«Questa specie di demòni si può scacciare solo con la preghiera e il digiuno», si legge nel Vangelo (Mc 9,29). Sono parole che parlano a noi oggi, di fronte ai demoni della violenza, dell’odio, della divisione. «Il mio nome è Legione, perché siamo in molti» dice il Diavolo nel Vangelo secondo Marco (5,9). Digiunare e pregare significa credere che il Signore può spezzare catene che sembrano indistruttibili.

C’è infatti una pratica che attraversa la storia della Chiesa e che ritorna ogni volta che l’umanità si trova davanti all’orrore della guerra: il digiuno e la preghiera per la pace. Lo ha fatto anche Leone XIV nel corso dell’Udienza generale, invitandoci a questa pratica dopodomani, venerdì 22 agosto. Non sono gesti marginali, né un rifugio intimistico: sono il linguaggio del cuore che cerca Dio e, nel farlo, ha la potenza salvifica di trasformare anche la storia che stiamo vivendo in un momento così delicato e cruciale per la sorte del mondo, dopo il vertice in Alaska e i negoziati che si sono svolti a Washington. Il digiuno non è solo rinuncia al cibo. È allenare il corpo e lo spirito a riscoprire l’essenziale, è un dire “no” al superfluo per spalancare spazio a ciò che conta davvero: la fraternità, la solidarietà, la giustizia. Lo stesso Gesù digiunò per 40 giorni. Pregare, insieme, è più che pronunciare parole: è mettere il mondo, con le sue ferite, tra le mani del Signore.

In tempi di guerra la voce dei cristiani – unita a quella di tanti uomini e donne di buona volontà – si leva per invocare il dono della pace. Anche papa Francesco, più volte, aveva ricordato che “la pace si costruisce con le mani e con il cuore”, e che “il digiuno e la preghiera sono armi spirituali potenti”. Il suo successore non si discosta da questo magistero. La preghiera apre gli occhi sui bisogni degli altri, sulle lacrime delle vittime, sull’urgenza di non rassegnarsi alla logica delle armi. Il digiuno, allo stesso modo, diventa gesto concreto di condivisione: quello che risparmiamo può diventare aiuto per chi non ha nulla, trasformando una rinuncia personale in segno di amore universale. Così, quando la Chiesa invita a giornate di digiuno e preghiera per la pace, non ci chiede di compiere semplici riti, ma di sentirci parte di una comunità che porta sulle spalle il dolore del mondo. La pace non è un’utopia: è una responsabilità. E comincia dal nostro cuore, nutrito da preghiera e paradossalmente dal digiuno, capace di gridare al cielo e di impegnarsi sulla terra.