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Pierdante Piccioni: "Da paziente sono rinato medico". Luca Argentero: "Ho visto chi ci cura, danno l'anima per noi"

25/03/2020  La fiction Doc Uno di noi con gli occhi del dottor Pierdante Piccioni e dell'attore Luca Argentero, protagonista liberamente ispirato alla sua storia

Quando lo raggiungiamo al telefono, il dottor Pierdante Piccioni ha appena finito il suo turno all’ospedale di Lodi, dove proprio quel giorno, il 18 marzo scorso, è morto un suo collega, il medico di base Marcello Natali, 57 anni. «Lo conoscevo e non è il primo caso. Siamo in guerra e ce la stiamo mettendo tutta». Il motivo della nostra conversazione non è, o almeno non solo, l’emergenza coronavirus, ma raccontare la sua storia. Quella di un brillante primario che, a seguito di un incidente d’auto, ha perso dodici anni di memoria. Si è svegliato dal coma convinto di essere nel 2001 e ha dovuto quindi ricominciare da capo, nella vita e nel lavoro. Da questa storia è nato un libro, Meno dodici (Mondadori), e ora la fiction Doc. Nelle tue mani, in onda dal 26 marzo su Rai 1, con Luca Argentero nei panni del protagonista.

Dottore, c’è possibilità che recuperi i suoi ricordi?

«A maggio saranno sette anni dall’incidente e non ho mai recuperato un ricordo, se non quelli che mi hanno raccontato gli altri».

Nella fiction, il medico ispirato a lei è scorbutico, guarda tutti dall’alto in basso. Era davvero così? 

«Ho saputo che i miei collaboratori mi avevano soprannominato “il principe bastardo”, perché ero molto preparato ma anche molto duro nei rapporti con gli altri, pazienti compresi. Non vado molto orgoglioso di questo ritratto, anche perché non mi ci riconosco, per come sono ora».

Ha mai temuto di scoprire qualcosa del suo passato di cui vergognarsi?

«Lo temo ancora così tanto che ci ho scritto sopra il mio terzo libro, Colpevole di amnesia, un giallo costruito su una storia inventata che riguarda il peggior incubo per una persona che ha vissuto la mia esperienza: essere accusato per qualcosa avvenuto durante il tuo buco nero, da cui quindi non puoi difenderti perché non te lo ricordi».

Cosa significa per un medico diventare un paziente?

«Adesso ragiono prima da paziente e poi da medico. Molto spesso i punti di vista non coincidono. All’università nessuno ci insegna l’empatia, la capacità di ascoltare chi dobbiamo curare. Io l’ho imparata dopo l’incidente, quando per mesi nessuno mi credeva quando dicevo che non ricordavo nulla, e questo mi causava una grande sofferenza».

Chi l’ha aiutata di più?

«La mia famiglia, la fede, i pazienti e qualche medico, non tutti. E poi ci ho messo tanto del mio: la voglia di farcela, di trasformare la rabbia in energia».

Da quale ruolo ha ricominciato la carriera?

«Quando mi sono svegliato, sapevo solo che ero un medico e che volevo continuare a esserlo. Da un punto di vista burocratico mi sarebbe spettato il mio vecchio ruolo, cioè primario del Pronto Soccorso di Lodi. Ma non mi sembrava giusto lavorare in un luogo in cui tutti sapevano tutto di me mentre io non sapevo nulla di loro. E così ho scelto di riprendere gli studi per poi ripartire da un ospedale più piccolo: ho fatto il primario del Pronto Soccorso di Codogno, proprio il paese del primo focolaio del coronavirus. Sono rimasto lì due anni e poi ho rinunciato per entrare nel Dipartimento socio-sanitario e dedicarmi a seguire i percorsi di riabilitazione dall’ospedale a domicilio, quindi di disabili o pazienti con patologie croniche. In pratica, ho cercato di fare quello che non è stato fatto a me. Ora qui a Lodi mi occupo delle dimissioni dai reparti riservati a malati con patologie in fase acuta».

Quindi segue anche pazienti con il coronavirus?

«Da settimane tutto l’ospedale di Lodi è riservato a loro. Stiamo lavorando come matti, anche se a me non piace quando ci definiscono eroi. Siamo solo persone con senso del dovere e che trovano la loro forza nel fatto di sentire che la gente ci è vicina»

La prima domanda per Luca Argentero è scontata: perché uno spettatore, dopo che per tutta la giornata sente parlare di gente che si ammala e muore a causa del coronavirus, dovrebbe aver voglia di mettersi davanti alla Tv per seguire una serie che ha per protagonista un medico?

Nessuno immaginava che questa sarebbe stata trasmessa in giorni così critici. Prima di girare per prepararmi ho oltre a confrontarmi con il dottor Piccioni, ho avuto modo di osservare la vita di un reparto in ospedale. Ho capito quanto siamo fortunati a vivere in un Paese come l’Italia che ha medici così preparati, che danno l’anima per salvarci la vita già in condizioni normali, mentre di loro di solito si parla solo nei casi di malasanità. ll fatto di poterlo raccontare in una situazione come questa penso che possa far bene a tutti».

L’attore sarà dunque dal 26 marzo su Rai 1 il medico Andrea Fanti in Doc. Nelle tue mani, la fiction ispirata alla vera storia del dottor Pierdante Piccioni. Fanti, a causa di un colpo di pistola sparato dal padre di un paziente deceduto nel suo reparto, non ha più i ricordi degli ultimi dodici anni di vita. Scopre che suo figlio è morto, non riconosce l’altra figlia che nel frattempo è cresciuta, non ricorda di aver amato la dottoressa Giulia Giordano (Matilde Gioli) che lavora al suo fianco. Andrea non è più primario, ma si impegna al massimo per dimostrare di poter tornare a essere il medico di prima. Anzi, migliore di prima. Perché da professionista freddo, distante, ha scoperto l’arte di ascoltare gli altri. Ogni puntata tratta casi clinici che i medici riescono a risolvere anche grazie alla progressiva scoperta delle vite dei pazienti.

Da attore, perché ti è stato utile osservare dei veri medici al lavoro?

«Perché ciò che più ci interessava non era tanto il rapporto medico- paziente, che è sempre soggettivo, volevamo capire cosa fa e cosa dice un medico quando esce dalla tua stanza e si relaziona con i suoi colleghi».

Il dottor Piccioni cosa ti ha detto? «Lui è una persona molto interessante al di là del suo lavoro. Mi ha raccontato anche aspetti in apparenza meno importanti della sua esperienza. Per esempio, ha perso dodici anni di sviluppo tecnologico. Quando si è risvegliato dal coma, i cellulari per lui avevano i tasti. Invece ha scoperto che non li hanno più. Sembra una sciocchezza, ma davvero il mondo da questo punto di vista è profondamente cambiato».

Tu avresti potuto fare il medico?

«Mai. Ricordo quando avevo vent’anni e dovevo scegliere che università fare. Mi ripetevo: “Medicina, no”. Infatti mi sono laureato in Economia e commercio. È una questione di vocazione».

In generale, che rapporto hai con il tempo?

«Superati i quarant’anni, ho davvero capito quanto sia prezioso. Non voglio sprecarlo più».

Con la tua Onlus hai promosso una raccolta fondi. Ce ne puoi parlare?

«Ogni settimana noi sosteniamo un progetto. Vista la situazione, abbiamo deciso di organizzare una raccolta che continuerà finché ce ne sarà bisogno. Abbiamo scelto la Protezione civile perché siamo sicuri della destinazione dei nostri fondi e svolge il suo lavoro in modo capillare sul tutto il territorio nazionale».

In questo momento le persone che soffrono di più sono gli anziani. Oltre a rischiare di più per il contagio, non possono contare sulla vicinanza dei propri figli. È così anche per te?

«Sì, ma loro sono abituati dalla mia vita nomade a vedermi a intervalli piuttosto lunghi. Sono preoccupato per la loro salute, ma so anche che, da buoni torinesi, sono molto ligi al dovere. Sanno benissimo che uscire il meno possibile da casa non è solo una misura di protezione per sé, ma un dovere verso la comunità. E poi per fortuna sono ancora molto in gamba, molto autosufficienti e quindi stanno affrontando bene questo momento».

Tu invece come lo stai vivendo?

«Tra pochi mesi, la tua compagna ti renderà papà per la prima volta. «Nonostante la situazione, con grande entusiasmo. È ovvio che siamo preoccupati, anche perché le strutture sanitarie sono sotto stress. Ma mai come in un momento simile, l’idea che tra un po’ tra noi ci sarà una nuova vita ci sembra esaltante».

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