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Quante riflessioni umane, professionali, da magistrato e quanta amarezza nel libro Anche i ricchi rubano (Edizioni Gruppo Abele) che Elisa Pazè, sostituto procuratore presso la Procura della Repubblica di Torino, dove si occupa di reati economici e tributari, ha scritto sulla società mondiale, che pratica il delitto sul patrimonio, sulla natura, sulla stessa umanità, che pure l’ha generata. Elisa Pazè attacca i ricchi e non soltanto loro, anche i poveri, che per ragioni diverse commettono misfatti diversi, ma riconducibili alla stessa mentalità, alla stessa disperazione di cui soffrono i loro oppositori: i ricchi, sì perché anche i ricchi soffrono maledettamente, ma sono talmente presi dalle loro ragioni che non se ne accorgono nemmeno. Peggio, piangono sulle loro miserie umane e ne godono come se facessero male ad altri e non a se stessi. Due estremi che si toccano, ma a distanza, perché per carità i ricchi non sfiorano neppure con il pensiero la mano tesa di un povero.
Eppure nella storia dell’umanità ci sono esempi di ricchi che tendono la mano al povero, ma sono esempi rari, appunto, che fanno storia, e vengono esaltati proprio dai ricchi per coprire i misfatti più atroci e ammantarsi di una verginità di cui non possono vantarsi. Non per nulla Elisa Pazè cita Mark Twain: “Fai soldi e l’intero mondo cospirerà per chiamarti gentiluomo”. E non manca neppure la cifra irridente del grande poeta romano Trilussa: “La serva è ladra, la padrona è cleptomane”.
Elisa Pazè porta in sé il germe vivo di uno spirito di equità, che dovrebbe essere sempre quello del magistrato sereno analista di fatti di cronaca, di ingiustizie patrimoniali, di delitti contro la natura, contro l’ecosistema, che rischia di provocare altri disastri ecologici ed economici come le guerre contro i Paesi più poveri per annunciare poi che questi Paesi distrutti dai bombardamenti a tappeto, devono essere ricostruiti, modernizzati. La sopraffazione contro la legittima difesa del diritto alla vita.
Elisa Pazè ha in sé quello spirito di giustizia che sicuramente le ha inculcato quel grand’uomo che è don Luigi Ciotti, fondatore del Gruppo Abele, da cinquantacinque anni accanto agli ultimi. Leggendo il libro accusatorio di Pazè mi sovvengono le parole di Luigi, quando negli anni Settanta mi diede le foto dei ragazzi detenuti al carcere Ferrante Aporti, dove le celle e i cessi erano appena ad altezza d’uomo; o quando celebrava la messa su un carro agricolo nel Monferrato. Da allora Luigi non ha mai smesso di lottare contro le ingiustizie del sistema, della globalizzazione, dell’annientamento. Ed ecco che in questa lucida analisi di un “mondo povero di spirito, incapace di capire e di correggersi” emergono “i colletti sporchi, i furti dei ricchi, le truffe dei ricchi, gli omicidi dei ricchi, le malefatte dei politici, “politici versus magistrati”, delitti senza castigo”.
Elisa Pazè non tralascia di condannare quei poveri che si fanno sfruttare dai ricchi, che non alzano la testa per reclamare quell’equità di comportamenti che molti chiamano giustizia. La condanna è esplicitamente dichiarata, sin dalle prime pagine del libro “crimini commessi dai potenti appellandosi al diritto internazionale (guerre, occupazioni travestite da missioni di pace, torture, vendite e uso di armi proibite), giustificati in nome della difesa preventiva del terrorismo, ma il cui vero motore sta nell’interesse dei grandi gruppi industriali”. E vi è un’altra amara osservazione che la dice lunga sul pensiero di Elisa Pazè: “Per un meccanismo paradossale, insieme di omologazione e di estraneazione, le èlites al potere sono sempre più simili nei vizi alle masse che dovrebbero rappresentare. Il che costituisce un mondo a se stante”. Una stoccata alla politica universale e all’elettorato che non ama crescere, preferendo adattarsi come un virus alle circostanze che producono cancrena sociale, economica e morale.
Gianni Maria Stornello





