La vicenda dei bambini del bosco d’Abruzzo, che un tribunale ha fatto togliere dalla casupola dove vivevano con i genitori e collocare in una casa famiglia, ha provocato nell’opinione pubblica emozioni profonde. Una scelta di vita fuori schema, che il bosco separa dalla selva guasta della vita urbana rifiutata, ha qualcosa che seduce. L’intervento dei giudici sembra uno strappo persino crudele. Se una famiglia vuol vivere così, chi può impedirlo? A chi appartengono i figli, ai genitori o ai giudici?

I figli appartengono prima di tutto a se stessi. Beninteso, la famiglia ha di sua natura una priorità non usurpabile, e la Costituzione dice che spetta ai genitori educarli, e che questo è un diritto-dovere. Anzi prima un dovere che un diritto, è scritto così. Ma allora vuol dire che i figli hanno attese e bisogni e diritti che chiedono adempimento e cura e protezione. E ascolto delle loro inclinazioni e aspirazioni (così spiega il codice), per lo sviluppo armonico della persona. Ciò è secondo ragione e natura e non occorrerebbe neppure richiamare la Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia, che impone di decidere sempre, sempre, nell’interesse superiore dei minori.

Ci si fa dunque più pensosi se i funghi del bosco portano i bimbi al pronto soccorso e fanno accendere l’attenzione su quella dimora primitiva, sulla salute, sulla scuola disertata, sull’isolamento. Quando il rapporto arriva ai giudici non parte un raid ma un soccorso: non un pregiudizio ideologico verso chi sceglie stili di vita alternativi, ma la necessità di proteggere i minori. Come?

Le decisioni dei tribunali minorili sono fra le più delicate dell’intero sistema giudiziario. Non basta il sapere legale, occorrono competenze psicosociali, educative, familiari. Per questo ai giudici togati si affiancano con parità di voto giudici laici, esperti in quelle scienze.

Si cammina su un crinale stretto, bisogna proteggere senza distruggere, intervenire senza sostituirsi, decidere senza ferire inutilmente. E chi legge per intero l’ordinanza dell’Aquila vi trova le tappe di un primo intervento volto a far luce sulla abitabilità, sulla salute, sulla scolarità, senza giudicare. Poi sullo sviluppo della condotta successiva si concentra l’attenzione sui rischi dei minori, non risolti ma aggravati da una esposizione mediatica strumentale.

L’allarme non è solo la casa, la salute, la scuola che può essere legalmente supplita: per il tribunale è la privazione della socialità scolare nell’età evolutiva, la lesione del diritto alla vita di relazione, che non è un optional pedagogico, ma un bisogno primario dei bambini.

Non è dunque per ideologia urbana contro vita di bosco, non è per castigo di genitori eccentrici e riluttanti, ma per coscienza d’aiuto a curare quelle ferite. Senza decadenze da quella potestà che per legge vuol chiamarsi “responsabilità” genitoriale: essa è solo sospesa, non tolta, in modo provvisorio e reversibile.

Tutti speriamo che la famiglia si ricomponga, risolti i problemi. Ma è la Costituzione a volere che i compiti genitoriali inadempiuti vengano assolti, comunque, per il bene dei figli. Perché la vita dei figli è dei figli.