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«Edith Stein è luce di speranza per chi, anche in Europa, oggi lotta per la verità»

08/08/2022  Ottant’anni fa, il 9 agosto 1942, moriva ad Auschwitz Santa Teresa Benedetta della Croce, tedesca d’origine ebraica, filosofa e assistente di Husserl, che si convertì al cattolicesimo. Il postulatore generale dei Carmelitani Scalzi, padre Marco Chiesa: «Ci ricorda che occorre essere veramente liberi per poter raggiungere la verità, e tale cammino è possibile se attorno a noi regnano rispetto, tolleranza e accoglienza: principi tanto proclamati quanto disattesi nella nostra Europa e in tanti luoghi del mondo»

Il Postulatore generale dell'Ordine dei Carmelitani Scalzi, padre Marco Chiesa
Il Postulatore generale dell'Ordine dei Carmelitani Scalzi, padre Marco Chiesa

Edith Stein è stata la prima martire cattolica di origine ebraica ad essere canonizzata. Agnostica, intellettuale, assistente del filosofo Edmund Husserl, dopo la sua conversione al cattolicesimo scelse la vita monastica entrando nel Carmelo con il nome di suor Teresa Benedetta della Croce. Il 26 luglio 1942 Adolf Hitler ordinò l’arresto dei convertiti ebraici (che fino a quel momento erano stati risparmiati). Edith e sua sorella Rosa, pure lei convertita, furono catturate dal convento di Echt, in Olanda, e trasportate nel campo di concentramento di Auschwitz, dove furono assassinate nelle camere a gas il 9 agosto del 1942, ottant’anni fa. «Il facile rifiuto giovanile della religione intesa come imposizione morale, la tenace ricerca della verità, il desiderio di autentica libertà di fronte a qualsiasi condizionamento o coercizione, il ruolo sociale importante della donna sono alcuni temi attualissimi in cui Teresa Benedetta può ancora oggi dire la sua in modo autorevole, sia attraverso l’esperienza vissuta sia con i suoi scritti», spiega padre Marco Chiesa, Postulatore generale dell’Ordine dei Carmelitani Scalzi.

San Giovanni Paolo II la definì "una personalità che porta nella sua intensa vita una sintesi drammatica del nostro secolo”. Che cosa significa?

«Dalla sua famiglia ebraica, assorbe l’orientamento religioso e soprattutto una profonda struttura etica che l’accompagneranno per tutta la vita, ma con l’adolescenza e, soprattutto, con gli studi filosofici abbandona ogni pratica religiosa e approda all’agnosticismo. Questa ‘scelta’, però, non è concepita e vissuta come una meta raggiunga, bensì come un nuovo inizio, l’inizio di un cammino alla ricerca della verità, di un assoluto e una totalità che possano dare senso alla sua esistenza e alla storia del mondo, entrambi così travagliati. Il suo essere donna non le faciliterà assolutamente gli studi e il successivo insegnamento, ma questo non la scoraggerà minimamente e la sua tenacia le consentirà di raggiungere quanto all’epoca era impensabile, appunto, per una donna, tanto da divenire assistente e collaboratrice del grande filosofo Edmund Husserl. Sarà proprio la fenomenologia di Husserl ad aiutarla a liberarsi da qualsiasi schema o preconcetto, anche razionale, per assumere una nuova capacità di osservazione nei confronti di tutta la realtà: un lasciarsi raggiungere e anche colpire da ciò che appare al di fuori della persona in modo libero e corretto al tempo stesso».

Come arriva alla fede cattolica?

«Tutto questo cammino arduo e per nulla scontato la porterà alla Chiesa cattolica con la profonda consapevolezza che solo in Cristo vi sono la verità, l’assoluto e la totalità, che possono colmare la vita. Nella Chiesa, sua nuova casa, trascorre i primi dodici anni nell’insegnamento e nelle conferenze, operando una nuova sintesi, in cui nulla del suo bagaglio culturale viene gettato, ma tutto è ricompreso in Cristo. Purtroppo, nel frattempo la morsa nazista si fa sempre più opprimente e decisa, per cui le viene preclusa ogni possibilità di insegnare a causa la sua origine “non ariana”. Questo, però, le consentirà di poter coronare il sogno che fin dalla sua conversione accarezzava: diventare monaca carmelitana scalza. Nonostante l’apparenza, non si trattò di una fuga dalla realtà o una ricerca di sicurezza: infatti, sebbene dopo poco tempo sia stata spostata nei Paesi Bassi, dove la situazione era momentaneamente più tranquilla, ella rifiutò il successivo trasferimento in Svizzera, che le avrebbe salvato la vita. Il facile rifiuto giovanile della religione intesa come imposizione morale, la tenace ricerca della verità, il desiderio di autentica libertà di fronte a qualsiasi condizionamento o coercizione, il ruolo sociale importante della donna… sono alcuni temi attualissimi in cui Teresa Benedetta può ancora oggi dire la sua in modo autorevole, sia attraverso l’esperienza vissuta sia con i suoi scritti».

Un vero shock, in senso positivo, Edith Stein riceve dalla lettura della vita di Santa Teresa d'Avila. Che cosa la colpisce di più di questa santa?

«Esiste un cammino che ha preparato questo "incontro" particolare e trasformante. Anzitutto occorre dire che Edith, pur nel suo ateismo, continuò a leggere e a confrontarsi con l’Antico Testamento, da cui aveva assunto in casa il primo latte spirituale... e in effetti non riungerà mai a rifiutare l’ebraismo. Possiamo affermare che il primo ingresso, sebbene inconsapevole, di Cristo nella sua vita avvenne attraverso gli sposi Adolf Reinach e Edvige Conrad-Marius, sui amici e colleghi appartenenti alla Chiesa protestante. Alla notizia della morte in battaglia di Adolf, Edith vince l’iniziale ritrosia e raggiunge Edvige per consolarla, ma, con grande sorpresa, la trova rassegnata e piuttosto serena, cogliendo nel suo animo la forza e la luce della fede cristiana. Gli anni seguenti saranno segnati da una profonda crisi interiore e vedranno un serrato e conflittuale confronto con molti libri di spiritualità cristiana alla ricerca di un cammino di verità e libertà; ma nulla sembrava dissetarla autenticamente e completamente».

La cerimonia di canonizzazione di Edith Stein presieduta da San Giovanni Paolo II l'11 ottobre 1998 in piazza San Pietro (Reuters)

L’estate del 1921 è un momento decisivo per la sua conversione.

«A giugno, Edith è ospite nuovamente dell’amica Edvige per una riunione di gruppo degli ex-allievi husserliani e qui trova nella biblioteca il “libro della vita” di S. Teresa. Lo divora avidamente e alla fine, chiudendo il libro, esclama: “Questa è la verità!”. Così, dopo un lungo e tormentato cammino Edith trova la pace e la sicurezza interiore, che la verità esiste ed è una persona, Gesù Cristo. A ragione, può sembrare strano che una intellettuale di quel livello trovi illuminazione da una monaca del XVI secolo che, pur istruita, non scriveva certo da letterato o teologo, tanto meno in un libro in cui era chiamata a fare il resoconto della sua vita. Eppure è nella semplicità e profondità di quelle pagine che davvero Edith trova la limpidezza e l’immediatezza del “procedere nella verità alla presenza della stessa Verità” (Libro della vita, 40,3). Una caratteristica affascinante di Teresa è che in lei esistenza umana ed esperienza spirituale vanno di pari passo a partire dai momenti più difficili fino alle vette dell’incontro mistico con Cristo. Di qui nasce l’antropologia teresiana che, sebbene non trattata scientificamente, emerge in modo netto dai suoi scritti: il corpo, l’anima e lo spirito costituiscono un tutt’uno nel cammino esistenziale e l’unico referente che può dar senso e felicità nella vita è Cristo, “l’essenza della Verità, senza principio né fine, da cui dipendono tutte le altre verità” (Libro della vita 40,4)».

Perché da ebrea agnostica e intellettuale dopo la conversione al cattolicesimo sceglie l'Ordine dei Carmelitani? Qual è lo specifico della sua spiritualità?

«La scelta chiara fin da subito ma che, come abbiamo detto, dovrà attendere dodici anni, viene indubbiamente dall’incontro speciale avuto con S. Teresa, che diventa in qualche modo il suo modello di vita cristiano. “Il primo amore non si scorda mai” siamo soliti dire; ma per Edith quello del Carmelo non è solo un ricordo emozionale, per quanto fisso nella sua mente: si tratta, piuttosto, di una reale e viva convinzione che il suo cammino di fede nella Chiesa coincida con la chiamata al Carmelo. Per questo i lunghi anni di attesa verranno da lei affrontati come occasione di fortificazione e approfondimento in tale decisione. Il suo profondo amore per la liturgia – compresa e vissuta in uno stile che preconizza il concilio Vaticano II – l’hanno avvicinata anche all’ordine benedettino – l’inserimento di “Benedetta” nel suo nome da religiosa ne è un segno – ma rimane in lei la limpida determinazione di consacrarsi a Dio in un ordine contemplativo, che dona grande rilievo e tempo al dialogo silenzioso e intimo con Cristo, ciò che Teresa chiama “orazione” e che definisce come “un rapporto d’amicizia, un trovarsi frequentemente da soli a soli con chi sappiamo che ci ama” (Libro delle vita, 8,5)».

Prima di essere arrestata e deportata ad Auschwitz Edith Stein dice alla sorella Rosa: "Vieni, andiamo per il nostro popolo". Che significa questa frase?

«In Teresa Benedetta non verrà mai meno la consapevolezza delle sue radici ebraiche: sa di essere israelita, legge nel suo animo le fondamenta profonde che hanno sorretto il suo cammino e vede il calvario che il suo popolo sta affrontando per mano del nazismo. Tutta la spiritualità della Croce, che la Santa matura nel suo cuore e sintetizza nel prezioso libro Scientia Crucis, non è semplicemente una digressione teologica ben argomentata e ispirata, ma viene da lei interiorizzata e vissuta nel quotidiano a partire dagli anni di insegnamento e ancor più nella vita claustrale. Questo le consentirà di crescere nella determinazione di poter donare la sua vita per Cristo, anzitutto, ma anche per il popolo ebraico. Infatti, davanti ai suoi occhi si fa strada, in modo sempre più luminoso, l’immagine della regina Ester che, in un momento terribile per il popolo di Israele, decise di mettere in gioco seriamente la sua vita per implorarne la salvezza agli occhi del re Assuero. Così Edith, guardando a questa coraggiosa figura dell’Antico Testamento, decide di essere una nuova Ester e di implorare a Dio con il dono della sua vita la salvezza per il popolo ebraico terribilmente perseguitato. Quando, in seguito alla lettera di condanna del nazismo da parte dei vescovi dei Paesi Bassi, si scatena una terribile persecuzione anche in quel paese contro ebrei e cristiani, Teresa Benedetta comprende che è arrivata la sua ora, è giunto il momento di scrivere con la sua vita l’ultimo capitolo della “Scientia Crucis”. Per questo rifiuta di riparare in Svizzera e decide di stare vicino a sua sorella Rosa, ospite del monastero, e al suo popolo; così quando le SS si presentano al monastero di Ecth, lei dice alla sorella quelle parole così belle e profonde. “Vieni, andiamo per nostro popolo”».

Qual è dunque l'attualità della figura di santa Edith Stein per l'Europa di oggi?

«Nel proclamarla Patrona d’Europa il 1° ottobre 1999, Giovanni Paolo II voleva innalzare, scrisse, “sull’orizzonte del vecchio Continente un vessillo di rispetto, di tolleranza, di accoglienza […], per formare una società veramente fraterna”. Teresa Benedetta, attraverso la sua vita, il suo martirio e i suoi scritti, continua a lanciare un messaggio forte e chiaro sia all’Europa e che al mondo intero. Sebbene con altre vesti, non mancano ancora oggi le ideologie e i totalitarismi, più o meno scoperti, che cercano di orientare o costringere gli uomini verso orizzonti che non sono affatto liberanti, nonostante l’abuso del termine “libertà”, e dignitosi per l’essere umano, e verso idee o principi che spesso non hanno neppure la parvenza di verità. Edith Stein ci ricorda che occorre essere veramente liberi per poter camminare e raggiungere la verità, e tale cammino è possibile ancor più se attorno a noi regnano, appunto, rispetto, tolleranza e accoglienza: principi tanto proclamati quanto disattesi nella nostra Europa e in tanti luoghi del mondo. Teresa Benedetta non smette, dunque, di essere estremamente attuale e di donare una luce di speranza per tutti coloro che camminano o lottano verso e per la verità».

 
 
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