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ALESDIMARCO
“Se faccio bene il mio lavoro, il valore per la società generato dalle mie aziende sarà molto, molto più grande del bene che faccio attraverso le donazioni benefiche" è quanto ha dichiarato Jeff Bezos, il fondatore di Amazon (a cui Forbes attribuisce una ricchezza personale di 224 miliardi di dollari) in un'intervista a Cnbc (la rete televisiva finanziaria). Elon Musk (un patrimonio stimato di 839 miliardi di dollari) ha risposto postando queste parole su X e scrivendo "vero". La provocazione, condivisa sui social, dice che il contributo più importante delle imprese alla società sarebbe la creazione di lavoro e ricchezza più che la filantropia e ha acceso un forte dibattito. Una discussione che va ben oltre il caso dei due magnati e tocca una questione decisiva: il rapporto tra profitto, bene comune e responsabilità sociale delle imprese. Davvero il mercato, lasciato agire, è ancora in grado di produrre automaticamente benessere collettivo?
Per l’economista Luigino Bruni, il tema della filantropia è soltanto la punta dell’iceberg. Dietro la polemica si nasconde una domanda molto più profonda: il modello di capitalismo che ha guidato l’economia moderna sta mostrando segni di crisi?
Musk e Bezos sostengono che il vero contributo delle imprese sia creare lavoro e ricchezza, più che fare beneficenza. Cosa pensa di questa posizione?
«Tocca un tema decisivo dell'economia di mercato, che è un po' il cuore del capitalismo: l'impresa crea valore primariamente creando prodotti di qualità, posti di lavoro e pagando le tasse. Se mettiamo insieme tutta la ricchezza creata da un'impresa, la beneficenza, per quanto se ne possa fare, riguarda sempre una parte dei profitti che comunque non rappresentano necessariamente la parte più importante dell'impresa».


Quindi il tema che pongono non è nuovo?
«Io prescinderei dal caso specifico di questi due imprenditori che sono chiacchierati per molte altre ragioni e che, come si legge anche nei social, sono considerati poco generosi, non sempre esempi di stipendi equi nelle loro imprese e non hanno grandi fondazioni di beneficenza. Però il tema che pongono non è niente di nuovo: è il tema di Milton Friedman, uno dei principali economisti del Novecento. Il capitalismo crea ricchezza, ma i profitti sono soltanto la punta dell'iceberg».
Eppure le reazioni sui social sono state molto forti. Cosa ci raccontano?
«Queste reazioni così imponenti e importanti che provengono dal mondo dei social, come si vede da questi articoli, evidentemente dicono qualcosa. Dicono che c'è una percezione crescente secondo cui il sistema con cui il capitalismo ha portato avanti il bene comune come effetto quasi indiretto — la “mano invisibile” di Adam Smith — sta mostrando dei limiti. L'imprenditore cerca i suoi guadagni, i suoi vantaggi, i suoi profitti e, senza volerlo né intenderlo, crea anche stipendi, crea valore, crea prodotti. Lo scopo è il profitto e gli effetti indiretti sono gli stipendi dei lavoratori, il pagamento dei vari stakeholders e le tasse, quando possono e quando vogliono pagarle».
Lei sostiene che questa idea di capitalismo che ha retto il mondo fino ad oggi stia entrando in crisi. Perché?
«Perché le persone, dopo la crisi ambientale, il tema delle disuguaglianze, delle guerre, si rendono conto sempre di più che c'è qualcosa di obsoleto in questa idea: “pensa a guadagnare, fateci lavorare e poi tutto il resto, compreso il bene comune, viene di conseguenza”. L'idea che il bene comune, nel capitalismo classico, sia un effetto collaterale del bene privato oggi convince sempre meno».
Che cosa dovrebbe cambiare?
«Oggi siamo in una stagione in cui bisogna lavorare su due direzioni: la prima è che le imprese, in ambiti importanti come l'ambiente, la giustizia e le povertà evidenti, facciano scelte intenzionali di bene comune, non pensino soltanto ad arricchirsi. Non basta più dire: io faccio i miei interessi e poi il mercato fa i suoi, perché il mondo è diventato troppo complesso».
E la seconda direzione?
«Dobbiamo evolvere verso una forma di capitalismo diverso, più cooperativo e più partecipato. Che mette in discussione i diritti di proprietà. Non vuol dire essere comunisti, come qualcuno dice “fuori stagione”, ma significa passare dalla sola democrazia politica alla democrazia economica».
Come immagina questo cambiamento?
«Immagino, magari in modo utopistico, forse profetico, che tra qualche decennio ci siano grandi imprese con milioni di azionisti, dove il cittadino sia anche proprietario di qualche pezzo, anche piccolo: società nelle quali si possa intervenire e sentirsi cittadini, e non solo sudditi. Al di là del caso specifico, il tema della filantropia riguarda la natura del capitalismo che si sta mostrando obsoleta e incapace di salvaguardare i beni comuni e il bene comune».




