Sarà tra pochi giorni in libreria il volume edito dalla San Paolo San Giovanni Paolo Magno, una lunga intervista a papa Francesco a cura di Luigi Maria Epicoco, sacerdote aquilano e docente di filosofia alla Pontificia Università Lateranense e all'ISSR dell'Aquila. Al centro dell'intervista il suo rapporto con San Giovanni Paolo II. Pubblichiamo in esclusiva stralci del primo capitolo del libro, dal titolo Su di te edificherò la mia Chiesa che ripercorre l'elezione di Bergoglio al soglio di Pietro e i suoi rapporti personali con Wojtyla, il pontefice che lo fece cardinale.
(...) Santità, qual è stata l’impressione che ha avuto sapendo dell’elezione di un Papa non italiano dopo quasi cinquecento anni?
Ho sentito le sue prime parole e ho avuto una sensazione molto buona. E questa impressione si è rafforzata subito dopo, quando mi hanno detto che era stato un cappellano universitario, un professore di filosofia, uno scalatore di montagna, uno sciatore, uno sportivo, un uomo che pregava molto. Mi è piaciuto tanto. Ho sentito subito una grande simpatia per lui.
Che ruolo ricopriva Lei all’epoca nella Chiesa?
Ero Provinciale dei Gesuiti. E lo sono stato fino al gennaio dell’’80.
Torniamo ancora per un istante a quella sera di ottobre del 1978. Papa Giovanni Paolo II pronuncia poche parole, ma straordinariamente significative. Rompe la prassi del protocollo, che imponeva solo un saluto e la benedizione, ma nessun discorso. Tra quelle frasi pronunciate con un italiano non perfetto, Giovanni Paolo II si guadagna subito l’affetto di tutti: “Ed ecco che i venerabili cardinali hanno chiamato un nuovo vescovo di Roma… Lo hanno chiamato di un Paese… lontano… (la folla applaude)… lontano, ma sempre vicino per la comunione nella fede e la tradizione cristiana”. Sappiamo da un’intervista rilasciata in seguito ad André Frossard che, nel pronunciare la parola “lontano”, Giovanni Paolo II pensava anche a Pietro, arrivato dalla Galilea. Anche Lei, Santo Padre, ha usato parole simili: “Voi sapete che il dovere del conclave era di dare un vescovo a Roma. Sembra che i miei fratelli cardinali siano andati a prenderlo quasi alla fine del mondo… ma siamo qui… Vi ringrazio dell’accoglienza”. Aveva pensato a lui nel pronunciare queste parole?
In realtà no. Innanzitutto perché non immaginavo di essere eletto, non ci pensavo. Molti dicono che nel conclave del 2005 avevo preso diversi voti. Ma la verità è che il Papa giusto in quel momento era Ratzinger. Io ne ero convinto e l’ho sostenuto. Nel conclave del 2013 mi reputavo già un vescovo in pensione che non correva nessun rischio. Per questo non avevo pensato a nulla di questo. Così, subito dopo la mia elezione, dopo aver indossato la talare bianca, dovevo uscire al balcone e mi sono domandato: cosa dirò alla gente? Mi ricordavo quello che mi aveva detto poche ore prima il cardinal Errázuriz, ma a cui non avevo dato peso. Siamo andati a pregare alla Cappella Paolina con due accompagnatori che ho chiamato personalmente, contro il protocollo. Al cardinal Vallini ho detto: “Ma lei è il vicario, venga con me”, e al mio amico, il cardinal Hummes, quello che mi ha detto: “Non dimenticarti dei poveri”, ho chiesto: “Accompagnami”. E con loro due siamo andati a pregare. Lì mi è venuta l’idea di dire che il conclave aveva scelto un nuovo vescovo di Roma, fare un ricordo di Benedetto, e poi: “Andiamo insieme”. L’espressione “della fine del mondo” mi è venuta spontanea in quel momento, mentre ero affacciato alla loggia di San Pietro.
Cosa Le aveva detto il cardinal Errázuriz, a cui non aveva dato peso?
Quella mattina erano successi alcuni episodi che non mi avevano particolarmente preoccupato ma che comunque mi avevano dato da pensare solo più tardi. Innanzitutto il cardinal Ortega y Alamino mi aveva chiesto il testo che avevo pronunciato durante una delle riunioni ufficiali dei cardinali in quei giorni. In realtà non avevo scritto nulla, ho cercato di ricordare a mente le parole e le ho riscritte a mano. Gliel’ho portato, quando siamo tornati prima di pranzo, gli ho detto “Prendi, l’ho fatto a mano”. Lui dice: “Oh che bello, così mi porto un ricordo del Papa”. Gli ho risposto: “Non scherzare”.
[In seguito il cardinale Ortega aveva reso noto durante un’intervista lo stesso racconto del Papa, consegnando anche copia del biglietto autografo del futuro pontefice. Questo appunto risulta significativo per quei temi tanto cari a papa Francesco negli anni successivi: 1) “Evangelizzare implica zelo apostolico. Evangelizzare presuppone nella Chiesa la ‘parresia’ (il termine greco in senso letterale vuol dire ‘libertà di dire tutto’, ndr) di uscire da se stessa. La Chiesa è chiamata a uscire da se stessa e ad andare verso le periferie, non solo quelle geografiche, ma anche quelle esistenziali; quelle del mistero del peccato, del dolore, dell’ingiustizia, quelle dell’ignoranza e della fede, quelle del pensiero, quelle di ogni forma di miseria”. 2) “Quando la Chiesa non esce da se stessa per evangelizzare diviene autoreferenziale e allora si (si pensi alla donna curva su se stessa del Vangelo secondo Luca). I mali che, nel trascorrere del tempo, affliggono le istituzioni ecclesiastiche hanno una radice nell’autoreferenzialità, in una sorta di narcisismo teologico. Nell’Apocalisse, Gesù dice che Lui sta sulla soglia e chiama. Evidentemente il testo si riferisce al fatto che Lui sta fuori dalla porta e bussa per entrare… Però a volte penso che Gesù bussi da dentro, perché lo lasciamo uscire. La Chiesa autoreferenziale pretende di tenere Gesù Cristo dentro di sé e non lo lascia uscire”. 3) “La Chiesa, quando non è autoreferenziale, senza rendersene conto, crede di avere luce propria; smette di essere il mysterium lunae (della luce riflessa, ndr) e dà luogo a quel male così grave che è la mondanità spirituale (è il male peggiore in cui può incorrere la Chiesa secondo De Lubac, un teologo del ’900, fatto cardinale da Giovanni Paolo II, ndr); quel vivere per darsi gloria gli uni con gli altri. Semplificando, ci sono due immagini di Chiesa: la Chiesa evangelizzatrice che esce da se stessa; quella del ‘Dei Verbum religiose audiens et fidenter proclamans’ (‘la Chiesa che religiosamente ascolta e fedelmente proclama la parola di Dio’, ndr), o la Chiesa mondana che vive in sé, da sé, per sé. Questo deve illuminare i possibili cambia¬menti e riforme da realizzare per la salvezza delle anime”. 4) “Pensando al prossimo Papa: un uomo che con la contemplazione di Gesù Cristo e l’adorazione di Gesù Cristo aiuti la Chiesa a uscire da se stessa verso le periferie esistenziali, che la aiuti a essere madre feconda che vive “della dolce e confortante gioia di evangelizzare”].
Dopo aver consegnato questo appunto, prendo l’ascensore per scendere al secondo piano e al quarto entra il cardinal Errázuriz e mi dice: “Sbrigati a preparare il discorso!”. “Quale?”. “Quello che dovrai dire al balcone”. “Dai non scherzare!”. Poi, a pranzo, mentre cercavo un posto dove sedermi, subito mi chiamarono: “Venga Eminenza, venga con noi”, erano cardinali europei che io non conoscevo. Durante il pranzo mi fecero molte domande sull’America Latina, e sulla Chiesa. Poi andammo a riposare e posso assicurare che ho riposato benissimo. Nel pomeriggio siamo tornati a votare, io avevo dimenticato un po’ questi episodi e mi ero intrattenuto a parlare con il cardinal Ravasi sul libro di Giobbe. Durante la prima votazione ho capito che il pericolo era davvero serio. Nella seconda votazione sono stato eletto.
(...) A quando risale il suo primo incontro con Giovanni Paolo II?
L’ho incontrato in un momento buio della mia vita, quando è venuto la seconda volta in Argentina nell’’87. Io ero rientrato dalla Germania dopo un periodo che avevo passato lì per scrivere un dottorato su Romano Guardini, e per allontanarmi un po’ da un clima teso nella mia stessa provincia religiosa. Credo che tutto abbia la sua radice nel fatto che ho avuto ruoli di responsabilità fin da