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venerdì 10 luglio 2020
 
 

Quei "Seicento" nella Terra del Fuoco

02/03/2012  La storia straordinaria di Carlo Borsari, l'imprenditore che nel 1948 imbarcò, direzione Capo Horn, tutti gli operai bolognesi della propria ditta e le famiglie. E il parroco del paese.

L'arrivo della nave "Genova" a Ushuaia, in Argentina, nella Terra del Fuoco con i "seicento" di Bologna: gli operai dell'imprenditore Carlo Borsari e le famiglie (archivio Franco Borsari).
L'arrivo della nave "Genova" a Ushuaia, in Argentina, nella Terra del Fuoco con i "seicento" di Bologna: gli operai dell'imprenditore Carlo Borsari e le famiglie (archivio Franco Borsari).

C'era una volta il dopoguerra. In quegli anni, i doganieri di mezzo mondo furono testimoni più o meno consapevoli del tragico fenomeno dell'emigrazione di centinaia di migliaia di italiani. Furono numerosi gli orfani del Piano Marshall. Quelli che dagli americani al massimo avevano ricevuto una stecca di cioccolato nei giorni della Liberazione. Quelli che avevano perso tutto, pure le vere nuziali, donate alla patria per fondere cannoni. Cosí come già era accaduto agli inizi del Novecento e dopo la Grande Guerra, moltissimi connazionali si giocavano le carte del futuro puntando la posta sull'"altrove".

Ci fu chi fece le valigie da solo, ci fu chi si portò moglie e figli al seguito e ci fu una persona che, oltre alla famiglia, portò con sé tutti gli operai della propria ditta. E il parroco del paese. E i macchinari, per non perdere tempo e cominciare subito a lavorare. E la maestra elementare perché i bambini non fossero troppo spaesati nell'apprendere una lingua sconosciuta in una terra lontana. L'uomo che compí questa impresa di chiamava Carlo Borsari, veniva da Bologna ed era proprietario di una falegnameria industriale e di una ditta di costruzioni. La sua storia é tracciata in alcuni ritagli di giornale affissi alle pareti del carcere di Ushuaia, in Argentina, la città più a sud del pianeta. Oggi quel penitenziario è un museo e raccoglie testimonianze di storie che sarebbero piaciute a Mario Rigoni Stern, a John Fante e a tutti gli scrittori che seppero raccontare i dolori e le emozioni dei nostri migranti.

Ancora una foto che documenta lo sbarco nella Terra del Fuoco (archivio Franco Borsari).
Ancora una foto che documenta lo sbarco nella Terra del Fuoco (archivio Franco Borsari).

Alla fine degli Anni Quaranta, il governo di Buenos Aires, in base a un trattato bilaterale che privilegiava le imprese italiane nei lavori pubblici, invitò i nostri industriali a installarsi nella Terra del Fuoco per incrementare lo sviluppo di quella regione inabitata e ostile, la stessa regione descritta qualche decennio più tardi da Luis Sepulveda nei suoi romanzi e definita "Il mondo alla fine del mondo". Tutto un programma. Il commendatore Borsari pose la propria candidatura e questa venne accettata. In soli sei mesi l'industriale e i suoi 150 operai accumularono 6.000 tonnellate di materiali: dalle assi di legno per costruire le case, ai macchinari della fabbrica, alle stoviglie per cucinare. Tutto fu caricato sulla nave "Genova", in partenza dall'omonimo porto ligure. Nel marzo del 1948, si imbarcarono in 600, i lavoratori e le loro famiglie, direzione Capo Horn.

Il sacerdote italiano con gli operai della Borsari a Ushuaia. Al centro, con il cappello: l'imprenditore Carlo Borsari (foto Franco Borsari).
Il sacerdote italiano con gli operai della Borsari a Ushuaia. Al centro, con il cappello: l'imprenditore Carlo Borsari (foto Franco Borsari).

Prima del viaggio, Carlo Borsari e consorte furono ricevuti in udienza da Papa Pio XII. L'imprenditore si impegnò davanti al Pontefice a fornire assistenza religiosa agli emigranti. Fu cosí che sul Genova salí anche un sacerdote, don Antonelli, e con lui una statua della Madonna della Guardia, regalo papale. Quando giunsero nella Terra del Fuoco, gli italiani trovarono un luogo tremendamente inospitale, ambientarsi sarebbe stato arduo in quel lembo di Terra di fronte all'Antartide, ma ce la fecero. Costruirono case prefabbricate in legno, strade, una centrale idroelettrica e lo stabilimento per la produzione di legno compensato. Inventarono una città là dove c'erano solo ghiaccio e alberi piegati in due dal vento. Gli approvvigionamenti erano difficili.

La cappella costruita a Ushuaia dagli operai italiani della Borsari, con lo sfondo delle montagne della Patagonia (archivio Franco Borsari).
La cappella costruita a Ushuaia dagli operai italiani della Borsari, con lo sfondo delle montagne della Patagonia (archivio Franco Borsari).

Franco Borsari, figlio di Carlo, vive oggi a Pianoro, in provincia di Bologna e divide con noi i suoi ricordi. "La frutta e le verdure venivano recapitate laggiù via posta aerea", rammenta. "Ai rifornimenti pensava un eroico DC3 bimotore. Le navi non arrivavano, il mare era troppo spesso in tempesta". Gli spostamenti su terra non erano meno avventurosi. "Mi muovevo sempre a cavallo", ricorda Franco. Una carta della Terra del Fuoco stampata all'epoca dal National Geographic, annovera fra i toponimi proprio l'"Empresa Borsari", testimonianza di come la colonia di bolognesi segnò la storia della regione in maniera indelebile. Anche padre Agostini, il celebre salesiano che esplorò lo stretto di Magellano, fu in contatto con Carlo Borsari.

La carta del National Geographic: al centro, cerchiata in rosso, la "Empresa Borsari", vicino al canale Beagle (archivio Franco Borsari).
La carta del National Geographic: al centro, cerchiata in rosso, la "Empresa Borsari", vicino al canale Beagle (archivio Franco Borsari).

I bolognesi di Ushuaia s'ingegnavano per far rivivere in terra straniera un po' di Italia. "Le donne preparavano tagliatelle e ravioli", racconta Franco."Un giorno trovammo un pinguino ferito. Una famiglia lo adottò, lo mise nel pollaio con le galline. Scoprimmo che era ghiotto di tagliatelle". Anche i pinguini patagonici scoprirono dunque le delizie emiliane. Franco Borsari sorride al ricordo di certi aneddoti. Tra le memorie custodite gelosamente, conserva ancora molte lettere inviate a suo padre dagli operai, missive che domandavano perlopiù la possibilità del ricongiungimento familliare. Su ognuno di quei fogli, spesso scritti con una calligrafia incerta, c'é uno spaccato del nostro Paese a quel tempo: la fuga dalla miseria, il sollievo per l'opportunità di lavoro ricevuta, la nostalgia del Paese e dei cari.

Un giornale dell'epoca che racconta l'incredibile avventura dei "Seicento" (archivio Franco Borsari).
Un giornale dell'epoca che racconta l'incredibile avventura dei "Seicento" (archivio Franco Borsari).

È un'Italia che commuove e fa riflettere. A ricordare quell'avventura oggi, a Ushuaia, rimane la sconsacrata "cappella degli Italiani", costruita nel tempo libero dagli operai della Borsari. E poi rimane il figlio del medico del villaggio. Che si chiama Carlo, in omaggio al bolognese che arrivò qui coi suoi "seicento". Fu Carlo Henninger ad accogliere nel 2003 Franco Borsari al minuscolo aeroporto di Ushuaia, dopo tanti anni che il figlio dell'imprenditore non tornava più laggiù. "È diventato uno dei miei amici più cari", confida Borsari. "La mamma di Carlo é friulana, la incontrai a Ushuaia nel 2003. Mi si avvicinò e mi ricordò l'epoca in cui lei era stata profuga in un campo austriaco. Quando, senza alcun avere, tornò in Italia, a Bologna incontrò mia madre. Nel vederla cosí abbandonata a sé stessa, mia madre le regalò una copertina per il suo bambino, temendo che avesse freddo".

Un giornale sportivo dell'epoca (archivio Franco Borsari).
Un giornale sportivo dell'epoca (archivio Franco Borsari).

Poi la giovane friulana si imbarcò col marito, allora medico dell'impresa, a bordo del "Genova". "Quando torni a Bologna, porta un fiore sulla tomba di tua mamma", raccomandò la signora Henninger a Franco Borsari. E quel fiore, Franco, ce lo ha portato davvero e lo rinnova ogni settimana. Quel fiore é lí a ricordare quell'Italia di generazioni di profughi e di emigranti di cui spesso ci si dimentica, soprattutto quando altri profughi e altri emigranti, arrivati da altre latitudini, bussano alla nostra porta.

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