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«Non ho conosciuto il poliziotto, ma un papà che suonava la chitarra»

23/05/2016  Parla Selima Giuliano,la figlia più piccola del capo della Squadra mobile di Palermo ucciso dalla mafia nel 1979 che è stata sul set della fiction dedicata a lui: «L’ho perso a sette anni: amava il jazz e ci raccontava le favole, cambiando sempre il finale»

È la prima volta che Selima Giuliano, la più piccola dei tre figli di Boris, accetta di parlare di suo padre con un giornale. «Eravamo una famiglia felice. Papà tornava tutte le sere, mentre mamma insegnava solo saltuariamente e quindi passava molto tempo con noi. Di colpo ci siamo ritrovati soli, in una città che non era la nostra, con mamma che è stata costretta a lavorare davvero. Dal giorno della morte di mio padre fino all’adolescenza nella mia mente c’è il buio più totale».
Aveva appena sette anni Selima, quando la mafia le tolse il suo adorato papà. «Eravamo in vacanza e apprendemmo la notizia alla radio. Ricordo le volanti a sirene spiegate che vennero a prenderci per riportarci a Palermo. Mia madre e mio fratello Alessandro rimasero lì per la camera ardente e i funerali, mentre io e mia sorella Emanuela fummo portate a casa di amici. Sul momento pensavamo che papà fosse ferito. Poi, quando rivedemmo la mamma, ci disse che non c’era più».
Trentasette anni dopo, è voluta andare sul set della fiction di Ricky Tognazzi che ricorda Giuliano. «Giravano la scena dell’incontro tra papà e il boss Stefano Bontate a Villa Niscemi. Alla fine, ho incontrato Adriano Giannini ed entrambi ci siamo commossi: lui perché si è trovato di fronte me e non la bambina che mi interpreta e io perché, anche se non assomiglia a papà, era “truccato” come lui, con i suoi baffoni». La fiction le è piaciuta «perché, pur con le inevitabili licenze di un racconto televisivo, fa emergere bene le sue qualità di poliziotto, ma anche la sua eccezionale umanità con i colleghi e con noi in famiglia».
Il capo della Squadra mobile di Palermo che vedremo in Tv è un uomo dalla vita nettamente divisa in due: Giorgio (il suo primo nome) in famiglia, marito e padre affettuoso e sempre sorridente; Boris (il suo secondo nome) sul lavoro, lo “sbirro” tenace e coraggiosissimo. «Era proprio così», conferma Selima. «Ricordo papà a casa che si metteva a quattro zampe per farci giocare a cavalluccio. Oppure mentre ci raccontava delle storie bellissime di cui ogni volta cambiava il finale, inventandoselo sul momento. E poi lo rivedo mentre suona la chitarra. Aveva una grande passione per il jazz che trasmise a noi».
Selima è un nome arabo che significa “pace”. «Fu un modo per mio papà di ricordare la sua infanzia che in buona parte trascorse in Libia con i fratelli perché suo padre era un ammiraglio della Marina. A mia madre questo nome non piaceva tanto: avrebbe voluto chiamarmi Giorgia, per ricordare lui. Ma papà la spuntò e mia madre ottenne solo che questo fosse il mio secondo nome. In compenso, ora mio figlio si chiama Giorgio».
Il fratello Alessandro, anche lui da sempre riservatissimo, ha seguito le orme del padre, come capo della Squadra mobile di Milano. Da pochi giorni, a 49 anni, è diventato questore di Lucca. Subito dopo la nomina ha commentato: «Non posso non pensare a mio padre, morto alla mia età. In tutti questi anni è stato la mia inarrivabile stella polare e l’ho sempre sentito vicino».
Sul significato della parola “memoria”, la sorella Selima ha idee molto precise. «Recentemente mi è capitato di parlare di mio padre nelle scuole. Mi ha dato molto più quest’esperienza che 35 anni di commemorazioni istituzionali. Del resto a Palermo, specie d’estate, praticamente c’è una commemorazione al giorno». Come ha raccontato benissimo Pif nel suo film La mafia uccide solo d’estate.
«Davanti ai luoghi degli omicidi si ritrovano sempre le stesse persone, parenti delle vittime, amici e rappresentanti delle istituzioni con la loro fascia tricolore che sotto un sole cocente ricordano mio padre, Ninni Cassarà, il giudice Chinnici...», continua Selima. «È inevitabile che con il passare del tempo la forma prevalga sempre più sulla sostanza. Invece, negli occhi dei ragazzi che ho incontrato, ho visto davvero una gran voglia di sapere chi è stato mio padre e perché è stato ucciso. La memoria quindi va fatta prima di tutto nelle scuole. Ma anche una fiction fatta bene, che si rivolge a milioni di persone, credo possa essere molto utile».
Gli assassini di Boris Giuliano, i mandanti e il killer Leoluca Bagarella, sono da molti anni in carcere, condannati all’ergastolo. «Nei loro confronti provo una totale indifferenza. Non sento rabbia, ma nemmeno il senso religioso del perdono», aggiunge Selima. «Credo solo fortemente nella giustizia».

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