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Erano tornati nei siti bonificati a sversare e incendiare nuovamente. Nei giorni scorsi i carabinieri hanno arrestato un pregiudicato sessantenne che aveva dato alle fiamme venti sacconi di rifiuti di varia natura, lasciati all’interno del Parco nazionale del Vesuvio da altre tre persone tra fine aprile e inizio maggio, lanciando dalla propria auto un ordigno esplosivo. Non c’è pace per la Terra dei fuochi, dove il Papa si reca il 23 di questo mese per incontrare le famiglie colpite da lutti e malattie.
Papa Leone ad Acerra incontra le famiglie della Terra dei Fuochi: «Nostro figlio è stato ucciso dall’inquinamento»«La sua visita è importantissima», commenta il generale Sergio Costa, che da comandante provinciale di Napoli del Corpo forestale, poi carabinieri forestali, fu il primo a scoperchiare lo scandalo dei rifiuti interrati e delle discariche a cielo aperto. «È già stato a Pompei e a Napoli e poteva fare un cenno in queste visite. Invece ha deciso di venire appositamente. E di farlo ad Acerra che è stata la madre di tutte le aggressioni all’ambiente, con la discarica di Calabricito e la diossina che si era diffusa nei primi anni duemila», aggiunge il già ministro dell’Ambiente e attualmente vicepresidente della Camera dei deputati. «Credo che Leone XIV, un Capo di Stato in termini laici e una guida spirituale e morale in termini cristiani, sente sulla sua pelle che bisogna scuotere le anime un po’ tiepide e a dare coraggio a quei cristiani impegnati nelle istituzioni e a quei parroci che sono delle vere sentinelle sul territorio e che tutti i giorni ascoltano le sofferenze dei propri fedeli».
Le grandi inchieste sono partite proprio dalle sollecitazioni dei parroci?
«Sì. Ero arrivato da poco in Campania dalla Basilicata e don Maurizio Patriciello, con una serie di associazioni, parrocchie e comitati, mi chiede un appuntamento. Arrivano anche con alcune mamme che avevano perso i figli e con dei medici per l’ambiente e mi espongono, in modo molto accorato, la situazione. Un po’ la conoscevo, ma non l’avevo mai affrontata in forma diretta. È stato uno sprone fortissimo sentire raccontare da queste madri il loro dolore feroce. Mi sono però anche chiesto dov’era il vulnus visto che altri prima investigatori prima di me non avevano trovato nulla».


E come ha agito?
«Ho costruito una dinamica investigativa completamente diversa. Invece che partire dai racconti dei pentiti ho utilizzato una tecnica scientifica di analisi del territorio. Esiste la cosiddetta costante magnetica della crosta terrestre. Si tratta di un valore che cambia da zona a zona, ma che in una determinata area resta costante. Se, analizzando quel settore il valore non è quello che dovrebbe essere vuol dire che qualcosa non va. Contemporaneamente ho incrociato questo dato con quelli delle aerofotogrammetrie, cioè delle fotografie scattate dagli aerei che sorvolano il territorio italiano per verificare lo stato delle foreste, dei boschi, delle acque, eccetera. Confrontando quelle degli ultimi 20-30 anni e incrociandole con i campi magnetici abbiamo verificato delle grandi alterazioni. Ci siamo fatti affiancare dall’Istituto di biofisica e vulcanologia, abbiamo discusso con i magistrati, e solo dopo, con una base scientifica così solida, abbiamo cominciato a interrogare i collaboratori di giustizia che avevano svolto attività per il clan dei Casalesi. Ovunque abbiamo scavato, individuando i luoghi con questo metodo, abbiamo trovato rifiuti interrati».
Di che anni parliamo?
«Siamo attorno al 2011, ma il movimento era partito prima, fin dal 2000. E poi nel 2013 c’è la grande manifestazione dei 100mila che scendono in piazza senza bandiere politiche per chiedere le bonifiche. Trovavamo una discarica a settimana. La situazione era pesantissima».
Che tipo di rifiuti c’era?
«Bisogna distinguere tra quelli tombati, le discariche semiseppellite e quelle a cielo aperto. In quelle tombate abbiamo rinvenuto quasi sempre fanghi di lavorazione di concerie, sono i rifiuti più aggressivi classificati come “speciali pericolosi”, cioè dannosi per la salute delle persone. E poi sostanze catramose derivate del petrolio nei fusti utilizzati, per esempio, per il lavaggio delle navi, sostanze chimiche reagenti smaltite dalle aziende di lavorazione intermedia di un prodotto, vernici, solventi, amianto anche sbriciolato, il più pericoloso. Sopra questi fusti tombati veniva stesa una lastra di cemento con murature per fare consistenza alla discarica e poi messo un manto di terra soffice sopra. Camminando sopra non ci si accorgeva di nulla. Questo metodo era indicativo di una vera organizzazione criminale come quella dei Casalesi».
E le altre discariche?
«Lì ci sono organizzazioni meno strutturate, a volte anche cittadini privati che gettano i rifiuti delle attività in nero. Abbiamo trovato anche colle, tessuti, pelle provenienti da attività tessili non in regola. Su questi rifiuti poi vengono gettati pneumatici o materassi e si dà fuoco. Il motivo degli incendi è sia per ridurre il volume dei rifiuti in modo da gettarne altri, sia impedire di rintracciare la provenienza».
È un sistema che sta continuando?
«Quando è scoppiata la bolla ed è salita l’attenzione mediatica, quando sono cominciati gli arresti, le rotte si sono spostate in parte verso la Puglia, in parte in Calabria e in parte all’estero. La Puglia ha un terreno pianeggiante ed è certamente più comoda. Sono cambiati anche i metodi di interramento. Le investigazioni devono intercettare le aziende che lavorano in nero. Oggi le leggi ci sono, sono stati riconosciuti gli ecoreati, e occorre i dati di vendita, di produzione, i volumi di rifiuti prodotti, le tasse pagate».
C’è poi il capitolo delle bonifiche. A che punto siamo?
«Da ministro ho sostenuto la cosiddetta legge Vadalà cioè la legge che ha consentito al collega Giuseppe Vadalà, come commissario straordinario, di guidare una struttura della pubblica amministrazione che sta intervenendo su un territorio che comprende 92 comuni e un milione e mezzo di abitanti. Il percorso si è avviato nel 2020 e ci vorranno dieci anni per la messa in sicurezza del territorio. Messa in sicurezza che non significa solo bonificare, ma anche smettere di inquinare. E non solo nella Terra dei fuochi. I rischi sono molto alti. Bisogna essere cauti per evitare che dopo si apra il fronte pugliese, il fronte calabrese eccetera. Ci sono dei tempi tecnici e intanto bisogna vigilare».
In attesa delle bonifiche si continua a morire.
«Infatti, il tema non è solo quello delle bonifiche, ma anche degli screening. Se nel resto d’Italia si fanno gli esami di prevenzione gratuitamente dopo i 50 anni, per esempio, per il tumore alla mammella, qui dove ci si ammala attorno ai 22, 23 anni, bisogna anticiparli. Ovviamente vale per la gola vale, per i polmoni, per il pancreas. Finché non è messo tutto in sicurezza bisogna basarsi sui cluster riferiti dai medici di base anche su patologie non tumorali, per esempio sull’asma, che in quelle zone ha una incidenza altissima, e intervenire di conseguenza».




