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venerdì 21 giugno 2024
 
l'intervista
 

«È la relazione che cura l'uomo»

11/06/2024  Intervista a Franco Vaccari, fondatore di Rondine Cittadella della pace. Genesi e attualità di una realtà profetica che parla di pace praticandola ogni giorno

Franco Vaccari.
Franco Vaccari.

Franco Vaccari è un tipico toscanaccio, diretto e senza fronzoli. Quando racconta di sé e di come è nata Rondine Cittadella della Pace, di cui è co-fondatore e presidente, gli luccicano gli occhi. Tante persone dal 1978, quando la diocesi di Arezzo ha concesso in uso le case in disuso di Rondine a un gruppo di amici di Arezzo fra cui lui e la moglie, hanno incrociato i loro destini con questa realtà profetica, che fa del cammino di riconciliazione tra persone di popoli in guerra la sua missione di pace. Semi di fraternità gettati nei luoghi aridi della guerra, da cui nascerà una nuova cultura. È questa la missione di Rondine.

Nato ad Arezzo nel 1952, laureato in Psicologia alla “Sapienza” di Roma, Vaccari è libero professionista ma ha anche anni di insegnamento alle scuole superiori alle spalle e una libera docenza al corso “Psicologia del conflitto e della pace” alla Pontificia Università Lateranense. Lo incontriamo in occasione del YouTopicFest, a inizio giugno, dove convergono centinaia di ragazzi e simpatizzanti nel borgo per testimoniare, incoraggiarsi, fare festa. Cosa c’è, in effetti, di più umano?

Vaccari, come è nata l’idea di Rondine?

«Le sue origini risalgono a fine anni ’70, quando con un gruppo di famiglie ricevemmo in gestione dalla diocesi di Arezzo un borgo – Rondine appunto – per accogliere gruppi parrocchiali, scout e quanti volevano fare un momento di riflessione fuori dai confini della loro parrocchia. Ma il vero salto di qualità è stato fatto nel 1995…».

Dica.

«Ci siamo recati in Russia nel maggio di quell’anno. Da alcuni mesi si stava combattendo la prima guerra in Cecenia e volevamo fare qualcosa di concreto. Aiutati da ex internati dei gulag sovietici liberati da Yeltsin, dopo sei mesi di trattative siamo andati al Cremlino per provare a intavolare una proposta di pace. Eravamo in quattro il 28 maggio di quell’anno: oltre al sottoscritto, Domenico Giani, che allora era un tenentino della Guardia di Finanza e che sarebbe poi diventato Comandante del Corpo della Gendarmeria dello Stato della Città del Vaticano, il Priore generale di Camaldoli dom Emanuele Bargellini, successore di padre Benedetto Calati; padre Rodolfo Cetoloni, che allora era il ministro provinciale dei Frati Minori della Toscana. Siamo stati ricevuti dallo staff di Yeltsin. Volevano capire se i ceceni erano corrompibili per fermare la guerra e, quindi, se noi eravamo mediatori qualificati e autorizzati in quel senso. Ci avevano fraintesi. In realtà eravamo stati solo accreditati, come detto, dalla nuova intellighenzia libera».

E come andò a finire?

«Pensavano che avessimo il contatto con i capi ceceni. A quel punto ci viene in soccorso Famiglia Cristiana, che aveva appena aperto un piccolo ufficio di corrispondenza a Mosca e riuscimmo a parlare con chi comandava in Cecenia. Che stava proprio lì a Mosca... Questo è stato il primo passo per capire la vera vocazione di Rondine: parlare con tutte le parti in conflitto».

Quale idea nacque da questa esperienza?

«Due anni dopo vennero a Rondine i primi ragazzi ceceni e russi. La guerra era proseguita e fu difficile creare un dialogo tra di loro. L’episodio chiave fu quello della lavatrice: i ragazzi ceceni mi chiamarono per dirmi che se ne andavano perché non volevano lavare mutande e calzini nella stessa acqua dei russi. Pensavo, da bravo educatore, che non sarebbero tornati a casa per fare la guerra. E, invece, la mattina dopo se ne sono proprio andati via!».

Non vi siete però fermati al primo fallimento…

«No, davvero! Era un momento tragico: il fondamentalismo ceceno-islamico in quel momento stava crescendo molto, poi i fatti di Beslan, le bombe a Mosca, robe pazzesche… Un giorno venne da me l’abbé Pierre e mi chiese di pigliare un po’ di ragazzi dalla Bosnia. “Ma la guerra è finita!”, dico io. Risultato: arriva il primo bosniaco, poi il primo serbo, il primo kosovaro e via via altri ragazzi dai Balcani. Così ci siamo fatti le ossa con loro, fino ad arrivare a oggi…».

Ormai ve ne intendete di guerre…

«Ne abbiamo “portate” in casa molte, sulle gambe e nei cuori dei nostri ragazzi. Oggi Ucraina e Russia, Israele e Palestina. In passato Pakistan-India,        Sierra Leone, Burundi, Rwanda, anche se lì abbiamo chiuso subito perché non avevamo interlocutori capaci di selezionarci ragazzi giusti. Perché se uno viene qua deve essere consapevole che deve fare un cammino, che porta nel cuore un alto tasso di dolore che non deve essere troppo alto perché la nostra non è una comunità terapeutica. Possiamo avere a che fare con ragazzi la cui soglia di dolore, di rabbia e di rancore non sia troppo alta e possa essere curata dalla relazione umana, non dagli specialisti».

Interessante, la relazione che cura…

«È per questo che il nostro messaggio e la nostra missione si fonda sulla relazione che è in senso lato terapeutica. Quello che sperimentiamo qui a Rondine è che il benessere della persona è la trasformazione del dolore, che non deve sedimentarsi in rancore e, quindi, in forme di aggressività e di violenza. La relazione ordinaria è prendersi cura reciproca. La scelta di fondo che i nostri ragazzi devono fare qui è proprio questa».

Niente delega agli specialisti, dunque.

«La delega agli specialisti dei problemi e del dolore è necessaria quando è indispensabile, ma non è possibile non tenere in conto l’importanza del potere curativo che è sotteso alla relazione. A volte, da psicologo, sento che c’è uno smarrimento del sé affidato alla scienza prima che all’umano. Quando ci vogliono le pasticche ci vogliono, sia chiaro, ma rischiamo se andiamo troppo oltre una deriva pericolosissima.

A Rondine tutti i ragazzi riescono a elaborare il loro dolore?

«No. Alcuni vanno via sconfitti. Non riescono a sostenere la sfida, perché di sfida si tratta. Qualche volta siamo noi che glielo diciamo, qualche volta sono loro che alzano bandiera bianca. Se vanno via, noi cerchiamo di tenere la relazione viva ugualmente. Quello che si è costruito, si è costruito fin dove potevi. Tu hai fatto il tuo passo possibile, poi vediamo. La storia è lunga, la verità è figlia del tempo. Quindi andando avanti il processo è innescato e magari darà frutti a suo tempo».

 

 
 
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