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«Con il digitale e l’intelligenza artificiale potremmo costruire una società più libera e democratica, ma un loro utilizzo senza controlli potrebbe anche turbare l’equilibrio democratico della società: il bene richiede dei guard rail che tengano la tecnologia indirizzata al bene». Professore di teologia morale e bioetica presso la Pontificia Università Gregoriana, il francescano padre Paolo Benanti è riconosciuto come un’autorità internazionale nel campo dell’intelligenza artificiale. Non a caso a inizio anno è stato nominato presidente della Commissione sull’intelligenza artificiale per l'informazione, organo che fa riferimento alla Presidenza del Consiglio dei Ministri in Italia. «Un sistema di intelligenza artificiale è una macchina che sostanzialmente si adatta ai contesti e trova risposte in grado di farle perseguire il fine per cui è stata programmata, rispondendo alle varie azioni nel contesto», spiega usando parole semplici.
«Il pensiero comune è che il dispositivo tecnologico sia neutro. In realtà non esistono artefatti tecnologici neutri, perché ognuno di essi è un modo per imporre una forma d'ordine in una società e per disporre il potere. L'etica ha come compito principale mettere in questione la tecnologia, proprio perché emergano queste forme di ordine e di potere, e i diversi fruitori possano esserne consci e agire di conseguenza».
Per questo, dice ancora padre Paolo, «serve un’etica per l’intelligenza artificiale». E in questo la Chiesa, «può ricordarci che il rispetto della dignità umana è quello che garantisce il vero utilizzo di questi strumenti volto al bene comune».
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di Paolo Pegoraro
foto di Stefano Dal Pozzolo/Contrasto
Puoi leggere l’intervista a padre Paolo Benanti sul settimanale Credere in edicola da giovedì 18 gennaio e in parrocchia da domenica 21, oppure su edicolasanpaolo.it.





