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Quarant'anni fa il terremoto in Irpinia, una catastrofe figlia dello scempio edilizio

23/11/2020  Il grosso delle vittime fu dovuto al crollo delle palazzine costruite negli anni ’60 e ’70. La totale assenza di ogni forma organizzata di soccorso e di assistenza fece il resto

Sono le 19,34 di una domenica di novembre di 40 anni fa. Il 23 una scossa di magnitudo pari a 6.9 si abbatte su due regioni meridionali causando la morte di 2914 persone in Campania e Basilicata,  la distruzione di interi paesi e trecentomila sfollati. Una data significativa e storica: dal quel giorno cambiò tutto anche in materia di gestione delle emergenze territoriali. Nacque infatti la Protezione Civile Nazionale, dopo dieci anni di gestazione politica furono – come ricordano Toni Ricciardi, Generoso Picone e Luigi Fiorentino nel volume, appena uscito, dal titolo “Il terremoto dell’Irpinia” edito da Donzelli – allestiti provvedimenti legislativi ad hoc in favore della ricostruzione, furono messi a punto strumenti più sofisticati per il monitoraggio e la prevenzione territoriale. Furono perfezionate le norme in materia di ricostruzione in un territorio “altamente sismico”. Solo nel Novecento tre scosse: nel 1910, 1930 e 1962. Precedentemente scosse sismiche hanno interessato il territorio nel 1561, 1694, 1851, 1857. La scossa di quarant’anni fa «poteva rappresentare tutto, tranne che un evento imprevedibile e sconosciuto a queste latitudini». La ricostruzione è completata, ma la ricorrenza del 40° anniversario è l’occasione per far memoria non solo delle morti, dei feriti e delle rovine ma per non dimenticare quello che è avvenuto negli animi delle persone.

«Non ci sono catastrofi che si dimenticano più velocemente del terremoto, quando la ricostruzione si compie», sostiene Giovanni Pietro Nimis, un architetto chiamato a prestare la sua opera per la ricostruzione del Friuli, colpito da una forte scossa il 6 maggio di quattro anni prima. 

Ma come si può costruire una storia collettiva e far memoria di una tragedia Come questa? Lo si può fare storicizzando un evento come questo, ci dice uno degli autori del volume, Toni Ricciardi: «ancora oggi, in molti pensano e trattano questa vicenda come se fosse un fatto di cronaca. Eppure, 40 anni dopo, è necessario contestualizzare quanto accaduto all’interno delle vicende nazionali partendo, come facciamo nel libro, dall’analisi dell’Irpinia prima del 23 novembre del 1980 e di come si sia in seguito modificata. È necessario, inoltre, sottolineare ciò che non è stato fatto, ma allo stesso tempo quanto è stato fatto e come è stato realizzato». Quel terremoto – aggiunge lo storico – ha rappresentato «uno spartiacque. Il terremoto e l’emigrazione rappresentano i due elementi costitutivi dell’Irpinia, solo tenendo presenti i quali si può analizzare il territorio. Questa è una delle realtà italiane più sismiche e, allo stesso tempo, una realtà che ha vissuto tutte le fasi della lunga, ricca e travagliata storia dell’emigrazione italiana e, ancora oggi, rappresenta uno dei luoghi dello spopolamento. Per troppo tempo questa vicenda è stata etichettata solo come spreco e malaffare, spesso in maniera ingiusta e ingenerosa. Grazie al terremoto dell’Irpinia, molti si sono arricchiti, hanno fatto affari, ma molti di questi erano ben lontani dall’Irpinia».

Le migliaia di morti e sfollati furono l’inevitabile conseguenza di un tragico evento e si sarebbero potuti evitare?

«Questa è una delle domande di fondo che ci poniamo. Un dato: il grosso delle vittime fu dovuto al crollo delle costruzioni moderne, i cosiddetti palazzi degli anni ’60 e ’70. Questo elemento è probabilmente ci ha consentito più di ogni altro di contestualizzare quanto accadde. La totale assenza di ogni forma organizzata di soccorso e di assistenza fece il resto. D’altronde, l’Irpinia non era il Friuli del 1976: lì i militari erano già stanziati perché eravamo nel pieno della guerra fredda».

Nel libro voi raccontate il terremoto in una chiave inedita tra tragedia e emigrazione: perché? Come si conciliano i due temi?

«Perché, come dicevo prima, sono i due elementi costitutivi di questo territorio. Inoltre, l’emigrazione rappresentò l’unica forma di modernità giunta in questi luoghi prima del 23 novembre 1980. Le rimesse degli emigranti e le case che essi costruivano rappresentavano l’unica forma di modernità. Con il ‘miracolo della ricostruzione’ le persone furono travolte da una nuova modernità che ha stravolto per sempre, non questi luoghi, bensì gli animi delle persone stesse».

 

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