, oggi 59, e l'allora Cancelliera tedesca Angela Merkel, oggi 67, il 29 marzo 2019 presso la Basilica di San Francesco di Assisi, in Assisi. Foto Reuters.

non dobbiamo desiderare nulla? al contrario: desideriamo tutto, ma con animo libero

  

Per questo il Comandamento dice di non posare lo sguardo sui beni altrui per volerli per sé, altrimenti si cade in un braciere (dell’invidia) che provoca tormento, impedisce relazioni fraterne e non dà alcuna felicità. Al cuore puro si accompagna uno sguardo limpido, che rispetta e non seduce, contempla e non invade. Ciò vuol dire condannarsi a non desiderare più nulla? Al contrario! Significa imparare a desiderare bene tutto. Assodato che il dinamismo del desiderio non deve esaurirsi alla conquista di qualche oggetto, che comporterebbe anche il rischio di veder svanire il piacere della ricerca e dell’attesa che gli sono propri, come vivere il desiderio? Questo è il centro e il fine della decima parola di vita: insegnarci l’arte di desiderare. Il nostro Comandamento non imbriglia il desiderio del cuore, perché, mentre pone un argine alla «volontà di potenza» dell’uomo rivolta a dare soddisfazione all’io, gli addita un mare aperto verso il quale spingere lo sguardo, per avventurarsi con la leggerezza di una navicella spinta dal vento della libertà.

Dieci comandamenti x dieci cardinali

«Un agile volume sui Dieci Comandamenti, commentati in maniera accurata da altrettanti cardinali con provenienza geografica ed esperienze pastorali diverse tra loro, per la meditazione personale e per l’esame di coscienza»

 

 

 

 
 
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