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Partecipazione come antidoto al populismo. Lo dicono chiaro e tondo i movimenti e le associazioni cattoliche che, alla vigilia delle elezioni europee e in preparazione alle Settimane sociali che si svolgeranno a Trieste il prossimo luglio, chiedono ai cittadini di non disertare le urne e alla politica di smettere di litigare e mettere a fuoco temi ambiziosi per continuare a costruire un’Europa che sappia tutelare la dignità di ogni persona. Insieme, pur con carismi diversi, hanno firmato un appello per la pace rivolto ai leader dei Governi, ai rappresentanti delle istituzioni e in particolare a coloro che si candidano a guidare l’Unione europea, che in pochi giorni ha già avuto l’adesione di 294 realtà. E insieme chiedono, soprattutto ai giovani, di «rendersi protagonisti di un futuro che è anche il loro», come sottolinea Giuseppe Contaldo, presidente del Rinnovamento nello Spirito, facendo lo sforzo, aggiunge Cesare Pozzoli, vicepresidente della Fraternità di Comunione e liberazione, «visto che ci sono le preferenze, di individuare i candidati che, per la loro fede o perché sostenuti da un sincero impegno per il bene comune, hanno a cuore il valore irriducibile della persona». Pace, migranti, nuove tecnologie, lavoro, ambiente, vita… I temi cari ai cattolici, ma fondamentali per tutti i cittadini, non mancherebbero. Non ci sono però, salvo qualche slogan, nei programmi elettorali. «Ancora peggio: nella visione di Europa che hanno gli schieramenti manca l’anima», taglia corto Emiliano Manfredonia. Che ironizza: «Quando ci sono, e non tutti li hanno presentati, i programmi sembrano riassuntini tirati giù da ChatGpt, l’intelligenza artificiale». Non ha torto il presidente delle Acli quando dice che «non ci sono ambizioni perché si teme di allontanarsi da quei temi che, invece, appaiono più vicini ai richiami dei sondaggi. E dunque si discute se dare o no le armi all’Ucraina, ma non su cosa fare per costruire una Ue che sia in pace dall’Atlantico agli Urali. E ancora sono assenti le grandi questioni: come si comportano gli Stati per una Europa sociale che possa dare lavoro dignitoso a tutti? Sull’accoglienza dei migranti vogliamo continuare a esternalizzare le frontiere dando soldi a Orbán o a chicchessia per costruire muri o bisogna fare un ragionamento diverso su questo movimento dell’umanità che è ineluttabile? E sulla tutela della dignità della vita di ciascuno concretamente che politiche stiamo pensando?». Temi seri sui quali i cattolici continuano a fare formazione, «anche con quella che noi chiamiamo Cultura di Pentecoste», aggiunge Contaldo, «che incrocia il mondo spirituale con quello sociale, della politica, del lavoro, che scende nelle periferie esistenziali. E che chiede di assumere responsabilità anche politiche». Avendo, da credenti, uno stile preciso.
«Prendendo atto del pluralismo e del fatto che ci siano presenze di credenti in diversi schieramenti, c’è oggi la necessità di ritrovarsi attorno a dei temi e a un modo di essere», interviene Giuseppe Notarstefano, presidente dell’Azione cattolica. «Dai nostri colloqui a Trieste è emerso con forza che lo stile del credente è servizio per gli altri, politica che si costruisce a partire dalla giustizia, dall’inclusione, dall’attenzione ai più deboli, alle situazioni marginali… E allora dobbiamo dare testimonianza di saper costruire il bene di tutti a partire da schieramenti diversi. Perché se le parti rimangono tali, se l’altro non viene riconosciuto e accolto e non si costruisce con lui, significa che noi abbiamo perso molto della nostra capacità di dare senso, come credenti, alla nostra presenza nello spazio pubblico». Notarstefano, come anche Pozzoli, riassumono le priorità dell’agenda pubblica con «quella idea della dignità infinita di cui ci parla il Papa». Inoltre, aggiunge il presidente dell’Ac, come cristiani dovremo far sì che «la dialettica, la contrapposizione, lo scontro sui temi e sulle questioni non perda mai quella capacità di incontro con l’altro dal quale solo può nascere un contributo significativo ». Tuttavia per fermare la violenza e anche la banalità dello scontro politico, quel linguaggio turpe che demonizza l’avversario e allontana molti dal voto, bisogna rafforzare anche quegli strumenti di partecipazione che oggi sono diventati deboli. In primis i partiti dove un tempo, con metodo democratico, si costruiva dal basso una piattaforma di idee. «Oggi, invece, le discussioni sono affidate soltanto alla contrapposizione dei leader. La comunicazione si giova molto di questo sistema, ma i cittadini finiscono per diventare solo dei tifosi che assistono senza mai essere realmente coinvolti. Si spiega anche così il p r o g r e s s i v o astensionismo. Quando la politica diventa tifo solo i tifosi vanno a votare», osserva Notarstefano. «C’è una tendenza molto evidente a una disaffezione profonda da parte delle persone alla dinamica democratica », concorda Pozzoli.
«D’altra parte», continua, «i partiti si fondano spesso su ideologie o slogan che gli uomini e le donne di oggi, anche per ciò che ha insegnato la storia, non percepiscono più come incidenti nella vita. Allo stesso tempo, in certi ambiti, la politica è stata delegittimata. Ciò che serve è un’educazione reciproca a uno sguardo che valorizzi la persona e il suo mettersi insieme, a partire da coloro che fanno politica, per costruire il bene comune». Anche per riportare la politica sui binari giusti di una partecipazione che rischia di assottigliarsi sotto il 50 per cento le Acli, il 29 maggio, hanno lanciato una raccolta firme per una legge di iniziativa popolare. Si chiede una «riforma dei partiti in quanto elemento fondamentale della Costituzione che serve a portare le istituzioni ai cittadini e i cittadini alle istituzioni», conclude Manfredonia, «vorremo che i partiti avessero trasparenza, democrazia interna e una funzione che non sia solo quella di scegliere i candidati, ma di tipo educativo, cioè devono avere delle Fondazioni che sviluppano pensiero, studi… E poi devono essere anche osservati da un’autorità garante e, solo se rispondono a questi criteri, ricevere finanziamenti pubblici». Un modo per tornare a fare politica e a pensare alto perché, ricorda il presidente delle Acli citando Jean Monnet, «l’Europa non è nata per rafforzare il potere di qualcuno a scapito di altri o per mere questioni economiche, “l’Europa è una idea per cambiare il mondo”».






