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Le carceri per molti sono una realtà misteriosa, avvolta da una nube di pregiudizi e luoghi comuni. Ma proprio da questa realtà alcune persone rifioriscono, trovando nuove sfide e modalità per diventare persone migliori. Una di queste valvole è lo studio. Tutti ne hanno diritto, anche chi varca i cancelli di un carcere. Sotto questo aspetto il 2025 è stato un anno da record: ben 227 esami universitari svolti nelle più importanti realtà carcerarie lombarde. Caterina Lusiani, una delle responsabili del "Progetto Carcere" dell'Università degli Studi di Milano, ci racconta come funziona dall'interno.
Come nasce il Progetto Carcere?
«Il progetto nasce nel 2015, quando su iniziativa di un docente della nostra università è stata stipulata una convenzione con il PRP - il Provveditorato Regionale dell'Amministrazione Penitenziaria - per favorire il diritto allo studio di chi si trovava in carcere. Prima di allora era già possibile, perché il diritto allo studio non si perde entrando in carcere, ma senza nessun servizio di supporto. Una delle agevolazioni chiave introdotte è l'esenzione dalle tasse universitarie: in carcere non a tutti viene data l'opportunità di lavorare, quindi pagare una rata significava spesso gravare sulle famiglie.
Prima della convenzione avevamo cinque studenti iscritti. Oggi siamo a 201. Siamo il primo ateneo in Italia e in Europa per numero di studenti che studiano in carcere».
Come sei entrata nel progetto e chi sono i tutor oggi?
«Nel 2017, quando il progetto aveva iniziato a crescere, il docente promotore ha cercato una rete di tutor per affiancare gli studenti ristretti. Il mio relatore mi propose l'opportunità: ero studentessa magistrale in Lettere, era la prima volta che si presentava un'esperienza del genere, un salto nel vuoto. Mi sono lanciata e ho seguito personalmente due studenti dal primo esame fino alla laurea, lo dico sempre: sono come due mie lauree in più. I tutor sono studenti universitari volontari, non retribuiti. Siamo l'unico ateneo in Italia con questo modello. Oggi sono 230, contro la decina che eravamo, e abbiamo una lista d'attesa di quasi 700 candidature che non riusciamo ad assorbire, semplicemente non abbiamo abbastanza studenti ristretti per tutti».


I corsi più scelti sono Giurisprudenza e Comunicazione. Ma quale corso ha più iscritti in assoluto?
«Questo è un dato che spesso sorprende: il corso con più iscritti in assoluto è Filosofia. Come facoltà le più scelte sono Giurisprudenza e Comunicazione, ma come singolo corso di laurea Filosofia è in testa. La scelta dipende da cosa uno cerca nello studio. C'è chi cerca un modo per dare senso al tempo e alle giornate. E chi invece, con una prospettiva di pena più breve, ha già in mente un utilizzo del titolo una volta uscito. Chi studia materie giuridiche probabilmente non eserciterà mai nel senso tradizionale, ma c'è chiaramente un'affinità con i contesti che fanno parte della propria esperienza quotidiana. La Comunicazione riflette il tempo che viviamo: sono figure molto ricercate, e cresce tantissimo anche tra gli studenti ristretti».
Ci sono cinque studenti al 41-bis. Come funziona concretamente lo studio per loro?
«Sono situazioni molto particolari. Il diritto allo studio non si perde neanche per chi è al 41-bis, ma il modo in cui possiamo supportare questi studenti dipende dal regime a cui sono sottoposti. Per loro non è permesso il tutoraggio. Quello che facciamo concretamente è consegnare alle carceri dei materiali didattici, che dopo il controllo della censura vengono recapitati agli studenti. Loro studiano in completa autonomia. Noi non li abbiamo mai incontrati di persona. Gli unici che li incontrano sono i docenti, nel giorno dell'esame, quando si recano fisicamente in carcere a esaminarli. Gli esami avvengono in presenza, ma senza alcun supporto precedente nello studio, e senza la rete di tutoraggio che offriamo agli altri».


Come funziona l'ingresso dei docenti in carcere per gli esami?
«Gli esami si svolgono esattamente come in università: se un esame è previsto in forma orale, è orale anche per lo studente ristretto. Come ufficio ci occupiamo di richiedere l'autorizzazione per il docente, che entra in carcere nel giorno stabilito. Nel 2025 abbiamo avuto 227 esami sostenuti: più di uno ogni due giorni. È un dato che rende visibile quanto l'università sia concretamente presente negli istituti. In alcuni carceri gli orali si possono svolgere anche da remoto, ma cerchiamo sempre di incentivare la presenza fisica: lo scambio con il docente è parte del valore stesso dell'esperienza universitaria, e gli studenti lo apprezzano molto».
Quanti studenti iniziano e poi abbandonano? Quali sono le cause più frequenti?
«Purtroppo il problema dei trasferimenti è molto presente e spesso non vengono annunciati... Ci è capitato di scoprire che uno studente non era più nel carcere solo nel momento in cui andavamo a cercarlo. E quando un trasferimento avviene, lo studente può essere spostato anche fuori regione. In questi casi mettiamo in moto la rete della CNUPP (la Conferenza Nazionale dei Poli Universitari Penitenziari) per contattare l'università di afferenza del nuovo carcere e garantire la continuità del percorso. Ma in generale ci sono molte variabili che determinano se un percorso universitario in carcere viene completato o meno».
Cosa succede quando uno studente esce dal carcere ma il percorso universitario è ancora aperto?
«La convenzione è valida anche dopo il fine pena, fino al conseguimento della laurea. Se lo studente vuole proseguire, noi continuiamo ad affiancarlo. L'obiettivo però è renderlo man mano autonomo: all'inizio ha tutta la rete di supporto, poi pian piano gli si forniscono gli strumenti per orientarsi da solo nell'università».
Da quella prima volta che sei entrata in carcere ad oggi, com'è cambiata la tua visione?
«È cambiata tantissimo. Le carceri vengono collocate sempre ai margini delle città, come se non le si dovesse guardare troppo. Prima di questa esperienza, l'idea che avevo era quella derivata dalla cultura popolare, dai mass-media. Poi quando entri ti rendi conto che è un mondo molto diverso. Ci tengo però a dire una cosa: noi abbiamo una visione privilegiata del carcere. Ci relazioniamo con detenuti che hanno scelto di costruirsi un'altra immagine di sé oltre a quella del detenuto. È una fetta particolare della popolazione carceraria. Quello che mi colpisce sempre è la grande riconoscenza che questi studenti hanno verso chi li segue. Per loro, quell'ora di tutoring alla settimana significa essere considerati studenti, e questo dà loro la consapevolezza che, quando rientreranno in società, potranno discostarsi dall'immagine di sé di prima. Lo studio diventa una cesura. Una delle frasi che ci sentiamo dire più spesso è: "Se avessi conosciuto i libri e la cultura prima, probabilmente non avrei commesso il reato per cui mi trovo qui"».











